Il pentito Spatuzza e la tv spazzatura - Live Sicilia

Il pentito Spatuzza e la tv spazzatura

Fuori dal bunker, da I Love Sicilia in edicola
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Il titolare della rubrica su I Love Sicilia, Antonio Ingroia

Il titolare della rubrica su I Love Sicilia, Antonio Ingroia

I più affezionati lettori di questa mia rubrica si saranno resi conto da un pezzo che uno dei miei “chiodi fissi”, su cui mi sono spesso soffermato, è quello dell’informazione in materia di mafia e di giustizia. Un’informazione il più delle volte ai confini della disinformazione, ed in ogni caso quasi sempre gridata, sopra le righe, superficiale, concentrata sui particolari folcloristici o di colore. Mai fredda e distaccata, ma accaldata da opinioni partigiane che prevalgono sulla cronaca dei fatti, specie quando sfiora temi infuocati come quelli di mafia e politica, pentiti, processi a imputati “eccellenti”, scontri fra politica e magistratura, e così via. A costo di essere ripetitivo, e col rischio di riproporre monotone prediche e litanie, mi sono ritrovato spesso a comparare, con un pizzico di nostalgia, il passato glorioso del giornalismo d’inchiesta e dei programmi televisivi di approfondimento con questo presente, spesso desolante, della perenne rissa mediatica politico-giornalistica, che ottunde le menti e le coscienze. Un presente ove i protagonisti della scena, a volte in modo inconsapevole, spesso in modo intenzionale e perciò non innocente, confondono l’opinione pubblica, e ne orientano umori e indirizzi verso obiettivi e finalità non sempre limpide. Così, è spesso avvenuto nel passato, remoto e recente. È accaduto al pool antimafia di Falcone e Borsellino, etichettato come “centro di potere”, e a quei grandi magistrati accusati di essere giudici-sceriffi che strumentalizzavano l’azione giudiziaria per disegni torbidi e liberticidi. È accaduto pure, e con argomentazioni altrettanto pretestuose e strumentali, al pool di Caselli, accusato nella stagione post-stragista di strumentalizzare pentiti, inchieste e processi per finalità politiche. E si ripropone spesso, quando si toccano i fili ad alta tensione, i rapporti mafia-politica e mafia-istituzioni, autentico nervo scoperto della materia. È accaduto ancora, di recente, attorno al cosiddetto “caso Spatuzza”, il nuovo collaboratore di giustizia, già reggente del mandamento mafioso di Brancaccio e fedelissimo dei fratelli Graviano, approdato agli onori della cronaca soprattutto in virtù di rivelazioni subito definite, con grande clamore, “esplosive” perché concernenti i presunti rapporti con Cosa Nostra del senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione mafi osa e attualmente sotto processo nel giudizio d’appello, braccio destro dell’attuale premier Silvio Berlusconi. Le dichiarazioni di Spatuzza sono finite, perciò, inevitabilmente per irrompere sulla scena del giudizio d’appello nei confronti del senatore Dell’Utri, e vi sono arrivate in modo irruento, perché nel mezzo della discussione finale del processo che sembrava pronto per essere definito. Non c’era scelta: una volta effettuata la verifica delle dichiarazioni, la Procura non può che trasmettere alla Corte tutti gli atti potenzialmente rilevanti ai fini della sentenza. Tocca, poi, alle parti fare le proprie scelte ed al giudice decidere. Una cosa ovvia e banale. Invece no: si sono scatenate ridde di ipotesi, crociate, guerre sante, fino al punto – da una parte – di scatenare perfino richieste di dimissioni del premier e – dall’altra – di svilire qualsiasi valenza probatoria non solo delle dichiarazioni di Spatuzza, ma di tutto ciò che era stato finora esaminato. Una kermesse che ha dato vita ad un circo politico-mediatico-giudiziario giunto al suo apice con la presenza di centinaia e centinaia di giornalisti ed inviati da tutto il mondo all’udienza in cui Spatuzza è stato sentito nel processo Dell’Utri, un processo per anni letteralmente dimenticato…. È normale tutto questo? Perché l’informazione ed il dibattito è malato di questa schizofrenia cronica, che porta oggi a dimenticare i processi e le prove di quei processi, e l’indomani ad infiammarsi intorno alle parole di un collaborante, il cui peso avrebbe dovuto essere ridimensionato, anziché enfatizzato? Come spiegare l’accendersi di salotti televisivi trasformati in ring, dove si celebrano processi paralleli, già pregiudicati nella decisione finale, quando si pronunciano a reti unificate a seconda dei casi, condanne alla gogna mediatica dell’imputato più malcapitato o assoluzioni a furor di popolo dei più fortunati o… privilegiati? Come giustificare quei politici e quegli opinionisti che, partecipando a programmi TV spazzatura, piuttosto che proporre ragionamenti, fanno facili battute e giochi di parole sul nome di Spatuzza, accostandolo alla spazzatura? Che Paese mai è diventato il nostro? Quando riuscirà ad essere un Paese serio, maturo, consapevole, capace di affrontare realtà anche difficili a viso aperto, senza nasconderle sotto il tappeto? A confrontarsi senza falsità, scorciatoie, disinformazioni e campagne denigratorie? Non lo so. Oggi, francamente, la luce in fondo al tunnel mi sembra solo un lumicino…


