La pista nera per le stragi, il baciamano di Riina e i ricordi confusi

Scontro sulla pista nera. I ricordi grotteschi e il baciamano di Riina

Le indagini sulle stragi del '92

PALERMO – Lo scontro di posizioni sulle stragi di mafia del ’92 è netto. Da una parte la Procura di Caltanissetta, dall’altro il giudice per le indagini preliminari.

I pm nisseni hanno presentato un ricorso in Cassazione per “l’abnormità del provvedimento” con cui il Gip Grazia Luparello ha rigettato, per la seconda volta, la richiesta di archiviazione dell’inchiesta sulla ‘pista nera’ nella strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta.

“Zero tagliato”

La notizia è stata anticipata dalla trasmissione Rai “Report”. Il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, che coordina le indagini sulle stragi, durante la sua recente audizione in Commissione parlamentare antimafia, ha definito la pista nera “zero tagliato”, spiegando che comunque restano aperti più filoni d’indagine.

La pista nera è stata seguita sia per la strage di Capaci che per quella di via D’Amelio. Ci sono più fascicoli che si intrecciano. In un primo primo caso, ad aprile 2024, il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta Santi Bologna ha archiviato l’inchiesta, su richiesta della stessa Procura. Ne è scaturito un nuovo processo per depistaggio.

Le stragi e il fantasma di Delle Chiaie

Si è scandagliato il mondo di Stefano Delle Chiaie, un fantasma che aleggia da anni sulla strage di Capaci, alla luce dei ricordi fuori tempo massimo di un carabiniere in pensione, Walter Giustini, e di Maria Romeo, ex compagna del collaboratore di giustizia, Albero Lo Cicero. Il primo ora è imputato per depistaggio e la seconda per avere reso false dichiarazioni ai pm.

Giustini si è ricordato di Delle Chiaie all’improvviso. Prima non c’era traccia nei verbali di Lo Cicero, nel frattempo deceduto, alla cui redazione aveva partecipato lo stesso Giustini.

I fascicoli d’altra parte si riempiono di ricordi tardivi. Nel 2016, ad esempio, il neofascista Alberto Stefano Volo, che sarebbe deceduto quattro anni dopo, raccontò ai magistrati di aver incontrato Paolo Borsellino dopo la strage di Capaci. Lo aveva cercato disperatamente e alla fine ottenne un incontrò nel corso del quale il giudice gli avrebbe confidato che non c’era la mafia dietro la strage.

Scese nei dettagli: Borsellino la pensava alla stessa maniera di Volo. “Secondo me ripeto sarà presunzione, sarà pazzia – gli avrebbe detto – ma secondo me Giovanni è caduto su questa strada”.

I pubblici ministeri di Caltanissetta e il Gip Bologna smontarono questa versione: è impensabile credere che Borsellino fosse “un magistrato sprovveduto” che riferisce “le proprie impressioni in ordine alla responsabilità della strage di Capaci a un mitomane come Alberto Volo”.

Romeo riferì della sua relazione con Lo Cicero. Insieme, così mise a verbale, tra le tante cose avevano partecipato alla festa per la cresima del figlio del boss Mariano Tullio Troia. Cosa accadde? Che Totò Riina – la donna lo avrebbe riconosciuto dopo avere visto le foto il giorno dell’arresto – si inchinò per fare il baciamano a Troia.

Roba da “Ciprì e Maresco”

Un particolare “grottesco, degno di un’ambientazione cinematografica, di un film di Ciprì e Maresco“, lo definirono i magistrati. Maria Romeo disse di avere aspettato dietro la porta nel corso di un incontro fra Borsellino e Lo Cicero. Ai pm spiegò che era durato al massimo 10 minuti, in Tv ha parlato di cinque ore, dalle 19:00 a mezzanotte.

La prima richiesta di archiviazione rigettata da Luparello risale al maggio 2022 e riguardava il fascicolo senza indagati su possibili ’mandanti esterni’. Il Gip dispose nuove indagini, indicando verifiche su 32 punti, compresa la ’pista nera’ e su Stefano Delle Chiaie. Nel dicembre del 2024 la Procura di Caltanissetta ripresentò una nuova richiesta di archiviazione, ancora una volta rigettata. Bisognava approfondire l’interesse di Paolo Borsellino per le dichiarazioni del collaboratore Lo Cicero sul presunto ruolo di Delle Chiaie, mai indagato e deceduto nel 2019, nella strage di Capaci. Ne aveva parlato, il 5 giugno 2007, in un colloquio con il sostituto della Direzione nazionale antimafia Gianfranco Donadio dopo che il magistrato trovò nell’archivio della Dna un’informativa del capitano dei carabinieri Antonio Cavallo.

