PALERMO – Crocetta oggi incontrerà tutte le forze politiche della sua maggioranza. Il segretario del Pd Raciti a sua volta vedrà alcuni alleati di governo, tra cui gli esponenti del Psi e quelli del Pdr di Totò Cardinale. Alleati che nelle prossime ore si riuniranno tra loro, all’interno dei gruppi parlamentari o delle segreterie regionali. Ciascuno a modo loro metterà giù schemi e buoni propositi. E anche, magari, l’elenco delle nuove riforme che cambieranno il volto alla Sicilia. Identico, ovviamente, a quello stilato in occasione del primo, del secondo, del terzo governo di questa legislatura.
La danza è sempre la stessa. Un passo di qua, uno di là, per restare allo stesso posto. Al governo. A capo di qualche assessorato. Da dove muovere i fili dei finanziamenti, delle autorizzazioni. Luoghi da cui lanciare annunci di nuove assunzioni, di uno sviluppo che non arriva mai. La danza infatti è attorno al vuoto. Attorno a una voragine nella quale la Sicilia è sprofondata ormai, numeri alla mano. Una voragine che si specchia in quella del bilancio regionale, dove gli apparenti interventi di moralizzazione e di lotta agli sprechi non sono serviti a sistemare nulla. Mancano due miliardi. E se Roma non apre la borsa, migliaia di siciliani non avranno più un lavoro.
Eppure si danza, come se non fosse tutto già deciso. Come se non bastasse, oggi, inviare un sms al governatore col nome dei nuovi assessori. Calcolati minuziosamente sulla base della presenza a Sala d’Ercole. Magari con qualche “correzione” apportata dalla nomina al vertice di una commissione palramentare, o nel consiglio di presidenza dell’Ars.
E invece, a leggere le dichiarazioni dei protagonisti questa operazione pare tutta un’altra cosa. Come se alla fine non si trattasse di un semplice gioco di potere. Che ha un orizzonte immediato e uno proiettato nel vicinissimo futuro: le prossime elezioni regionali. Quelle in occasione delle quali tutti, dal Pd renziano a quello siciliano, passando per i tansfughi che hanno sposato la rivoluzione incuranti del voto popolare e per finire a ciò che resta del centrodesta, attendono la valanga grillina, nutrita proprio da questi balletti, da queste operazioni da prima Repubblica, da queste consultazioni che puzzano di accordo sottobanco, o di abbraccio di fronte al disastro inevitabile. E nei confronti del quale, forse, è meglio unirsi. Tutti quanti. Contro un Movimento cinque stelle che sembra guadagnare consensi senza muovere un dito. E il cui successo in Sicilia potrebbe avere ripercussioni enormi anhce in vista delle elezioni nazionali.
Ma almeno si abbia, per una volta, il coraggio di dirlo apertamente. Perché i siciliani a questa propaganda ormai non credono più. Lo stesso governatore, ieri, ha applaudito il suo partito che “ha bloccato operazioni avventuriere”. Cioè ha evitato, per intenderci, che si restituisse, in primavera, la parola ai cittadini. Che eppure, per un rivoluzionario, dovrebbe essere tutto tranne che una “avventura”, un azzardo. E invece, ecco palate di “politichese”, di richiamo al “senso di responsabilità” per una Sicilia che ha bisogno delle riforme. Le solite riforme. Quelle, cioè, che in tre anni questo governo e questo parlamento sono stati incapaci di portare a termine. Nel migliore dei casi, da Palazzo d’Orleans e da Sala d’Ercole sono usciti obbrobri, bocciati clamorosamente dallo Stato che ha cassato e, di fatto, riscritto le norme regionali. Ecco, le stesse persone che per tre anni hanno fallito in tutto, ritengono sia “responsabile” rimanere lì, attaccati alla poltrona, “per il bene dei siciliani”, ovviamente. Quando questo richiamo al bene pubblico suona ormai, chiaramente, come una presa in giro per i lavoratori senza stipendio, per le imprese a cui vengono sottratti i fondi per lo sviluppo, per ogni settore di un’Isola martoriata sì, dai governi precedenti, ma alla quale questo Rosario di fallimenti ha dato il colpo di grazia.
E invece, sono tutti lì. Anzi, crescono. Perché in queste ore – domani si riunirà il gruppo parlamentare per prendere una decisione – persino Ncd dovrà sciogliere le riserve. Anche loro, verso la giunta del “tutti dentro”, per stare “tutti in piedi”. Tutti all’interno di un calderone nel quale gli ingredienti più disparati (ex cuffariani, fedelissimi di Lombardo, berlusconiani della prima ora, miracolati dei listini) servono solo a preparare la pozione che ristorerà il governatore durante quella che è, chiaramente, una agonia politica. Che rischia di non riguardare solo lui.
Perché il governatore che vede nel voto anticipato una “ipotesi avventuriera”, considera una scelta responsabile quella di cambiare il quarto governo in meno di tre anni. Sfiduciare politicamente gli attuali dodici assessori in giunta. Quelli, per non dimenticare, che composero la giunta “di alto profilo”, della “svolta”. Quella che spinse il presidente a dichiarare: “Adesso lavoriamo, non possiamo fare un rimpasto ogni anno”. Ed esattamente un anno è passato. E siamo vicinissimi al nuovo rimpasto. Vicini al cinquantesimo componente della giunta in 36 mesi.
Tutto per il bene dei siciliani, ovviamente. Perché sulla spudoratezza è stata stesa la vernice delle buone intenzioni di chi, appunto, solo intenzioni ha mostrato finora. E nessun risultato. Se non quello di trasformare la Sicilia in una enorme voragine. Attorno al quale organizzare la nuova, solita, stanca danza del rimpasto.