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Commenti

    caro Ingroia,
    è per me veramente desolante, impossibile muovermi in questo ginepraio italiano di furbizia, malaffare, delinquenza, impunità… soprattutto di quelle persone (i politici) che, per il ruolo che ricoprono e per missione liberamente accettata, dovrebbero garantire equità, giustizia, legalità, uguaglianza di fronte alla legge. Dove sono oggi i veri paladini dell’onestà e del buon governo? E’ scandaloso oggi per il cittadino comune prendere le distanze da questo prototipo di Repubblica? Anche se lo fosse, su queste basi mi sento di dover ripudiare la mia italianità !!!

    Dott. Ingroia,
    le sue riflessioni e le sue analisi sembrano fatte da un operatore di Giustizia venuto da Marte.
    Lei difende la stagione antimafia di Caselli come se 40 processi a politici di cui solo 2 andati in porto con condanne siano acqua fresca. Un motivo ci sarà per cui 38 imputazioni a politici distrutti in immagine e carriera non hanno avuto seguito giudiziario penalmente rilevante.
    Che l’informazione, in Italia, sia malata non c’è dubbio, ma le conferenze stampa ai giornalisti li fate voi, come i segreti istruttori li violate voi perché le carte non camminano da sole.
    Parlo per esperienza personale e posso dirle e dimostrarle che chi entra nel tritacarne della Giustizia antimafia, in Italia, è condannato a perdere tutto, e in tutti i sensi, anche se è innocente e lontano dai fatti che questa giustizia gli imputa.

    Amicopaolo, sembri tu vivere su Marte quando sostieni che la carriera dei politici viene macchiata dalle imputazioni di mafia. Sai perfettamente che che siedono in parlamento ed in senato una miriade di persone condannate per motivi diversi ed alcuni anche per mafia.

    E comunque, a parer mio (e probabilmente di Paolo Borsellino), un’assoluzione come quelle di Andreotti o Mannino, per esempio non dovrebbero corrispondere ad una assoluzione politica.
    Se avessimo una informazione corretta e d’inchiesta sapremo anche come giudicare certe assoluzioni piuttosto che altre e riabilitare automaticamente chi veramente nulla ha avuto a che vedere con gli ambienti mafiosi.

    Gent.mo Dott. Ingroia

    Confidiamo su un dato di fatto: che nel registro “kermesse mediatica” degli indagati, lei non abbia almeno iscritto Radio Radicale che molti processi registra integralmente al proprio archivio, integralmente pubblica sul sito radioradicale.it e che da decenni vengono trasmessi in radio nello spazio dello Speciale Giustizia in tempi (e da tempi) non sospetti.