In precedenza il Gip aveva indicato altri filoni investigativi. Uno ruotava attorno alla figura di Paolo Bellini, ex di Avanguardia nazionale. Secondo la Procura, l’approdo è sempre lo stesso: niente prove. Meglio lavorare su altri argomenti: dossier mafia-appalti, la sparizione dell’agenda rossa di Borsellino e i rapporti tra esponenti dei servizi segreti e massoneria.

Il colloquio Donadio-Lo Cicero

Il colloquio fra Donadio e Lo Cicero – che risale a 8 anni fa – è stato trasmesso da Report. Lo Cicero raccontava di aver visto Delle Chiaie a Palermo nel 1992 e parlava di un incontro, sempre in quell’anno, tra il neofascista, fondatore di Avanguardia nazionale, e il boss Mariano Tullio Troia, deceduto nel 2010.

“Troia andava da Delle Chiaie?”, chiedeva il magistrato. “No, Delle Chiaie andava da Troia. Penso che direttamente la mano viene da lui”, diceva Lo Cicero, che ricordava di aver “visto la macchina blu più di una volta” sul luogo della strage di Capaci, “con dentro Delle Chiaie. Erano in tre”. Alla domanda se “il discorso di Capaci fu portato da Delle Chiaie”, Lo Cicero rispondeva che “fu portato dalla politica” e che “l’ultimo pezzo l’ha fatto Delle Chiaie”.

A parlare di Delle Chiaie alla trasmissione televisiva in passato sono stati il brigadiere Giustini e la compagna di Lo Cicero. Nei primi verbali di Lo Cicero, però, non c’era traccia.

Il 25 agosto 1992 al pubblico ministero Vittorio Aliquò Lo Cicero disse che “poco prima dell’eccidio io avevo notato che c’era nell’aria qualcosa di strano”. Aggiunse che un giorno, mentre accompagnava un parente a casa di amici, “nella stradella che poi porta al luogo dell’attentato trovammo dei cavalletti posti di traverso con la scritta ‘lavori in corso’. Non c’erano scavi ma alcuni mucchi di terra che impedivano il passaggio. Tornammo indietro… non notai niente ad eccezione di un motociclista con un vespino rosso che sbucò alle mie spalle e che con il suo mezzo poté passare al di là dell’interruzione. Era vestito come un contadino e non mi diede motivo di sospetto” .

Neppure sulla organizzazione della strage conosceva dettagli. Circostanza che trova una spiegazione logica nelle stesse parole di Lo Cicero, il quale disse di essere stato “messo da parte” dal boss Troia sei anni prima della strage.

L’autista di Riina

Il 22 gennaio 1993 Lo Cicero era stato interrogato di nuovo dal pm Vittorio Teresi. Nel verbale parlava di Salvatore Biondino, l’autista di Totò Riina. Ed ecco un altro punto controverso. L’ex carabiniere Giustini, intervistato anni fa da Report, confermava: “Lo Cicero ci disse che come autista di Troia partecipava ad alcuni incontri e notava che Riina veniva accompagnato da Salvatore Biondino”. Quando? “Prima delle stragi”.

Eppure nel verbale del ’93 Lo Cicero aveva detto che Biondino era sì autista di un mafioso, ma solo dopo l’arresto di Riina “vedendo la sua immagine sui giornali e in televisione mi sono ricordato che quella persona l’ho vista qualche volte nella villa di Troia”. Quindi nel 1993, dopo la strage, Lo Cicero metteva a verbale che prima delle stragi non aveva idea che Biondino fosse l’autista del capo dei capi.

Di Delle Chiaie non si parlò neppure in un interrogatorio del febbraio 1993. I pubblici ministeri che sentirono Lo Cicero erano stati Aliquò, scomparso l’anno scorso, e Teresi. Si può anche ipotizzare che nulla sapessero delle confidenze fatte da Lo Cicero a Giustini. Una certezza c’è: in due dei tre interrogatori era sempre presente una terza persona, ed è proprio il carabiniere Walter Giustini e cioè colui che aveva raccolto le confidenze mai svelate prima.


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