Mafia a Leonforte: inflitti quasi 200 anni di carcere - Live Sicilia

Mafia a Leonforte, la sentenza: 200 anni di carcere a 18 imputati

Pene pesantissime quasi per tutti. I dettagli
IL PROCESSO
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Leonforte. Arriva la sentenza del processo Caput Silente ed è una stangata per la mafia di Leonforte. Il gup Emanuela Carrabotta ha distribuito pene per un totale di quasi due secoli di carcere per i diciotto imputati con rito abbreviato. Pene pesantissime per quasi tutti, ma in particolare per coloro che sono ritenuti responsabili di aver cercato di rimettere in piedi il clan Fiorenza, già messo in ginocchio dal Commissariato di Leonforte con la precedente inchiesta Homo Novus. Erano in cinque a rispondere dell’accusa principale di associazione a delinquere di stampo mafioso e sono stati condannati tutti. Undici anni 2 mesi e 20 giorni vengono inflitti al trentanovenne Alex Fiorenza “u stilista”, 11 anni 1 mese 10 giorni al fratello Saimon detto “u bufalu”, trentasettenne.

Entrambi sono già stati giudicati mafiosi in via definitiva nella precedente inchiesta, che coinvolse – solo in quell’occasione, poi non è più stato coinvolto nei fatti successivi– anche il padre boss Giovanni, che nel clan soprannominavano “u sapienti”, noto anche, come disse nel corso dell’interrogatorio, con il soprannome di paese “sacchinedda”.

Le pene più alte in assoluto sono state inflitte al trentacinquenne Gaetano Cocuzza, che prende 19 anni e 10 mesi di reclusione, e al cinquantaduenne Salvatore Mauceri, 18 anni 11 mesi e 10 giorni. Cocuzza era già stato condannato al processo Homo Novus, ma lì lo accusarono solo di tentata estorsione, non di associazione mafiosa. Salvatore Mauceri è un fratello di Rosario, vecchio referente del clan di Enna che sconta un ergastolo e che si trova da anni in prigione, il quale ovviamente con c’entra nulla con le storie avvenute dopo il suo arresto. I due Fiorenza, Mauceri e Cocuzza vengono ritenuti in primo grado responsabili di associazione mafiosa, tra il febbraio del 2017 e l’aprile del 2019, al pari di Natale Cammarata, il quinto per cui era ipotizzata questa accusa, a cui sono stati inflitti 15 anni e 4 mesi. Tra gli imputati c’era pure un vecchio mafioso di Enna, Salvatore La Delia (storico uomo di fiducia del padrino di Enna Gaetano Leonardo, detto Tano ‘u liuni), che avrebbe chiesto il pizzo a un imprenditore leonfortese sugli appalti in alcune scuole di Enna e Piazza Armerina. A La Delia il gup ha inflitto una condanna a 4 anni e 8 mesi di reclusione.

Gli altri condannati: 10 anni a Salvatore Virzì

Si chiude così dunque in primo grado il processo che segue la brillante inchiesta del Commissariato di Leonforte e della Squadra Mobile di Enna, che l’anno scorso, come detto, ha stroncato il secondo tentativo di ricostruzione mafiosa in paese, ordito per l’appunto dai due fratelli Fiorenza con l’aiuto di Cocuzza, Mauceri e altre persone del posto. Gli altri condannati sono i leonfortesi Antonino Calì, ventiseienne, che prende 9 anni 2 mesi e 20 giorni; il quarantaseienne Nicola Guiso detto “Dario u lupu”, che prende 10 anni; il ventisettenne Antonino Lo Grande, condannato a 9 anni 10 mesi; il ventiquattrenne Salvatore Piccione, condannato a 9 anni 4 mesi, e il ventisettenne Pietro Piccione, 9 anni 2 mesi e 20 giorni; il quarantaseienne Umberto Pirronitto, 4 anni 8 mesi; il ventinovenne Francesco Trovato, 9 anni 2 mesi 20 giorni; il trentenne Salvatore Virzì, 10 anni; il trentaseienne Salvatore Ilardi, 6 anni e 6 mesi; poi tre catanesi, ovvero il trentenne Angelo Costanzo, 7 anni 6 mesi, il quarantasettenne Alfio Nicolosi, 10 anni e 4 mesi, il cinquantatreenne Mario Pastura 7 anni 6 mesi.