    Sergio Scandura, inviato Radio Radicale

    Angelo Garavaglia,
    non capisco perché mi devi attribuire cose che non ho detto.
    Non sono pro o contro le assoluzioni di Mannino o Andreotti per quanto riguarda le responsabilità politiche, e sono più convinto di te che la politica degli ultimi 60 anni della nostra storia siciliana è macchiata più di quanto noi possiamo immaginare, ma per questo non assolvo nemmeno la Magistratura di quegli anni che colpevolmente era latitante al fenomeno della mafia.
    Per essere ancora più preciso ti dico che sono convinto che le stragi di Falcone e Borsellino sono maturate e state decise in ambienti deviati dello Stato che reputavano i nostri Giudici Eroi, paradossalmente, antistato per quanto era solidalmente e trasversalmente marcio il potere economico in Italia e che era organicamente era inserito in cose e fatti di mafia. Infatti, quando Totò Riina dice che lui è il parafulmine d’Italia, piaccia o non piaccia, dice la verità.
    Detto ciò, ritengo che al di là della genuinità del lavoro di Ingroia, il suo intervento mi appare come una difesa d’ufficio fatta a una Magistratura corporatizzata e pluricorrentizia.

    PREMESSO CHE: la sera del 25 giugno 1992 nell’atrio della Biblioteca comunale di Palermo consegnai al dottor Paolo Borsellino l’esposto- dossier nel quale si dimostrava, al di là d’ogni ragionevole dubbio, che la dirigenza Fincantieri pagava “cosa nostra”: la stessa famiglia criminale che il 20 giugno 1989 attuò il fallito attentato all’Addaura contro GIOVANNI FALCONE .

    RIVOLGO ALCUNE BREVI DOMANDE AL DOTTOR ANTONIO INGROIA

    POICHE’ E’ CERTO CHE LA STRAGE DI VIA D’AMELIO COSTITUII L’UNICA CONDIZIONE PER IMPEDIRE CHE SI INDAGASSE SUL CONNUBIO TRA AFFARI POLITICA E MAFIA, CHE COINVOLGEVA ANCHE LE PARTECIPAZIONI STATALI, E’ CHE, CHI ALLORA DIRIGEVA QUELLE INDAGINI, OGGI RICOPRE RILEVANTI FUNZIONI ALL’INTERNO DELLA STESSA PROCURA DI PALERMO.

    POICHE’ E’ ALTRETTANTO CERTO CHE LEI E’ BEN INFORMATO SULLA NATURA DI QUEL MIO DOCUMENTATO, LOGICO E GRANITICO MOVENTE, EMERSO PREPOTENTEMENTE NEL FEBBRAIO 2002, LE CUI CIRCOSTANZE SI SALDANO, “CON NATURALEZZA”, A QUEL DOSSIER MAFIA E APPALTI AL QUALE ANCHE LEI, FINO ALLA FINE DEGLI ANNI 90, RITENEVA FOSSE LEGATO IL MOVENTE DELLA STRAGE DEL 19 LUGLIO 1992 CHE SEGNO L’USCITA DI SCENA DI PAOLO BORSELLINO.

    SAPENDO CON CERTEZZA, E PER DIRETTA ESPERIENZA STORICA, CHE LA TESI INVESTIGATIVA DELLA “TRATTATIVA” FRA LO STATO E “COSA NOSTRA” E’ SOLO L’ULTIMA TROVATA STATALISTA PER MASCHERARE LA VERITA’ ATTRAVERSO L’UTILIZZO DI REFERENTI INVESTIGATIVI DI DUBBIA MORALITA’, ED HA L’EFFETTO DI COLPIRE LE SOLE ATTENDIBILI FONTI INVESTIGATIVE DI CUI SI FIDAVA IL DOTTOR PAOLO BORSELLINO.

    UN TANTO PREMESSO, CHIEDO AL DOTTOR ANTONIO INGROIA:

    SE NON RISPONDESSE A VERITA’ QUANTO, GIA DA OTTO ANNI, HO ESPOSTO E SOSTENUTO IN SEDE GIUDIZIARIA ED IN PUBBLICHE CONFERENZE IN TUTTA ITALIA, LO SCRIVENTE NON DOVREBBE RISULTARE ALMENO INCRIMINATO PER IL REATO DI CALUNNIA CONTRO QUEI SUOI COLLEGHI DI PALERMO?!!

