PATERNÒ (CATANIA) – Pizzo, traffico di droga, il controllo delle aste pubbliche per beni in vendita, tentativi di scambi con la politica. In città la mafia risponde alle regole del clan Laudani di Catania. I capi, secondo il gup di Catania Anna Maria Cristaldi, sarebbero due: Vincenzo Morabito e Natale Benvenga.
È stata depositata, con le motivazioni., la sentenza di rito abbreviato. Il dispositivo fu letto il 5 novembre. Dalla lettura delle motivazioni emerge chiaramente il dato: i due sono ritenuti capi. Il caso riguarda il gruppo mafioso dei Morabito-Rapisarda, affiliato, per l’appunto, ai cosiddetti ‘mussi i ficurinia’, uno dei gruppi-satellite della galassia mafiosa dei Santapaola Ercolano. La sentenza di primo grado ora è in via di impugnazione da parte dei difensori.
I condannati sono quattordici. La pena più alta riguarda per l’appunto a uno dei presunti capi, cioè Morabito, a cui sono stati inflitti 15 anni 4 mesi di reclusione. La mafia di Paternò, emerge, è un gruppo forte, che controlla un vasto giro di droga, tenta di intrufolarsi nelle aste pubbliche e di fare affari con la politica. Sono stati ritenuti colpevoli di un’accusa – voto di scambio politico-mafioso – che è ancora tutta da dimostrare anche in primo grado, invece, per altri imputati.
L’ipotesi di voto di scambio
Morabito e Benvenga, infatti, sono stati condannati per una ipotesi che è contestata in concorso con il sindaco Nino Naso e l’ex assessore Salvatore Comis. Questi ultimi andranno a giudizio il 31 marzo. A Benvenga sono stati inflitti 17 anni 8 mesi. Tra i reati vi è per l’appunto il capo 17 d’imputazione. L’ipotesi di voto di scambio contesta a Morabito e Benvenga di aver avrebbero agito “quali esponenti dell’associazione mafiosa clan Laudani intesi “Mussi i ficurinia”, gruppo di Paternò”.
A Morabito è contestata l’accusa di associazione mafiosa per un periodo piuttosto lungo, dal 2015 al 2022. Con l’aggravante di aver diretto il clan. L’inchiesta è stata coordinata dai pm Tiziana Laudani e Alessandra Tasciotti, coordinati dal procuratore aggiunto Ignazio Fonzo. L’inchiesta, nell’aprile del 2024, era sfociata nella cosiddetta operazione Athena, condotta dai carabinieri di Paternò. I carabinieri hanno stretto il cerchio sugli affari del cosiddetto gruppo dei Morabito-Rapisarda.
Le aste truccate
Le indagini riguardarono il periodo da dicembre 2019 a luglio 2022. Un imprenditore, nel corso di una procedura di vendita senza incanto di un immobile all’asta, sarebbe stato bloccato da alcuni soggetti ritenuti appartenenti al clan “Morabito-Rapisarda” che lo avrebbero minacciato per farlo ritirare dalla gara.
Le successive indagini avrebbero consentito di evidenziare proprio gli interessi dell’organizzazione mafiosa. Interessi nel controllo sistematico e capillare dell’aggiudicazione delle aste giudiziarie di immobili in provincia di Catania. Prevalentemente nel territorio paternese. E, in un’occasione, anche in provincia di Siracusa. Il blitz, come detto, risale all’aprile di due anni fa.
I rapporti con i Santapaoliani
Il giro di affari, che coinvolgeva anche altre tipologie di operazioni immobiliari, avrebbe garantito consistenti guadagni, con compensi commisurati al valore del bene sul mercato immobiliare. Compensi che, in certi casi, sarebbero stati condivisi, a riscontro dell’esistenza di un patto di “coabitazione” con il clan Assinata, articolazione territoriale della famiglia di cosa nostra catanese “Santapaola-Ercolano”. Tra i retroscena dell’inchiesta, infatti, figurano i contatti con il clan storicamente contrapposto degli “Assinnata”.
Il traffico di droga
Il gruppo dei Morabito Rapisarda sarebbe stato dedito pure al traffico di marijuana, ma non solo. L’avrebbe controllato con una struttura ben organizzata e delineata nella ripartizione dei singoli ruoli. Il clan avrebbe avuto un’articolata rete di rapporti criminali sul territorio catanese.
Rete che gli garantiva dei canali di approvvigionamento dello stupefacente, proveniente da consorterie operanti a Catania e ad Adrano. E anche il settore degli stupefacenti, utilizzato come fonte di “entrate” per la “cassa comune”, sarebbe stato gestito con metodo mafioso.

