Padre Daniel Moraru l’ha detto con la forza della verità ai funerali di Maria Grazia Modesto – Mari, per i tanti che le volevano bene – vittima di un incidente stradale all’Addaura. L’ha detto con una dolce fermezza, questo religioso dell’Est, convinto che la sua missione consista anche nell’indicare una via difficile: “Ragazzi, state attenti. Troppi giovani muoiono per strada. Alcuni, non era il caso di Maria Grazia, bevono. Altri non ascoltano i segnali del corpo e si mettono alla guida. Ragazzi, non rischiate, non ne vale la pena”.
Bisogna dunque riflettere, oltre il dolore. Sappiamo che Maria Grazia Modesto non era portata all’eccesso perché – raccontano – era una piccola donna assennata e seria. E non vogliamo entrare nel merito di ciò che è accaduto: poco conosciamo e indagare non avrebbe senso, significherebbe rovistare nell’anima straziata di genitori, familiari e amici. Ma possiamo prendere le parole di Daniel e usarle come monito, come segnaletica della prudenza. State attenti. La vita è bellissima e fragile. Non ci vuole niente a perderla, quando pensi che sia saldamente stretta nelle mani, proprio come un volante.
Ci sono eventi incontrollabili che conducono una persona alla fine del suo percorso. In altri frangenti. non esiste la garanzia assoluta della sicurezza, eppure possiamo usare delle precauzioni, pensando soprattutto a coloro che amiamo.
Non ce la facciamo più a raccontare le storie di ragazzi strappati alla vita per colpa di una curva e della velocità di gioire e di vivere che diventa fretta. Non resistiamo più a guardare le facce dei genitori, per scrivere parole su un taccuino. Sono facce che ricordiamo tutte e che somigliano al lutto scolpito nei lineamenti del papà e della mamma di Maria Grazia, un uomo e una donna coraggiosi e bravi che hanno trovato la forza di stringersi per mano e pregare. Pregare per l’anima di una figlia. Pregare e ringraziare per il dono di averla avuta, nonostante la mutilazione.
Facce che si somigliano e si rincorrono, con sopra stampato lo stesso percorso terribile. C’è l’incredulità bruciante di chi magari è stato svegliato di soprassalto per ascoltare la notizia della fine del mondo. All’inizio prevale lo stupore. Il non credere verosimile quello che gli altri ti stanno comunicando. Presto, lo stupore lascia spazio alla sofferenza che spiana e demolisce, fino all’ultimo avamposto di felicità. E’ un meccanismo inesorabile che abbiamo ravvisato sul viso dei signori Modesto, nella chiesa del Sacro Cuore alla Noce e in tutte le circostanze in cui a morire è un figlio. Da cronisti abbiamo imparato – vedendolo con i nostri occhi – che la verità tramandata da sempre è semplicemente e crudelmente vera: non c’è dolore più grande della morte di un figlio o di una figlia.
Vorremmo che la lacrime di tutti i padri e le madri che hanno perso un ragazzo o una ragazza in un incidente fossero racchiuse in un video e mandate in giro per le scuole, come suprema esperienza didattica. La tragedia può essere un po’ utile, nel suo marasma di afflizione, solo se reca con sé la lezione della saggezza. Ragazzi, pensateci a quelle lacrime. Immaginatele. Immaginate cosa sarebbero per chi vi ha dato la vita e vi ama come la propria vita. Mettetele da parte, perché sono un utile promemoria di paura e accortezza. Paura di perdersi. Accortezza di salvarsi. Questa vita donata è fragile, bellissima. Basta un attimo fuggente per non trovarla più.