    DOTTOR INGROIA, SEGUENDO LA CENNATA’ IPOTESI INVESTIGATIVA “DELLA TRATTATIVA”, PENSA VERAMENTE DI FARE EMERGERE LA VERITA’ E MANTENERE FEDE AL GIURAMENTO FATTO ALLA NOSTRA COSTITUZIONE, OPPURE ANCHE LEI SI E’ “DOVUTO APPIATTIRE”, PER MOTIVI CHE “AL MOMENTO MI SFUGGONO” ALLA PREPOTENZA DI QUEL RICATTO STATALISTA CHE FORSE ANCORA OGGI TRADISCE LA NOSTRA COSTITUZIONE E CHE FINO AL 19 LUGLIO 1992, UTILIZZO’ IL CRIMINE IN FUNZIONE MILITARE CONTRO I NOSTRI EROI.

    GIOACCHINO BASILE

    Sig. Basile,
    Sono sempre stato orgoglioso di avere conterranei come lei nella mia Sicilia. Ho seguito tutta la sua storia da operaio e sindacalista della “fin cantieri” perché lo ritengo un prezioso e coraggioso uomo che ha reagito ad un potere infame che si ergeva a Stato nello Stato con tanto di ufficiosa delega, tra l’altro da cittadino semplice e senza mire politiche e di carriera.
    La cosa che mi ha molto ferito è stata quella di vederla usata come un bollino di qualità, e per giunta a data di scadenza, dai tanti mestieranti dell’antimafia che ne hanno tratto profitto dall’uso della sua ribellione a quel sistema.
    Spero che un giorno lei possa rendersi conto di questo e che usi il suo coraggio e la sua storia creando o partecipando a un movimento sicilianista che non dove rispondere a poteri politici nazionali e partitocratici-massonici filo-nord.
    Sono convinto che solo i siciliani possono salvarsi da questa infame condizione creata e sostenuta dalla nostra Patria Matrigna.

    Mio caro compatriota “amicopaolo” la ringrazio per la fraterna condivisione delle ragioni è preciso rispettosamente, che non mi sono mai lasciato utilizzare dai meschini dell’antimafia. Ho sempre saputo chi erano i veri nemici delle ragioni ideali di noi siciliani, ma ci fù un tempo in cui “dovetti calarmi” alla loro infame ipocrisia per strategica sopravvivenza. Insieme alle mie ragioni di siciliano tradito dallo Stato, avevo da difendere il diritto alla vita dei miei figli.
    E’grazie a questa strategia che oggi posso gridare forte la loro infamia senza paura d’essere smentito e senza la paura d’essere ammazzato: oggi ho la certezza scentifica che il giorno più nero per gl’infami farisei sarà quello che celebrerà la mia uscita di scena dalla vita.
    Un fraterno abbraccio
    PS: Giancarlo Caselli… (sic.) mi viene da piangere!!!!
    Gioacchino Basile

    Sig. Basile,
    secondo me, un UOMO come lei ha il dovere morale di continuare a combattere per la Sicilia.
    I siciliani veri, è sono la stragrande maggioranza , non i mestieranti dell’Antimafia elevati a società civile e servi dei poteri centrali filo-nord, hanno bisogno di eroi come lei per fare uscire la nostra terra da una colonizzazione italica che ha usato la mafia per dominarci e i professionisti dell’antimafia per lo stesso scopo.
    Abbandoni le denuncie giudiziarie, ormai sterili per un vero uomo antimafia in questa realtà dove l’attività antimafia e corporatizzata e correntizia.
    Crei un movimento politico e denunci politicamente le infamie e le ipocrisie che lei sa e che tutti in Sicilia sanno, ma non trovano rappresentanza politica.
    Lei è un uomo che può fare la differenza per dare una speranza a questa nostra terra.

