CATANIA – Dobbiamo andare indietro con l’orologio fino al 24 luglio 1989. Pietro Grasso è uscito di casa per firmare alla caserma dei Carabinieri di Belpasso e non è più tornato. Solo quando alcuni esponenti del gruppo del clan di Giuseppe Pulvirenti ‘u malpassotu hanno deciso di diventare collaboratori di giustizia si è fatta luce sull’omicidio. O almeno su una parte.
Il delitto è maturato nella guerra tra i Nicotra di Misterbianco (i Tuppi) e il gruppo del Malpassotu. Il boss Pulvirenti in persona, ormai deceduto, ha puntato il dito contro Giuseppe Squillaci, detto Martiddina, che è stato già condannato per questo delitto. È stato assolto invece per questo delitto il figlio Francesco, il pentito, seppur “responsabile”.
Grasso, u fruttaiolu, è “stato fermato mentre si trovava a bordo della propria autovettura, sequestrato e ucciso e il suo cadavere poi era stato dato alle fiamme”. C’è una sfilza di vecchi collaboratori che hanno parlato di questo omicidio. Ma ancora una volta è Francesco Squillaci a ridisegnare il cerchio. E sono finiti alla sbarra Nicolò Squillaci, Giuseppe Raffa e Francesco Maccarrone.
Il figlio di Pippo Martiddina ha detto ai pm che è stato lui ad ammazzare Pietro Grasso insieme a “suo padre, Carmelo Nicolosi, Giuseppe Raffa, Aldo Raffa poi deceduto, Ferruccio Coppolino poi deceduto, Franco Maccarrone, Nicolò Squillaci, fratello di Francesco”. Il fioraio è stato “ucciso perché in carcere parlava male del gruppo degli Squillaci e si era avvicinato ai Nicotra di Misterbianco. Il mandante – ha detto il pm al gup citando le parole del pentito – è il padre, che avrebbe avuto l’autorizzazione di Giuseppe Pulvirenti. Grasso è stato ucciso mentre faceva il precorso per andare a firmare alla Stazione dei Carabinieri di Belpasso. Nicolò Squillaci – appena maggiorenne – ha finto di chiedere aiuto per la macchina in panne, Grasso l’ha fatto salire in auto e appena entrati nella cava degli Squillaci, Nicolò gli ha preso le chiavi della macchina e gli altri lo hanno tirato fuori. Francesco Squillaci ha sparato un colpo alla nuca. Il cadavere è stato buttato giù da una scarpata e per un po’ è stato coperto con dei sassi. Poi è stato bruciato”.
Al racconto del pentito si devono aggiungere le ammissioni di Giuseppe Raffa e Francesco Maccarrone. Il primo, collaboratore siracusano, ha tentato in tutti i modi di “ridimensionare le proprie responsabilità”, ha spiegato Liguori. Maccarrone è molto preciso. E indica Nicoletto Squillaci come la persona che attira nella trappola Grasso. Ma a sparare secondo Maccarrone è Ferruccio Coppolino (lo ha raccontato anche Raffa, ndr).
A questo punto Liguori ha voluto risentire Squillaci che ha ribadito: “L’ho ucciso io. Ricordo bene. L’ho voluto eseguire io quest’omicidio perché volevo fare bella figura davanti a mio padre. È stato il mio primo omicidio”. Racconti del genere fanno accapponare la pelle.
Il fratello Nicoletto ha voluto rendere dichiarazioni spontanee durante l’udienza preliminare. “Ha ammesso di avere avuto il ruolo di attirare la vittima nella cava del padre con l’inganno e, una volta sul posto, la vittima è stata uccisa dal fratello Francesco e non da Coppolino”.
Ma chiunque sia stato a sparare il colpo non “incide – secondo il pm – sulle responsabilità” degli imputati.