Le accuse: chiesti 200 mila euro a un imprenditore

Tra le accuse per cui sono giunte le condanne, formulate dai pubblici ministeri Santi Roberto Condorelli e Claudia Pasciuti, la gravissima minaccia ai danni di un imprenditore leonfortese, per cui sono stati condannati Alex Fiorenza e Cocuzza. Quest’ultimo si sarebbe anche esposto in prima persona, presentandosi dalla vittima e dicendo: “Tanti saluti dagli amici. Gli devi dire qualcosa?”. E la richiesta sarebbe stata pazzesca: 200 mila euro entro una settimana o la cartuccia inesplosa calibro 38 special che gli era già stata recapitata, la volta dopo, l’avrebbe “testata” suo figlio. Così era scritto in un biglietto anonimo. Peccato per loro che l’imprenditore non chinò il capo, ma piuttosto si presentò alla polizia e denunciò tutto. Nel frattempo, peraltro, Cocuzza si era già messo nei guai con la droga ed era finito in carcere per spaccio. “U stilista”, che di questa richiesta di pizzo viene ritenuto il mandante, dal canto suo due anni fa era rimasto libero per poco tempo, prima di essere raggiunto dalla nuova ordinanza e ritornare in cella. Cocuzza è stato condannato anche per la tentata estorsione ai danni di un barista. Assieme a Salvatore Mauceri, poi avrebbe chiesto il pizzo, tra il 2017 e il 2019, al titolare di una ditta che montava il luna park in paese. Assieme a Pirronitto, infine, avrebbe chiesto soldi a due giovani autori di un furto. Pure i ladri, insomma, secondo Cocuzza si dovevano “mettere a posto” pagando una percentuale sul bottino.

Le accuse di traffico di droga: ecco il dettaglio

Le accuse legate al traffico di droga, invece, riguardano dieci dei condannati. Cocuzza, Mauceri, Nicolosi, i due fratelli Piccione, Trovato, Calì, Guiso, Lo Grande e Virzì, secondo l’accusa, si sarebbero associati tra loro per distribuire, in vari momenti e a vario titolo tra il 2017 e il 2019, cocaina, marijuana e hashish a Leonforte. Il catanese Nicolosi sarebbe stato il corriere della droga per le forniture di hashish: si sarebbe rifornito a Catania e avrebbe consegnato il fumo direttamente a Cocuzza o Mauceri, da marzo 2018 a febbraio 2019. I catanesi Pastura e Costanzo, assieme ad altri due, sono ritenuti, a vario titolo e in diverse fasi, i fornitori di cocaina e marijuana. Riguardo ai singoli presunti pusher, va evidenziato che sono stati ritenuti colpevoli in primo grado di spaccio di marijuana e cocaina, in diversi periodi, Virzì e Lo Grande; di spaccio di marijuana e hashish, sempre in vari momenti, Pietro e Salvatore Piccione, Trovato e Calì.

I risarcimenti e le reazioni, la Fai Leonforte: pesanti condanne, pienamente soddisfatti

Il gup ha condannato Calì, Cammarata, Cocuzza, i Fiorenza, Guiso, Ilardi, La Delia, Lo Grande, Mauceri, Nicolosi, i Piccione, Pirronitto, Trovato e Virzì, in solido tra loro, a risarcire i danni nei confronti della Federazione delle associazioni antiracket italiane, dell’associazione Fai Leonforte e del Comune di Leonforte, mentre solo Mauceri e La Delia dovranno pagare un risarcimento a una vittima, che si è costituita parte civile. La scelta del Comune di costituirsi parte civile, si ricorda, fu presa dal sindaco Carmelo Barbera, perché l’amministrazione “è vicina alle vittime e dice no alla mafia.

Il danno prodotto dal traffico di droga è un tributo salatissimo che ci siamo stancati di pagare, perché nega il futuro ai nostri giovani. Organizzazioni come Cosa Nostra, inoltre – concluse Barbera – provocano un danno enorme alla nostra terra: invitiamo chiunque abbia subito reati di mafia a presentarsi alle forze dell’ordine e denunciare”. Il Comune è assistito dall’avvocato Diego Librizzi. Il presidente dell’associazione Fai Leonforte, l’imprenditore Gaetano Debole, ha espresso “piena soddisfazione per le pesanti condanne inflitte nei confronti di soggetti che pensavano di esercitare il potere mafioso sul territorio leonfortese”. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Ones Benintende, Antonio Impellizzeri, Giuseppe Gullotta, Sinuhe Curcuraci, Gaetano Giunta, Michele Baldi, Ferdinando Milia, Pierfrancesco Buttafuoco, Andrea Maria Giannino, Massimo Ferrante, Fabio Lo Pumo, Giacomo Iaria, Loredana Biancoviso, Gianluca Nolè, Damiana La Delfa, Silvano Domina e Angelo Vicari.


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