Caro giornalista del ‘Giornale di Sicilia’,
Il tuo dramma coinvolge tutti noi che facciamo questo ingrato e bellissimo mestiere. Non ci sono ragioni di concorrenza, né appartenenze aziendali che possano mettere il silenziatore a una spontanea e affettuosa solidarietà in un momento così aspro. Anche perché – nota a margine – quasi tutti i cronisti di Palermo sono passati, almeno una volta, dal portone di via Lincoln e hanno praticato quel mondo.
Le notizie che si susseguono raccontano la crisi nella sua nudità: la cassa integrazione; un pacchetto di giorni di sciopero – i primi tre subito, poi gli altri sette -; l’atto di accusa del comitato di redazione: “La vertenza è iniziata lo scorso giugno e la cassa integrazione è partita dalla scorsa settimana. Nel frattempo la direzione non ha ancora comunicato il piano definitivo dell’organizzazione del lavoro che dovrà valere per i prossimi due anni”; la replica dell’editore che traccia un quadro preoccupante: “Siamo noi a non capire perché il Cdr si produca in una vistosa e dimostrabile alterazione dei fatti che fa precipitare il clima aziendale in una fase di tensione acuta e rimette pericolosamente in discussione gli accordi raggiunti, assumendosi responsabilità gravi su involuzioni che la crisi generale subita duramente dal nostro settore, in tutto il paese, potrebbe rendere inevitabili pure nella nostra azienda”.
Tutto, purtroppo, ha i contorni del ‘già visto’, prima di una catastrofe che speriamo non si verifichi mai. Per le persone, per i bravi professionisti di via Lincoln. E perché il ‘Giornale di Sicilia’ ha raccontato Palermo, ne è stato la voce – tra periodi di splendore e altri di opacità – e ne ha rappresentato la coscienza civile più intima. Sarebbe imperdonabile perdere un patrimonio talmente rilevante della storia di tutti.
Ma la solidarietà non è l’unico aspetto del problema: una crisi del genere non accade mai solo per colpa di un destino ineluttabile.
C’è ovviamente una difficoltà conclamata dell’informazione in genere. I quotidiani di carta soffrono la concorrenza dei giornali online che pubblicano prodotti di buona fattura, in tempo reale, senza costi per il lettore. D’altra parte la notizia che corre sul web non è riuscita ancora a inquadrare un modello di sviluppo garantito per tenere insieme gratuità e profitti. Si procede per tentativi, cercando l’alchimia giusta. Ma un simile contesto non è per forza tragico, se stimola le idee e l’impegno.
Il Gds somiglia, da anni, a una farfalla cristallizzata nel suo bozzolo. Ha sacrificato la sua meglio gioventù nel limbo di un precariato senza fine: una porticina stretta che – se la attraversi – vai immancabilmente a sbattere la testa. Alcuni se ne sono andati, cercando fortuna sotto differenti bandiere: il giornale che li aveva formati ha deciso di darli via, negando ogni possibilità di stabilizzazione e di rinnovamento, nel segno della qualità. Alcuni sono cresciuti, sbattendo ripetutamente contro quella porticina. Hanno il cuore pieno di lividi e il coraggio della gioventù invecchiata che non ammaina la speranza.
C’è anche dell’altro. La ‘corazzata di via Lincoln’, da decenni – trentatré anni, per l’esattezza – segue la rotta dettata da un vertice immutato e immutabile. La città ha cambiato fisionomia. Eppure, il ‘suo giornale’ ha continuato a stampare se stesso con l’inchiostro di sempre. Per usare una semplice metafora: come il simpatico personaggio che pretenderebbe di telefonare da una cabina nonostante gli smartphone e gli iPad abbiano smantellato quella forma di comunicazione e i suoi rispettivi contenuti.
Ed è una questione che chiama in causa una classe intellettuale, un corpo vivo – che magari aveva pensieri innovativi, mondi diversi da scoprire – incollati alla consuetudine di ‘fare il giornale’ nella stessa maniera, nonostante tutto. Così si rischia di diventare come il gettone che vaga solitario in cerca di una cabina.
Caro giornalista del ‘Giornale di Sicilia’ in sciopero, meglio fermarsi qui. Siamo sicuri che tu sia consapevole dei motivi di una crisi. E non vogliamo aggiungere altri pesi al tuo comprensibile smarrimento – che è anche il nostro – se non la leggerezza dell’affetto.