    Caro amicopaolo, la mia non è una battaglia giudiziaria, ma politica.
    Appare giudiziaria, ma sostanzialmente è politica perchè colpisce il cuore marcio di quella Procura di Palermo che ha sempre storicamente gestito i valori dettati dalla nostra Costituzione con indegna e rozza funzione socio-politico e statalista contro i più elementari diritti dei siciliani onesti.
    La sofferenza e le amarezze accumulate durante la mia rispettosa esistenza -quasi 61 anni- non mi consentono più la serenità progettuale per gestire un progetto politico.
    La mia vita non è stata facile sopra tutto perchè molte volte ho costretto “I SANTI ANGELI HA GETTARE VIA LA MASCHERA SERAFICA E LE LORO LUCENTI ALI DIAFANE PER RIVELARE LA RIPUGNANTE VERITA’ CHE SI NASCONDEVA DIETRO E DENTRO IL LORO VOLTO E LA LORO COSCIENZA”.
    Fra l’altrol’infamia statalista e l’inganno sindacale hanno inseminato nei miei polmoni quei depositi di amianto che cominciano a far sentire l’odore della sentenza di morte senza appello che ritengo,ormai nell’IMMEDIATO futuro sarà emessa. Dunque anche il tempo a mia disposizione mi dice che non posso far parte d’un progetto politico a medio o lungo termine.
    Sicuramente farò parte d’un progetto ben più importante; quello di realizzare un sogno di Verità e Giustizia che concretizzerà finalmente la speranza d’accesso a quella libertà ed a quella dignità pagata che i siciliani onesti hanno già pagato con il sangue di quei nostri Eroi che dentro le Istituzioni recitarono il loro ruolo con grande dignità e con l’alto senso dell’onore.
    Caro amico, loro – i servi ed vili – sanno che è arrivata l’ora della loro vergogna!!! Sanno che, la fine dei “Sedara” è ormai segnata: l’inganno che si nasconde dietro le loro vuote parole è ormai illuminato dai fatti.
    Avevo solo 34 anni quando accerchiato dalla paura e dal tradimento politico
    -PCI- e sindacale – Fiom Cigl- mi stavo sparando per liberare la mia famiglia dal fardello del mio cadavere che camminava: era l’8 giugno del 1983.
    Sono passati 27 anni è se sono ancora quì a contrastare a muso duro gli indegni tradimenti alla nostra Costituzione, da parte di pezzi importanti della Magistratura palermitana – e non solo quella – un progetto del buon Dio ci sarà sicuramente, ed è a Lui che m’affido con determinata serenità.
    Lui m’ha donato l’orgoglio ed il sentire dell’onore degli uomini liberi.
    Un caro abbraccio.
    Gioacchino Basile

    Caro Gioacchino Basile,
    Apprendo con enorme dispiacere la sua condizione di salute e ammiro la dignità con cui ne parla. Tuttavia, avendo superato gli anta ed essendo una persona che ha vissuto in un quartiere popolare posso comprendere il suo valore di siciliano vero che lei ha dimostrato di essere in anni in cui la mafia imperava e soltanto nominarla era proibitivo, a differenza di tanti che oggi parlano di antimafia solo per essere di moda e intraprendere un mestiere o una professione. Forse non considera o sottovaluta il fatto che per molti della mia generazione lei è un eroe che abbiamo ammirato per coraggio e orgoglio, per dignità e senso dell’onore. Oggi, questa mia generazione non elevata a “società civile” dai mestieranti dell’antimafia, è silente perché non siamo morfinizzati mentalmente e abbiamo capito che con le stragi di Falcone e Borsellino il nostro sogno è svanito, e con la stagione di Caselli ne è la prova. La mia generazione è quella che ha dato il voto plebiscitario a quell’ascaro di Leoluca Orlando e che oggi non crede più a nessuno e vota Berlusconi perché crediamo che sia il male minore.
    Questo era il motivo per cui le dicevo di mettersi in politica, speravo che il solco tracciato da lei non si perdesse è potesse ritornare ad essere una speranza per noi siciliani veri e non ruminanti.
    Sei sempre un mito.
    P.S. non riesco a trovare il suo blog, come posso fare? è possibile avere una sua mail?

    Grazie amicopaolo. Oggi sono particolarmente contento perchè Lei è l’ulteriore conferma, che è valsa è vale la pena lottare a muso duro contro la mafia ed i suoi servi.
    Quando vuole può scrivermi a info@gioacchinobasile.it
    Un caro abbraccio

    Non conoscevo Gioacchino Basile. Un grazie a lui e al suo duettante amicopaolo. Entrambi sono rari “residui” di una specie umana in estinzione.

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