Palermo in penombra mette tenerezza. C’è un profumo di zagara tra catrame e puzza. Un filo sottile e disperso. Quattro passi fino a Palazzo delle Aquile. All’angolo con corso Vittorio c’è un uomo a terra, alle otto e mezza della sera. Ha lo sguardo stralunato e non riesce a parlare. Ha la maglietta lacera. La polizia tenta un primo soccorso. I ragazzi della Gesip accorrono. Sono lì per protestare con civiltà, perché la loro vita è appesa a un filo.
Li hanno trattati come appestati, come se fossero gli unici responsabili dei guai di Palermo. Come se appartenessero al sacro ordine dei magnaccia. Si sono fermati un giorno. Strutture in tilt. Mobilitazione straordinaria. Manca solo la sirena. Siamo sicuri che i ragazzi della Gesip non servano proprio a niente? Domenico Di Fatta, preside dell’istituto “Falcone” dello Zen si rammarica al telefono: “Dovevamo incontrarci con gli alunni della ‘Garzilli’ per una importante iniziativa insieme. E’ saltata. Non c’è il personale”. Questi sono i fatti. E posiamo una mano sulla coscienza dei nostri processi sommari. In una città allo sbando, perché proprio la Gesip dovrebbe risultare perfetta? L’uomo sul marciapiede non riprende quasi conoscenza. Dieci minuti dopo l’ambulanza lo soccorre.
A Sala della Lapidi si parla della famosa delibera. Polizia e vigili presidiano lo spiazzale. Non c’è bisogno. La Gesip – la chiamiamo come se fosse una creatura di carne e disperazione – è calma, tanne qualche raro momento. Mostra una compostezza che va elogiata. Non lascia alibi al potere. La lapidi della sala recano le stimmate dei nostri eroi. Via D’Amelio. Pio La Torre. Libero Grassi. E Gianni Borgese che terminò la sua vita, combattendo “sulle balze del Trentino”. Qualche consigliere si affaccia alla finestra. Ogni volta, quando una testa fa capolino, qualcuno grida: “Latri!”. La distanza è grande tra le formichine laggiù e coloro che ne dispongono le sorti quassù. Diego Cammarata è il convitato di pietra. Si sussurra di vicine dimissioni. Il sindaco è un fantasma. Non piace, logicamente, a coloro che lo avversano dal primo minuto. Ma non piace più nemmeno a quelli che lo sostennero. C’è una campagna elettorale da friggere. Diego Cammarata è già un ricordo ingombrante. Tutti vorrebbero che se ne andasse, per la salvezza della sua anima e delle anime in pena del Palazzo.
Un commesso con la faccia di Tony Servillo affronta stoicamente la notte di incombente baruffa: “Ormai ho cinquantacinque anni. A trenta era diverso..”. Nelle pause, i consiglieri chiacchierano come vecchi amici. Si dividono crackers. Immediato il lampo delle brioches di Maria Antonietta. Durante le operazioni si insultano. Si capisce che in fondo scherzano. Finché possono giocare, giocheranno. Sempre meglio che trovarsi dall’altra parte della barricata. La parola più abusata è “democrazia”. Un’altra finzione. E’ brandita come una bestemmia, come un insulto contro l’avversario del momento. Ognuno la invoca. Nessuno è disposto a concederla. La frase della serata: “Se qualcuno vuole giocare con le prenotazioni degli altri..”, a proposito degli interventi. Sì, giocano. E gridano: “Democrazia!”. Non c’è differenza.
C’è chi propone di aprire le porte al popolo. C’è chi respinge l’offerta per evitare pressioni. La scena complessiva richiama i riti un’assemblea tribale del Burkina Faso. Eppure, ai cancelli del regno c’è la Polizia Italiana a difendere gli eroi dello scazzo municipale. Presi a uno a uno, tornano persone, con un registro semplice della sensibilità. Uno mormora: “Mi vergogno”. Infine, si alza un consigliere. Dicono che sia quasi cieco. Infatti vede più lontano. L’Omero di Sala delle Lapidi inanella una canzone dignitosa di solidarietà e vicinanza. E’ il minuto magico. Un grammo di unguento sulla cicatrici.
E’ tempo di tornare alla macchina. Il cielo si è vestito di fresco. All’angolo con corso Vittorio l’uomo caduto a terra non c’è più. Ma io ho ancora i suoi occhi, gli occhi morenti di Palermo, stampati sul cuore. Ho addosso la maglietta lacera e il respiro affannoso del mio fratello di questa notte.
