Italia viva si sta mettendo di traverso alla norma che in Consiglio dei ministri dovrebbe salvare i conti della Regione siciliana dall’asfissia. A far sentire la sua voce contraria alla norma che dovrebbe mettere una pezza permettendo di spalmare il disavanzo in dieci anni è stato dapprima Luigi Marattin, renziano di vaglia. Sarebbe “un dito in un occhio a tutti gli amministratori pubblici che si fanno in quattro per rispettare le regole”, tuona Marattin. Chi vuol conoscere meglio le gesta di questo parlamentare, nato a Napoli ma poi cresciuto a Ferrara ed eletto in Emilia Romagna, già a capo della Commissione Tecnica per i Fabbisogni Standard, può leggere il documentato libro di Marco Esposito “Zero al Sud”, che riportando gli atti ufficiali racconta come negli anni dei governi di Renzi si gettarono le basi per la scellerata autonomia differenziata – che ora si cerca di correggere – e si parlò di attuazione del federalismo con una visione devastante per il Mezzogiorno, quella, per intendersi, per la quale se in una cittadina non c’erano asili nido tanto valeva non darle soldi per farli perché se non li aveva vuol dire che non ne sentiva la necessità (si chiama criterio della spesa storica, l’abbiamo fatta un po’ facile ma la sostanza in pratica è questa).
Ora, i renziani si rifanno sentire, vogliono stoppare la norma che mette una pezza e chiedono invece che si impongano tagli e obblighi di risanamento. Riforme, in una parola. Tornando al copione degli anni in cui Crocetta stava a Palazzo d’Orleans, Renzi a Palazzo Chigi e Alessandro Baccei dall’assessorato al Bilancio fungeva da trait d’union, gli anni degli accordi capestro firmati con Roma dalla Sicilia alla canna del gas.
Il principio di riferimento, virtuoso per carità, è sempre quello dell’autonomia coniugata con la responsabilità. Si può non essere d’accordo? Certo che no, tu Stato mi dai una mano, io Regione però metto mano a sprechi e diseconomie. Però. Sì, il però c’è. Anzi, ce ne sono almeno un paio. Uno di carattere storico. I pastrocchi dei bilanci che la Corte dei conti ha messo in evidenza risalgono a bilanci antichi (parificati all’epoca, ma questa è un’altra storia). E non ci pare che nelle truppe renziane di Sicilia militino extraterrestri che con i precedenti governi regionali nulla ebbero a che spartire, da chi piazzava assessori a iosa nelle squadre di Crocetta a chi militava e non da gregario nel partito di Lombardo. Faraone reclama riforme, i suoi sono stati per anni al governo con Crocetta e una chance di farle queste riforme l’hanno avuta (basti pensare, solo per fare un esempio, alla giungla delle partecipate regionali che giungla è rimasta). E poi, al di là, di questo, c’è un altro però, che è il tema della leale collaborazione tra Stato e Regione. Perché se il primo impone alla seconda tutta una serie di diete, quelle che ora i renziani di nuovo reclamano per non concedere “cambiali in bianco”, allo stesso tempo il primo deve riconoscere alla seconda quello che le spetta, a partire dall’applicazione dello Statuto, continuando con il rispetto della percentuale di investimenti pubblici per il Sud, sistematicamente violata, con la perequazione infrastrutturale e i lep (livelli essenziali delle prestazioni) che erano dei pilastri del federalismo (quelli che dovevano garantire il Sud) e che guarda caso sono la parte dimenticata del federalismo suddetto, alleggerendo la Sicilia dai folli prelievi forzosi che hanno massacrato gli enti di area vasta (dovremmo esserci), riconsiderando la quota abnorme di contributo al risanamento della finanza pubblica imposta alla Sicilia, stimolando Anas e Ferrovie sulla tragedia delle nostre infrastrutture. Qualche passo in questa direzione si comincia a vedere nelle prime mosse del Conte bis.
Tanto per capirsi, insomma, i renziani non hanno torto a chiedere che non si firmi una cambialina in bianco alla Sicilia. Ma bene farebbero, prima, a strappare la cambialona in bianco che alla Sicilia è stata imposta dallo Stato negli ultimi anni.

