Faraone: "Cuffaro scaricato dagli amici. Campo largo? Si può fare"

Faraone: “Cuffaro ‘scaricato’ dai suoi amici. Campo largo? Dobbiamo farlo”

Parla il capogruppo di Italia viva alla Camera
l'intervista
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PALERMO – Il garantismo sull’inchiesta che ha travolto Totò Cuffaro e la sua Dc ma anche la condanna ‘politica’ sulle “spartizioni” delle nomine nella sanità siciliana e infine lo sguardo al campo largo in chiave elezioni regionali: “Dobbiamo riuscirci”. Davide Faraone, capogruppo di Italia viva alla Camera, guarda alla Sicilia e parla di un “sistema, quello del centrodestra, che sta crollando”.

Che idea si è fatto dell’inchiesta della procura di Palermo?
“Siamo garantisti sempre, anche quando non conviene. Io non prendo e poso il cappio a seconda delle circostanze. Anche in questo caso bisogna lasciare che l’inchiesta faccia il suo corso prima di giudicare.
Ma politicamente, lasciatemi dire una cosa: tutto ciò che oggi leggiamo nelle intercettazioni, noi lo avevamo già denunciato. Lo facevamo mentre la spartizione avveniva, non adesso che è venuta alla luce. Troppo facile. Denunciavamo mentre giravamo gli ospedali siciliani, uno per uno, e nel centrodestra avveniva la spartizione delle nomine. Ricordo che Colletti saltò dopo il mio blitz nei pronto soccorso di Villa Sofia e Cervello, quando denunciai le condizioni indegne in cui versavano i pazienti e lavoravano medici e infermieri. Abbiamo denunciato le nomine dei primari fatte per appartenenza politica e non per competenza, abbiamo denunciato il silenzio sulle gare senza trasparenza, il clientelismo diffuso. Noi denunciavamo mentre tutto accadeva, nel silenzio generalizzato.
E poi c’è una cosa che indigna”.

Cosa?
“Chi fino a ieri si vantava dell’amicizia con Cuffaro oggi lo addita come un mostro e lo scarica. È lo sport preferito della classe dirigente del centrodestra: usare gli amici finché servono e poi smarcarsi quando scoppia lo scandalo. Schifani in questo è un maestro. Quello che emerge dalle intercettazioni non riguarda una singola persona o un singolo partito: è un sistema, e coinvolge una fetta enorme della classe dirigente del centrodestra. E ciò che accade nella sanità è identico a ciò che accade negli aeroporti, nella formazione professionale, nella Protezione civile e potrei continuare a lungo. È un sistema marcio, non è ‘la Dc di Cuffaro’: è tutto il centrodestra siciliano ad aver costruito un modello di potere fondato sul controllo delle nomine, sul clientelismo e sulla gestione malata del consenso. E oggi quel sistema semplicemente sta crollando sotto il peso delle sue stesse pratiche”.

Cosa ne pensa di Calenda e dell’idea di commissariare la Sicilia?
“Non sono affatto d’accordo. Il commissariamento non è una sfiducia verso la classe dirigente: è una sfiducia verso i siciliani che votano. È una resa culturale prima ancora che politica. È un’idea profondamente elitaria, che parte da un presupposto inaccettabile: che i siciliani siano ‘sbagliati’, incapaci di esercitare la democrazia, e che quindi sia meglio mandare un prefetto da fuori, magari dal Nord, dove sarebbero tutti più ‘bravi’. Da siciliano, col cavolo che posso accettare questa scorciatoia. La soluzione non è togliere la parola agli elettori, ma riconquistarli. Ed è molto più difficile, ma è l’unica strada. Alle ultime europee si è astenuto il 63% dei siciliani: non perché non sanno votare, ma perché sono disgustati da un sistema di notabili che ha avvelenato la democrazia. La risposta non è il commissariamento: è costruire un’alternativa seria, con programmi credibili, persone competenti e una politica che torni a meritare fiducia. Gli slogan lasciamoli da parte: qui serve lavoro, non scorciatoie”.

In settimana ha partecipato al sit-in di questo nuovo fronte progressista allargato, che sensazioni ha avuto? C’è una base sulla quale costruire l’alternativa al centrodestra nel 2027?
“Certo, dobbiamo riuscirci. Però voglio capire se questa volta tutti fanno sul serio, o se, come troppe volte è accaduto in passato, qualcuno bluffa. La differenza è tutta qui: se prevale la tentazione di spartirsi i seggi tra le forze che superano il 5%, magari concordando in anticipo con la maggioranza il ruolo dell’opposizione, oppure se davvero c’è la convinzione che si possa vincere. Ricordo bene cosa accadde con Micari candidato presidente: in alcune province le liste ‘felicemente’ non si presentarono, ufficialmente per guasti alle auto. In realtà erano liste che avrebbero reso competitiva la coalizione, ma rischiavano di togliere voti ai partiti più grandi del centrosinistra se avessero superato la soglia. E allora qualcuno preferì farle saltare. Ecco: se questa volta ci crediamo tutti, lavoreremo tutti per vincere. Se invece l’obiettivo resterà solo la sopravvivenza parlamentare, allora ognuno penserà per sé. E quel film, purtroppo, l’abbiamo già visto”.

