Le scene di una tragedia mostrano il recupero dei corpi sul molo Favaloro, a Lampedusa. Diciannove persone migranti morte e sbarcate, uccise dal freddo, dagli stenti. Altri sono gravissimi. Bambini senza più madri. Genitori senza più figli.
La strage che abbiamo raccontato ha un bilancio complessivo pesantissimo, è stato scritto, secondo i codici della quantità. Ma anche una vittima sarebbe stata troppo. Esiste un senso del dolore che unisce i viventi, rendendosi riconoscibile, nei perimetri dei sentimenti normali, quando dirompono i lutti.
Poi ci sono le faccine che ridono. Poi ci sono i commenti nella tempesta dei social. Il simbolo stilizzato del viso ridens campeggia a margine della tremenda notizia in più di una occasione.
Né mancano le osservazioni di chi, in calce alle vicende di una umanità naufragata, ripercorre il repertorio consueto: ‘Perché non stavano a casa loro? Perché dobbiamo soccorrerli con i nostri soldi? Sapevano che rischiavano…’. Etc etc.
Il dramma risiede senza dubbio nello specifico di un vasto e irricevibile commentario. Però, adesso, la vera urgenza è combattere la rassegnazione.
Ci siamo abituati anche a questo. Non ci dispiace più. Nemmeno ci arrabbiamo più, né ci facciamo caso. Alziamo le spalle. Ci sono i morti e qualcuno appone la faccina sghignazzante? Che vuoi che sia… E’ già successo. Accadrà ancora.
Ci siamo assuefatti a tutto, perfino al peggio. Camminiamo frastornati in un frangente veramente complicato. Ognuno è smarrito dentro il suo naufragio, alla ricerca di un approdo. Abbiamo dimenticato che i sentimenti giusti e condivisi rappresentano l’unico orizzonte possibile.
Eppure basterebbe ricordare le parole e i principi di un tempo. Non disperdere un patrimonio umano, per tornare a opporre la giusta resistenza contro la deriva. Non c’è altra salvezza.
Forse, sarebbe sufficiente rammentare un limpido verso dell’immenso Franco Battiato. “Ma non vi danno un po’ di dispiacere quei corpi in terra senza più calore…”. La canzone era ‘Povera patria’. Appunto.
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