E adesso almeno i candidati consiglieri potranno stamparsi i facsimile. Con i responsi della giornata di ieri il quadro delle candidature per l’elezione a sindaco si è finalmente chiarito, almeno nel centrodestra. Il centrosinistra, intanto, resta alle prese con ricorsi, garanti, guerriglie verbali e annessi e connessi. A destra, invece, alla fine di uno spettacolo degno del circo Barnum, si è arrivati a una soluzione. Dopo colpi di scena e insulti, al termine di una specie di gioco dell’oca che aveva assunto contorni quasi grotteschi, il Pdl ha finalmente messo le carte in tavola, accodandosi a Udc e Grande Sud sul nome di Massimo Costa. La candidatura di Francesco Cascio, brandita nei giorni scorsi con non troppa convinzione, è tornata in soffitta e i berluscones hanno perfezionato lo scippo del candidato che era stato investito da Fli e Mpa. Finiani e Lombardo a quel punto hanno dovuto mettere sul tavolo la candidatura di Alessandro Aricò, sfidando la coalizione Pdl-Udc-Grande Sud nel nome dell’anticammaratismo, con, ironia della sorte, un candidato che è stato assessore di Cammarata. Il Pid, dal canto suo, è rimasto fuori dalla coalizione, puntando su Marianna Caronia, stoppato dai veti dei fratelli coltelli dell’Udc. Fine primo atto.
Una cosa è certa, di Palermo poco si è parlato. A 55 giorni dal voto, lo spettacolo offerto dai palermitani fin qui si è limitato, in tutti gli schieramenti, a un’infinita faida nella quale si sono miscelate vendette politiche, regolamenti di conti, giochini di potere legati alle ambizioni personali dei singoli. Un clima avvelenato, alla faccia degli intenti di pacificazione sbandierati in questi giorni. Un clima che almeno in parte è anche un frutto avvelenato di quello che si potrebbe definire “lombardismo”. Tramontato il “cuffarismo”, dei baci e delle strette di mano dispensati con leggerezza, la politica siciliana negli ultimi anni è entrata in una fase nuova, in cui i tempi sono stati dettati principalmente da un ingombrante protagonista, Raffaele Lombardo. Che ha fatto del divide et impera la cifra del suo regno, giocando a spaccare in casa d’altri, incuneandosi nelle divisioni interne ai partiti altrui. Un sistema che ha prodotto in questi anni un generale incattivirsi della politica, alimentando sospetti di doppiogiochismo in ogni dove, con gli esiti devastanti che questa prima, desolante, parte di campagna elettorale pone sotto gli occhi di tutti. Un contesto nel quale, in queste elezioni palermitane, una volta tanto è stato Raffaele Lombardo a pagare pegno, ritrovandosi isolato, con l’alleato di ferro Fini, fuori dal blocco di centrodestra che alla fine della fiera s’è compattato su Costa. Ma il governatore non è solo. L’altra vittima illustre, in queste elezioni palermitane, a oggi sembra essere il centrosinistra. Che dopo un decennio di malgoverno della destra si trovava a battere un rigore a porta vuota. E che con le sue lotte fratricide (consumate, guarda un po’, proprio sul crinale che divide antilombardismo e filolombardismo), rischia ancora una volta di finire gambe all’aria.

