La caccia al tesoro - Live Sicilia

La caccia al tesoro

E rifletto su questa nostra Palermo di splendore e di miseria, di altissima cultura e di culto dell’imbroglio e del sopruso. La Palermo dei tesosi nascosti e di quelli che fatichiamo a recuperare.

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L’occasione è da non perdere, l’invito personale graditissimo: la presentazione dell’ultimo libro di Salvatore Requirez, “Il segreto dell’anfora”. La sede è prestigiosa e ricca di storia: Caffé del Teatro Massimo, ore 18. Esco dall’ospedale di gran fretta per paura di arrivare in ritardo. Il pensiero già corre alla caccia al tesoro di ogni palermitano che va in centro: la caccia al posteggio. No, questa volta non mi servirò del provvidenziale parcheggio vicino alla caserma dei Vigili del Fuoco che sorge sui resti dell’Arena Trianon, cafè chantant fatto costruire da Ignazio Florio ai tempi della Belle Epoque e trasformato in tempio dell’avanspettacolo dopo la tragedia della guerra. Mi sentirei a disagio nell’occupare con la mia automobile lo spazio dove sorgeva il palco su cui si esibirono Wanda Osiris, Franco e Ciccio e persino la leggendaria Mata Hari.

Giunto dalla parti di Piazza Politeama, comincio a gironzolare intorno a Via XX Settembre nell’area che ospitò la grande Esposizione Nazionale del 1891. I posti sono pochissimi e tutti presidiati dall’abusivo di colore con il mazzetto di biglietti del “Gratta e parcheggia”. Verrà da lontano, eppure ha fatto presto ad integrarsi nella città del sopruso. No, questa volta non cederò al ricatto accettando di pagare un doppio balzello. Mi inabisso in un parcheggio sotterraneo. La tariffa è ben evidente nel cartello affisso accanto alla guardiola del custode: 2 Euro/ora (non frazionabile). Sono le 17,30 precise: ho tempo per godermi una breve passeggiata per le vie centro in un tiepido pomeriggio di tarda primavera.

Passo da Via Villareale davanti alla casa che vide crescere mio padre e mi pare di ascoltare i boati delle bombe che distrussero la Clinica Candela lì di fronte. Dopo Via Ruggero Settimo, finalmente vedo la mole del Teatro Massimo che si staglia in tutto il suo splendore. Ripenso con un sorriso a Ferruccio che se ne è andato da dieci anni esatti e che all’apertura del Teatro dedicò tutto se stesso. Lo spazio esterno al Teatro, sede del Caffé, è suggestivo. Mentre gli addetti provano i microfoni, mi siedo a un tavolino e osservo gli affreschi con i festoni che arricchiscono le pareti della zona interna. Mi tuffo nell’atmosfera della Belle Epoque: m’immagino seduto lì a godermi la specialità della casa, la granita al gelsomino, con un cappello in testa e il bastone con l’impugnatura d’avorio e la lama a scomparsa in punta che mio nonno mi mostrò da bambino con un pizzico di complicità. A riportarmi alla realtà, lo schiamazzo di una canzone neo-melodica che inquina l’atmosfera che respiro molto più del gas di scarico dell’automobile da cui si diffonde.

Finalmente, inizia la presentazione del libro. Sono presenti storici di fama e soprattutto c’è l’autore. Con lui condivido il mestiere e la passione per la storia della nostra città e per la scrittura. Mi chiedo solo come sia riuscito a giungere al suo ottavo libro mentre io fatico a rispettare questo mio appuntamento domenicale. A giudicare dalle recensioni e conoscendo il rigore storico e lo stile dell’autore, il libro si preannuncia interessantissimo. Anche in questo caso, si tratta di una caccia al tesoro: la ricerca a cavallo tra il XVI secolo, periodo della dominazione spagnola, e l’inizio del XX, proprio il periodo della Belle Epoque, di un tesoro nascosto da un ricco commerciante ebreo incarcerato, torturato e depredato dei suoi beni per ordine del Tribunale dell’Inquisizione che aveva sede a Palazzo Steri. Un libro di fantasia, eppure saldamente ancorato ai fatti storici grazie alla ricerca e alla citazione fedele delle fonti. Un saggio appassionato sulla grandiosa storia della nostra città emendato dalla noia del libro di storia.

Dopo i saluti e i doverosi complimenti, rifaccio la strada al contrario fino al garage. Sono le 19,37. L’addetto guarda l’orologio e fa: “E’ fuori tempo di 7 minuti. Sarebbero 6 Euro, ma vanno bene anche 5”. Con l’aria dell’agente di commercio che deve presentare la nota-spese alla sua ditta gli chiedo la ricevuta fiscale. E quello, con lo sguardo incredulo di chi credeva di averti fatto un grosso favore: “No, allora con la ricevuta fanno 6”. No, per una volta due cittadini a Palermo non si metteranno d’accordo per fregare tutti gli altri. Pago, accendo il motore e mi avvio verso casa. Un motorino con due ragazzi tatuati che parlano al telefono mi sorpassa da destra. E rifletto su questa nostra Palermo di splendore e di miseria, di altissima cultura e di culto dell’imbroglio e del sopruso. La Palermo dei tesosi nascosti e di quelli che fatichiamo a recuperare. La Palermo di chi ama e quella di chi disprezza ogni regola. Palermo mia, madre dolcissima e matrigna crudele.


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Commenti

    Palermo è bella perché le gioie ce le fa sudare, ce le fa cercare con tanta pazienza che quando arrivano appaiono ancora più grandi. Palermo è odiosa perché le gioie ce le fa sudare e a volte alla fine della ricerca ci mette davanti il posteggiatore, il negoziante che non fa lo scontrino, il chirurgo-primario-mafioso, il ragazzo che cerca di vendere braccialetti sotto il sole suo malgrado, i cumuli di immondizia, i monumenti chiusi nel weekend, la volante in seconda fila davanti ganci.
    Il palermitano cambia idea sulla propria città due o tre volte al giorno, ogni due o trecento metri di passeggiata.

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