La latitanza del boss e la società civile del "mi faccio i fatti miei"

La latitanza del boss e la società civile del “mi faccio i fatti miei”

È necessario riformare una coscienza della legalità

Altri tre “insospettabili” sono stati recentemente arrestati con l’accusa di avere favorito la latitanza del boss Matteo Messina Denaro. Dando per scontati i giusti riconoscimenti per magistrati e forze dell’ordine, ciò che maggiormente colpisce è il radicato clima di omertà che per trent’anni ha sostenuto la latitanza del boss. Omertà “totale” e “trasversale”, come definita dalla stessa Procura. Come dimostrano gli arresti, egli ha goduto del sostegno attivo da parte della sua rete di protezione: nessun latitante può, del resto, farne a meno. 

La vita “normale” del boss

Ma ad indurre alla riflessione è, piuttosto, come il boss più ricercato al mondo sia riuscito a condurre una vita assolutamente normale, fatta di passeggiate per strada, relazioni interpersonali, pranzi al ristorante, persino interventi chirurgici in ospedali pubblici a pochi chilometri dal suo paese d’origine. Egli ha “vissuto” per diversi anni all’interno di una comunità. La quale, per svariati motivi, non può essere criminalizzata, come pure superficialmente è stato fatto. Ma è indubitabile che se qualcuno ha pensato che quel “forestiero” avrebbe potuto essere il latitante, ha scelto di non approfondire, di non denunciare. Di non volere capire. Comprensibile, forse. Alla base, certamente, il timore di ritorsioni. 

Il silenzio dei giusti

Ma c’è dell’altro; c’è, soprattutto, quell’atteggiamento molto diffuso in vari strati della società che è l’indifferenza nei confronti di quello che non attiene strettamente alla propria vita o a quella dei propri cari: “mi faccio i fatti miei”, “ho altro a cui pensare”, “chi me lo fa fare”. Sono coloro che non partecipano, non si schierano, non prendono posizione, diffidenti nei confronti degli altri e disinteressati al benessere comune. Coloro che, magari, non mettono in atto comportamenti contrari alla civile convivenza, ma che nemmeno li combattono. Eppure, è proprio il silenzio dei giusti che deve essere temuto, piuttosto che le urla dei disonesti, come ebbe efficacemente ad affermare Martin Luther King.

La tela etica sfaldata

Su questa tela etica sfaldata, com’è facile immaginare, trovano terreno fertile la corruzione ed il malaffare; persino le disfunzioni del sistema sono accettate con rassegnazione e fatalità. E così, anche i rapporti in società risultano spesso caratterizzati da atteggiamenti di demotivazione e di tolleranza nei confronti delle irregolarità, delle furberie, delle prepotenze altrui, nella convinzione che ha lunga vita chi si fa i fatti propri. Una sottocultura che, purtroppo, ci appartiene. Gesti quotidiani che generano, nel tempo, un diffuso stato di degrado e di sfiducia. 

La mancanza di fiducia nello Stato

In questo clima, siamo pronti a puntare il dito sullo Stato, entità astratta sulla quale scaricare il nostro malcontento. In ciò c’è sicuramente del vero: spesso alla base di comportamenti omertosi, tolleranti delle altrui nefandezze, di disinteresse dinanzi a situazioni di illegalità evidente, vi è la mancanza di fiducia proprio in quelle Istituzioni che dovrebbero garantire giustizia e sicurezza. Così come vi è disinteresse alla politica, ritenuta scarsamente credibile perché condizionata per lo più da modesti calcoli di consenso elettorale e, di conseguenza, sorda alle istanze sociali.

Individualismo e autoreferenzialità

Ma non vi è una responsabilità esclusiva delle Istituzioni o della politica: vi è, soprattutto, un impoverimento della coscienza e del senso civico dei singoli. Individualismo esasperato e autoreferenzialità rendono il cittadino incapace di andare oltre se stesso determinando una riduzione della volontà di partecipazione civile, di adempimento di quegli obblighi di solidarietà che costituisce, prima ancora che un principio della nostra Costituzione, un pilastro fondamentale di ogni società democratica. Eppure, viviamo nell’ambito del deliberato e non in quello del fatalmente imposto.

L’insegnamento di J. F. Kennedy

“Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese”, verrebbe da dire, rievocando il celeberrimo discorso di insediamento a Presidente degli Stati Uniti di John Fitzgerald Kennedy. È necessario allora recuperare la qualità civile delle nostre relazioni e dei nostri comportamenti nel lavoro, nella società, nelle Istituzioni. Fortunatamente, c’è ancora chi vede, chi sente e chi parla. Esistono gli imprenditori che denunciano ed i comuni cittadini che si ribellano quando per ottenere ciò cui hanno diritto devono chiedere un favore. Ancora, ci sono tanti esempi positivi di cittadini attivi che con il loro comportamento generano fiducia verso le persone e verso le Istituzioni. 

I promotori del cambiamento

Sono costoro che devono farsi promotori di un cambiamento con il loro esempio, affinché i buoni comportamenti possano diventare la regola e non rimanere l’eccezione contribuendo ad incrementare in tal modo “la contro–società degli onesti” alla quale speranzosamente si affidava Calvino nel suo “Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”. Dalla contrapposizione alla cooperazione, dalla diffidenza alla fiducia. Per sradicare ciò che è radicato. È necessario ri-formare nei cittadini una coscienza della legalità che possa esplicarsi in società, con gli estranei, nei rapporti con le Istituzioni, con i più forti ma anche con i più deboli. È anche dalla scuola che bisogna ripartire: l’educazione ad una cittadinanza consapevole è la chiave per ricostruire un senso di comunità che si fondi sulla giustizia e che dia ai cittadini coscienza dei propri diritti e doveri.

L’importanza dei gesti quotidiani

Le migliori delle Costituzioni nulla possono se gli uomini non hanno piena consapevolezza dei propri diritti e non riempiono le leggi con il proprio comportamento, nella quotidianità dei loro gesti. E ciò vale indifferentemente per il politico, l’insegnante, il giornalista o il cassiere del supermercato. Affinché il cittadino possa consapevolmente utilizzare quelli che in un regime democratico sono i modi per contrastare distorsioni e storture: la denuncia ed il voto. Meno indifferenti, meno collusi, meno indolenti, più impegno civile avrebbero forse cambiato il corso della storia e della nostra martoriata terra.


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