Palermo, e con essa buona parte della Sicilia, sembra ripiombata in un clima di paura e oscurità violenta. La mafia decapitata dei suoi vecchi capi storici non è scomparsa, si riorganizza, si adatta e torna a premere con il racket e il pizzo sui commercianti onesti che rifiutano di piegarsi. È doloroso scriverlo proprio il giorno in cui ricordiamo la strage di via D’Amelio.
L’antimafia delle illusioni
Negli ultimi mesi si sono moltiplicati episodi inquietanti: spari intimidatori, bottiglie incendiarie, minacce esplicite con armi da guerra. Il messaggio è chiaro, chi non paga rischia la propria attività se non la vita. Di fronte a questa recrudescenza va riconosciuto senza esitazioni l’impegno costante ed efficace delle forze dell’ordine e della magistratura. Operazioni mirate, arresti, processi che continuano a colpire clan, boss e gregari. Eppure, proprio questo contrasto rende ancora più evidente il quasi fallimento di altre componenti dello Stato e della società. La politica e i partiti, infatti, appaiono in grave ritardo.
Poco si è fatto in questi anni per estirpare le cause profonde che continuano ad alimentare il “fascino” perverso della mafia tra i giovani delle periferie abbandonate: disoccupazione, degrado urbano, mancanza di prospettive educative e lavorative. Invece di colmare i vuoti dobbiamo fare i conti con il coinvolgimento di esponenti politici in inchieste pesanti su contiguità e intrecci tra mafia e istituzioni. C’è di più. Occorre porsi una domanda scomoda: a cosa è servita l’antimafia che abbiamo conosciuto finora? Quella fatta di manifestazioni, comitati, retorica pubblica, associazioni talvolta trasformate in strumenti di potere o di carriera.
Il bilancio sul piano sociale
Al di là dei risvolti penali che hanno travolto persino icone dell’antimafia, il bilancio sul piano sociale, culturale e istituzionale appare deludente. Se un qualche risultato vi è stato il merito è della scuola, dei tantissimi insegnanti che si spendono per un’educazione alla legalità con abnegazione e convinzione. Per il resto, non si è inciso in maniera significativa e definitiva sul tessuto profondo della comunità. La mafia cambia pelle, ma l’antimafia sembra spesso ferma all’immagine di sé stessa. Espressioni forti, durissime sono arrivate in questi giorni dall’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, nel tradizionale discorso alla città durante il Festino di Santa Rosalia.
“La peste è tornata”, ha denunciato con chiarezza profetica, parlando di ferite mortali per il corpo sociale cittadino. Ha definito la mafia “stupida e meschina”, un potere dannoso contro cui Palermo e la Sicilia intera devono testimoniare unità invitando ognuno di noi a una missione per respingere ogni forma di rassegnazione o complicità.
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Parole che risuonano come un campanello d’allarme e una sferzata alla coscienza collettiva. Non è più tempo di celebrazioni autoreferenziali, né di un’antimafia buona per convegni e finanziamenti ma impotente di fronte al ritorno del pizzo e della violenza. Serve un cambio di passo radicale: più investimenti nelle periferie, più legalità economica, più cultura che smonti il mito mafioso tra i giovani e, soprattutto, una politica finalmente libera da ambiguità e attaccamento malato alle poltrone.
Altrimenti, l’antimafia rischierà di rimanere l’ennesima illusione italiana, un racconto consolatorio mentre il crimine, organizzato e non, torna a imporre la sua legge brutale. Santa Rosalia, ribelle e coraggiosa, ci invita a risvegliarci. Ascoltarla o continuare a fingere? La risposta, oggi, non può più essere rinviata.