Cateno De Luca dice che la Sicilia non si governa con gli slogan tipo ‘decuffarizziamo’. Serve capacità di amministrare.
“Sono d’accordo: servono proposte concrete e capacità di governo, non solo denunce e indignazione. Per cambiare davvero la Sicilia bisogna mettere in campo un progetto serio sull’acqua, sulla sanità, sulle infrastrutture, sulla formazione, sull’agricoltura e sul sostegno alle imprese. Per costruire un’alternativa bisogna poi stare a distanza siderale da Schifani, che è una delle cause principali del disastro in cui si trova oggi la Sicilia. Se vogliamo cambiare pagina, dobbiamo prima di tutto chiuderla quella pagina. Lui che posizione ha su questo? Io non l’ho capito e credo non l’abbia capito nessuno. Noi, intanto, abbiamo fatto la nostra parte: in questi anni abbiamo lavorato su tutti i temi, abbiamo creato un centro studi che raccoglie ed elabora proposte che arrivano dai territori. Siamo pronti a mettere tutto questo patrimonio di idee e di lavoro a disposizione di una coalizione di centrosinistra che voglia davvero candidarsi a vincere”.

A proposito di Cuffaro. In una intervista al nostro giornale alla vigilia delle Europee lei difese la possibilità per l’ex governatore di tornare a fare politica (come previsto dalla legge). Alla luce dei fatti di oggi si è pentito di quei ragionamenti o si è sentito tradito?
“Non sono pentito di quei ragionamenti, anzi: li rivendico. Così come non sono per nulla convinto del fatto che tutti quelli che hanno creduto in quel partito siano tutti delinquenti, ne conosco molti capaci e onesti. Se mai, se i fatti contestati dovessero essere confermati, al contrario di chi ha sempre sostenuto che non meritasse un’altra possibilità, mi sentirei profondamente tradito. Io sono un “malato” di Cesare Beccaria, quella è la mia stella polare quando parlo di giustizia. La pena come strumento rieducativo per me non è uno slogan: è un principio, un mantra. Per questo non condivido chi oggi dice: ‘Si sapeva com’era, non bisognava dargli una seconda chance’. So di dire in questo momento qualcosa di profondamente impopolare ma per me una seconda possibilità va data a tutti, perché si vive una volta sola e perché lo dice la nostra Costituzione. Naturalmente, se chi riceve un’altra possibilità si rivela recidivo, va punito, ancora più duramente di prima: lo prevede il diritto e lo impone il buon senso. Ma c’è un punto che fa ancora più male: quando qualcuno, con comportamenti discutibili, finisce per dare ragione proprio a chi voleva “buttare la chiave”, indebolisce noi che crediamo nel valore della rieducazione e rafforza l’idea, per me sbagliata, che le persone non possano cambiare. E questo, per il futuro, peserà, tanto”.

Torniamo al fronte progressista. Quante possibilità ci sono di rivedere tutte le sigle di quella manifestazione insieme con un candidato unico alle Regionali?
“Bisogna riuscirci, senza se e senza ma. Quelle forze, e altre che vorranno aggiungersi, devono dare vita a una vera coalizione di salute pubblica. Siamo in piena emergenza e le persone di buona volontà devono mettersi insieme, senza barriere ideologiche né veti incrociati. Se la Sicilia perde anche questo treno, rischia davvero un fallimento sociale. Stanno andando via tutti: giovani, professionisti, famiglie. E con una novità drammatica rispetto al passato: oggi non emigrano solo i figli, ma i figli trascinano con sé padri e madri, perché sono loro che aiutano a pagare l’affitto, che tengono i nipoti mentre si lavora, che colmano i vuoti di un welfare inesistente. È un Paese che si sta spopolando dal basso. E se non ci uniamo adesso, sarà troppo tardi”.

Tra Iv e M5s non sono mai stati rose e fiori, in Sicilia potrebbe essere diverso?
“Sì, in nome di quel governo di salute pubblica di cui parlavo. Già alle Regionali ci stiamo presentando uniti in tutta Italia, e a maggior ragione dobbiamo provarci qui, dove l’emergenza è ancora più evidente.
Naturalmente noi porteremo al tavolo della coalizione le nostre istanze riformiste, come stiamo facendo a Roma sulla legge di bilancio: mettere al centro il taglio delle tasse per lavoratori e imprese e affrontare il tema della sicurezza. Troppo spesso la sinistra ha considerato, sbagliando, questi temi come culturalmente ‘di destra’, mentre per noi sono questioni di serietà e di buonsenso. L’unità serve, ma serve anche un progetto chiaro, credibile e riformista”.

Vede la possibilità di elezioni anticipate per via del ciclone giudiziario?
“Più che altro lo auspico, e credo che dobbiamo lavorare senza ambiguità, anche in Ars, per arrivare a questo risultato. Non lo dobbiamo al ceto politico del centrosinistra che scalpita per le poltrone, ma ai siciliani che vogliono cambiare e che non possono permettersi altri due anni di malgoverno e di tempo perduto. Dobbiamo prepararci seriamente, anche definendo le modalità di selezione della futura classe dirigente. A me non dispiacerebbero le primarie, ma può andare bene qualunque percorso democratico: l’importante è che sia trasparente e, soprattutto, rapido. Perché il tempo, ormai, è scaduto”.


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