Palermo, il boss con l'archivio e il 'pilastro': chiesti 20 anni

Il boss con l’archivio e il ‘pilastro’ a piede libero: chiesti 20 anni

Giuseppe Auteri e Giuseppe Di Giovanni
Agli atti del processo c'è la contabilità mafiosa

PALERMO – Vent’anni ciascuno di carcere per due boss di Porta Nuova. È la condanna che nei giorni scorsi la Procura della Repubblica ha chiesto per Giuseppe Auteri e Giuseppe Di Giovanni.

Auteri è stato arrestato a marzo 2024 dopo un anno e mezzo di latitanza. I carabinieri lo hanno scovato al secondo piano del civico 6 di via Giuseppe Recupero, nella zona di via Oreto. Aveva un revolver calibro 35, quindici colpi e i fogli della contabilità mafiosa.

Era in fuga da settembre 2021. Ad aprile 2020 aveva scalato le gerarchie a Porta Nuova, in concomitanza con la scarcerazione di Tommaso Lo Presti, detto “il lungo” per distinguerlo dal cugino omonimo, soprannominato “il pacchione”.

Per un periodo Auteri affiancò Giuseppe Incontrera, crivellato di colpi alla Zisa, nella gestione della cassa. “Li devi segnare, vedi, io me li sto segnando”, diceva Incontrera ad Auteri.

Incontrera non lo vedeva di un buon occhio. “I soldi di Ballarò… sta facendo perdere tutto, il pazzo”, si sfogava con la moglie Maria Carmela Massa. Ne aveva discusso con il reggente Giuseppe Di Giovanni e quest’ultimo si era rivolto in maniera sprezzante nei confronti di Auteri: “Gli fai buttare il sangue”.

Nel gennaio 2021 sarebbe avvenuto, su disposizione di Lo Presti, il definitivo passaggio di consegne della cassa del mandamento fra Incontrera (“Mi sto allibertando a tutti”) e Auteri, che era ormai latitante. L’arresto di Giuseppe Di Giovanni gli spianò la strada.

Il boss a piede libero

Di Giovanni sta assistendo a piede libero al processo. Lo hanno scarcerato due anni fa per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Gli stessi indagati parlavano di lui come di uno dei pilastri della mafia di Porta Nuova. Giuseppe Di Giovanni è stato costretto a trasferirsi in Calabria. A Palermo, invece, è tornato il fratello Tommaso dopo avere finito di scontare una condanna per mafia. Un terzo fratello, Gregorio, che è ancora detenuto, ha partecipato alla prima riunione della cupola dopo la morte di Totò Riina.

La contabilità nel covo

Agli atti del processo ci sono gli appunti trovati nel covo di Auteri, che per un periodo sarebbe stato l’uomo forte del mandamento. In cucina e in camera da letto c’erano la copertina di un quaderno, le cui pagine erano state fatte sparire, e altri due quaderni mai usati.

Fogli bianchi su cui c’erano dei segni, però. Potevano essere serviti come base di appoggio mentre il boss scriveva. Intuizione esatta: i carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche sono riusciti a fare emergere i “segni grafici latenti” rimasti sui fogli di carta. Su molti di quei fogli, che contengono anche i nomi di noti commercianti che pagano il pizzo, i pm stanno ancora lavorando.


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