I boss, le stragi e il 'nano' calabrese| Quando il processo diventa palude

I boss, le stragi e il ‘nano’ calabrese| Quando il processo diventa palude

Il palazzo di giustizia di Caltanissetta

La verità sulla strage di via D'Amelio rischia di allontanarsi ulteriormente.

Il Borsellino Quater
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PALERMO – Più che un processo è diventato una palude. I racconti dei pentiti finiscono per allontanare quella verità che. al contrario, dovrebbero aiutare a raggiungere, protetti e coccolati come sono dallo Stato. Il Borsellino quater ne è un esempio. Domani in teoria dovrebbe essere il giorno della chiusura dell’istruttoria dibattimentale ed invece sul tavolo dei pubblici ministeri di Caltanissetta è arrivato un verbale trasmesso dai pm di Palermo. Si tratta dell’interrogatorio reso dal pentito calabrese Antonino Lo Giudice. Lo hanno sentito a maggio nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, ma ha parlato pure dell’eccidio di via D’Amelio. E siccome i vasi delle procure sono comunicanti, ecco che il verbale da Palermo è finito a Caltanissetta. Un verbale zeppo di racconti appresi da altri.

Che succederà? Il presidente della Corte d’assise, Antonio Balsamo, potrà decidere se fare entrare o meno il verbale – anzi i verbali, visto che ce ne sono un paio di Consolato Villani anche se più datati nel tempo – nel processo che vede imputati Vittorio Tutino e Salvino Madonia per la strage e per calunnia i pentititi Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci.

L’istruttoria dibattimentale, dunque, potrebbe essere riaperta. L’avvocato Rosalba Di Gregorio, che assieme a Giuseppe Scozzola assiste Gaetano Scotto e Gaetano Murana, due dei condannati ingiustamente sulla base dei racconti dei finti pentiti, lancia un interrogativo: “La vicenda di Vincenzo Scarantino (uno dei pentiti farlocchi, ndr) non ci ha insegnato nulla? Di Lo Giudice, che ricorda faccende delicate a distanza di anni e anni, non sappiamo nulla. Né sul suo curriculum, né sui riscontri alle sue dichiarazioni”.

Il dato storico è che il processo Borsellino quater rischia di avere un’appendice non prevista nel giorni in cui doveva iniziare la requisitoria. Era già accaduto quando fu necessario mettere a confronto magistrati e investigatori con i collaboratori di giustizia, oppure quando si venne a sapere che il sostituto procuratore generale di Palermo, Nico Gozzo, ex pm a Caltanissetta, aveva incontrato il poliziotto Gioacchino Genchi. Genchi gli aveva parlato di alcuni agenti costretti a prendere per buone le rivelazioni di Scarantino. Solo che Genchi ha negato di avere parlato dell’argomento con il magistrato, sostenendo che si sia trattato di un’incomprensione fra persone per bene.

Non resta che attendere la giornata di domani, anche per conoscere la posizione dei pm di Caltanissetta Gabriele Paci e Stefano Luciani che in passato hanno dimostrato di non condividere alcune scelte dei colleghi palermitani. Divergenze nette di vedute ci sono state sul dichiarante Massimo Ciancimino e sul pentito Consolato Villani. I pm nisseni hanno ritenuto le dichiarazioni di Villani prive della credibilità necessaria e le hanno lasciate fuori dal processo Capaci bis. I pm palermitani, invece, sono convinti che i suoi racconti servano a ricomporre il puzzle della stagione della presunta trattativa fra la mafia e lo Stato. Ciancimino jr, invece, viene processato a Caltanissetta per calunnia, mentre a Palermo è testimone chiave del processo sulla Trattativa.

Lo Giudice, un tempo a capo di uno dei più potenti clan di Reggio Calabria, soprannominato il nano, per sua stessa ammissione si era dimenticato di verbalizzare una serie di circostanze decisive. Nel caso della strage di via D’Amelio sapeva, ma non lo ha detto prima, che a fare saltare in aria il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della scorta sarebbe stato il poliziotto Giovanni Aiello, alias Faccia di mostro, personaggio su cui si è concentrato l’imbuto dei misteri. Glielo confidò anni fa Pietro Scotto quando erano in carcere all’Asinara e anni dopo lo stesso Aiello che – altro fatto che gli era sfuggito di mente – avrebbe pure partecipato all’omicidio dell’agente Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio nel 1989. Le sue dichiarazioni, rese a Reggio Calabria, sono state trasmesse alle procure siciliane. I pm di Palermo Antonino Di Matteo e Roberto tartaglia, assieme a quello di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, lo hanno interrogato e hanno spedito il verbale a Caltanissetta visto che si è parlato anche delle stragi.

Lo Giudice si era pentito la prima volta nel 2010. Nel 2013, evaso dagli arresti domiciliari in una località segreta, scrisse due memoriali per accusare Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino e Renato Cortese (allora rispettivamente procuratore, aggiunto e capo della Squadra mobile di Reggio Calabria) di averlo obbligato a raccontare un mucchio di balle. Le balle, invece, erano le sue. Farlocchi erano i memoriali in cui accusava magistrati e poliziotti. Sei mesi dopo la fuga Lo Giudice fu arrestato in una villetta a Reggio Calabria. Silenzio assoluto per alcuni mesi, poi si pentì di nuovo e fece marcia indietro. Si scusò, ma la colpa era dei servizi segreti. Due uomini lo avevano avvicinato a Macerata e gli avevano tappato la bocca. Sapevano che Lo Giudice aveva parlato di faccia da mostro alla fine del 2012 al procuratore aggiunto della Dna, Gianfranco Donadio. Ora è tornato a riempire verbali su verbali. E non parla solo della strage di via D’Amelio.


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