Per oltre quarant’anni il mio lavoro è iniziato quasi sempre davanti alla porta di una casa. L’ho varcata centinaia di volte. Ogni volta sapevo che dentro non avrei trovato soltanto un paziente, avrei incontrato una famiglia, una moglie che non dormiva da settimane, un marito che tratteneva le lacrime per non spaventare i figli, un anziano che continuava a chiedere scusa perché si sentiva diventato un peso. E qualche volta un bambino capace ancora di sorridere mentre gli adulti avevano già smesso di farlo.
Entrando in quelle case ho imparato una verità che nessun manuale di politica insegna: una comunità si giudica da come accompagna chi è più fragile. È lì che rivela il proprio volto.
È per questo che oggi penso che la politica abbia bisogno di riscoprire una parola quasi scomparsa dal suo vocabolario: cura. Non la cura come prestazione sanitaria, ma come principio della convivenza civile. Prendersi cura delle persone, delle relazioni, dei quartieri, della scuola, dell’ambiente, del lavoro, della sanità pubblica, delle famiglie, di chi nasce, di chi invecchia, di chi vive una disabilità, di chi è rimasto solo. Perché il contrario della cura non è la malattia. Il contrario della cura è l’abbandono. Ed è proprio l’abbandono la malattia civile più grave del nostro tempo.
Le cure palliative mi hanno insegnato anche un’altra parola che la politica sembra avere dimenticato: limite. Viviamo in un tempo nel quale tutti promettono tutto. La politica è diventata troppo spesso una competizione a chi offre l’illusione più seducente. La medicina, invece, educa alla verità. Ci insegna che non tutto può essere guarito, ma tutto può essere curato.
Riconoscere un limite non significa arrendersi. Significa assumersi la responsabilità di ciò che è possibile fare. Anche la politica dovrebbe ritrovare questa umiltà e dire la verità ai cittadini, smettere di alimentare aspettative impossibili, scegliere con serietà le priorità. Ogni promessa irrealizzabile genera una delusione e ogni delusione allontana un cittadino dalla democrazia e dal voto.
C’è poi una terza lezione che considero la più importante. Nelle cure palliative nessuno cura da solo. Il medico non basta, come non bastano l’infermiere, lo psicologo, il fisioterapista, l’assistente sociale o il volontario. Funziona soltanto il lavoro di equipe e funziona non perché tutti siano uguali, ma perché ciascuno porta competenze, esperienze e sensibilità diverse. La diversità non è un ostacolo ma una risorsa. L’unità non nasce dall’uniformità, ma dalla capacità di mettere le differenze al servizio di un obiettivo comune.
Forse la politica dovrebbe imparare proprio da questo. Le grandi questioni del nostro tempo non sono né di destra né di sinistra. L’invecchiamento della popolazione, la denatalità, la crisi della sanità pubblica, la non autosufficienza, la salute mentale dei giovani, le disuguaglianze, la povertà educativa, la transizione ecologica, la solitudine sono ferite aperte della nostra società e davanti a una ferita la prima domanda non dovrebbe essere: «Di chi è la colpa?». Dovrebbe essere: «Chi comincia a curarla?».
Quando sono entrato in Parlamento non ho mai pensato di cambiare mestiere. Ho semplicemente cercato di continuare a fare il medico in un luogo diverso. Perché curare significa anzitutto ascoltare, comprendere, costruire fiducia. Anche la politica dovrebbe fare questo, aprendosi davvero alla società civile. Il sapere non appartiene ai partiti. Vive nelle persone, nei professionisti, nei volontari, negli insegnanti, negli imprenditori, negli amministratori locali, nei ricercatori. Vive in chi ogni giorno affronta problemi concreti.
Vorrei concludere tornando a quella porta da cui sono partito. Ogni volta che esco dalla casa di una persona assistita mi volto un’ultima volta. Non perché pensi che tutto sia risolto perché so bene che non lo è. Mi volto perché so che quella famiglia continuerà un cammino difficile, ma spero che lo farà senza sentirsi più sola.
Forse questa dovrebbe essere l’ambizione più alta della politica: non promettere che tutto andrà bene, ma fare in modo che nessuno affronti da solo ciò che la vita gli mette davanti. Se dovessi riassumere la mia idea in una sola frase direi questa: la politica deve smettere di chiedersi soltanto come conquistare il potere e ricominciare a chiedersi di chi deve prendersi cura.
Una buona politica non elimina tutte le sofferenze, rende però una comunità abbastanza umana da attraversarle insieme. Le istituzioni dovrebbero tornare a essere la casa comune nella quale nessuno viene lasciato indietro. Perché una democrazia è davvero forte non quando prevalgono i più forti, ma quando anche i più fragili si sentono parte della stessa comunità.
Per quarant’anni ho imparato che la cura non è un settore della medicina. È un modo di guardare l’essere umano. Oggi sono convinto che dovrebbe diventare anche un modo di guardare la politica.
La politica della cura non è uno slogan ma è un criterio con cui giudicare ogni scelta pubblica. Significa domandarsi, prima di ogni legge, di ogni riforma, di ogni investimento, chi sarà protetto, chi rischia di essere escluso, chi resterà solo.
Se questa domanda tornerà al centro della vita pubblica, avremo restituito alla politica la sua ragione più profonda: prendersi cura della comunità.

