Chissà chi era. Chissà che faccia aveva. L’altra cosa triste è che nessuno – a parte i congiunti – lo saprà mai. “Dramma della solitudine a Canicattì. Una donna di quarantacinque anni che abitava da sola è stata trovata morta nella sua abitazione”. Una notizia così si passa in due minuti. Il tempo di cercare una foto sufficientemente generica e un titolo sufficientemente decente: “Un malore la causa del decesso secondo il medico intervenuto sul posto per la ricognizione cadaverica”. Tutto quello che rimane di lei – chiunque fosse – è un corpo pronto per l’esame del dottore. Non c’è più fisionomia. I vestiti nell’armadio sono una bandiera ripiegata.
Chissà chi è, chissà quanti anni ha. Si sa soltanto che è un vecchio. Ogni tanto sbuca in forma di apparizione. Afferra una sediolina da regista. La sistema sulla battigia di Mondello, si bagna i piedi in acqua. Non ti guarda in faccia, non ha mai sussurrato una parola a nessuno. Nemmeno: “Oggi il mare è bello”. E’ come se avesse un guscio addosso, pure quando si trascina tra i viali, con le sue gambe bianche. La sua specialità è non farsi notare.
C’è un cantico della solitudine tutto intorno. Viene composto da ombre che sfiorano la vita e che per niente al mondo entrerebbero in uno spiraglio di luce. C’è un coro muto di persone sole. Hanno appena il tempo di inventarsi un sorriso – se si imbattono in un antico conoscente per la via – un sorrisino impalpabile, di talco e porcellana, che vorrebbe essere rassicurante, prima della fuga. Che vorrebbe dire: ecco, vedi, sono nel mio piccolo guscio, nel mio minuscolo perimetro, nella mia acqua di un minuto. E adesso che mi hai visto, per piacere, dimenticami.
Lei, invece, ha un’esistenza piena di figurine. Ogni volta che pubblica un selfie col broncio sulla sua pagina facebook, gli amici la riempiono di ‘mi piace’. C’è chi replica a quella faccina di ragazza, con la faccina stilizzata dei social. Le emozioni sono fumetti: “Gulp”, “ah ah ah”, “sigh”. E lacrime disegnate. E cuoricini. E scatti di sorrisi, più spesso del broncio, nella decalcomania di una felicità studiata. Se hai un dolore, basta scriverlo qui. Basta scrivere su facebook: “Sto soffrendo”. Pioveranno mani, ‘like’, “coraggio”. Ma poi scendi strada. Hai bisogno di stringere qualcuno che ti parli davvero, con la sua voce. E non lo trovi.
Ombre di porcellana e di talco. Cuori finissimi che si sbriciolano in polvere. Nessuno che ascolti, nessuno che parli. Nessuno che abbia la forza di evocare il cantico della solitudine col suo vero nome. In fondo, nella zona irrimediabile, oltre ogni parola, c’è lei. Che aveva quarantacinque anni. L’hanno trovata morta in casa. Le spettano una foto generica e un titolo nella fossa comune delle notizie. Chissà chi era e cosa pensava. Chissà chi è stato a portare via i vestiti dall’armadio.

