Nel corso di una intercettazione, in cui, secondo le accuse, si sarebbe discusso di favori, si potrebbe annotare il seguente sussurro: “Ho un convegno della giornata della trasparenza e devo partecipare. Sto partendo per Palermo”. Domanda: “Ma che convegno? Sulla trasparenza, sull’anticorruzione?”. Risposta: “La Regione lo fa domani, per la prima volta. Mi ha chiesto di partecipare e mi tocca fare ‘sta rottura di palle, perché me la sarei risparmiata volentieri”.
E nessuno può incolpare di alcunché, nemmeno sul lato morale – su quello penale sarebbe cortesia attendere le sentenze – i magistrati che chiacchierano – secondo le cronache di riferimento, l’ex presidente del Cga Raffaele de Lipsis e l’attuale, Claudio Zucchelli – confluiti nei faldoni della famosa inchiesta per una presunta corruzione in tema di trasporti marittimi. E da lì scivolati nelle orecchie del Grande Fratello giudiziaro, per rotolare, poi, sulle pagine dei giornali (per la cronaca: De Lipsis è indagato, Zucchelli no). Le intercettazioni compongono, oltretutto, materia delicatissima, vanno sempre contestualizzate, nonché accompagnate dalla massima cautela.
Perciò, abbandoniamo gli attori sulla scena in dissolvenza e teniamoci la battuta in chiusura di sipario: ‘sta rottura di palle. L’umanissimo riflesso difensivo di chi alza gli occhi al cielo per esorcizzare la retorica, acquartierata nel suo teatrino.
Ovunque, infatti, trionfa il teatrino della retorica, punteggiato dei suoi lustrini più insulsi. Le parole ‘trasparenza’, ‘anticorruzione’ e ‘legalità’ sono diventate sinonimi degli aggettivi ‘gattopardesco’ e ‘pirandelliano’. Cioè, dei non significati spacciati per altro; perché un luogo comune – logoro e abusato se paragonato all’andazzo concreto che accompagna tante affascinanti teorie – questo è: un niente col pennacchio intorno. E ovunque la retorica del teatrino incalza e sostituisce, con i suoi marchingegni, la limpidezza delle cose da celebrare, da salvare, da ricordare.
Ne abbiamo avuto puntuale conferma – per fresca associazione di idee, la suggestione conduce lì – nel recente anniversario della strage di Capaci che dovrebbe comporre un sobrio tributo al sangue di persone normali che, sul banco degli eroi, tennero il punto dell’onestà. Ma quanto teatrino, quanti pennacchi, quanti luoghi comuni sparsi sulla memoria di quei carissimi volti.
I discorsi ufficiali, sovrapponibili alle interviste del dopo partita. E il concertino pop all’albero Falcone, talmente fuori posto che viene da domandarsi: perché ballate? Qui c’era un magistrato, scorticato in vita e glorificato successivamente. Un uomo che immaginò, morendo, la morte della donna che amava. E voi perché ballate?
E le trasmissioni eternamente concepite sul canovaccio del più dolciastro melodramma. E tutto l’avanspettacolo che accorre al capezzale di ‘Giovanni e Paolo’, per ritagliarsi un quarto d’ora di celebrità nel drappeggio del dolore. E i politici che si rifanno il trucco in favore di rimembranza.
Ecco la quintessenza del teatrino della retorica, nelle sue molteplici configurazioni, a dispetto di ciò che sarebbe giusto, di ciò che sarebbe sacro. Come non coltivare la necessità di uno sbuffo di malinconia? Come non alzare gli occhi verso il cielo?

