Messina Denaro "paziente facoltoso". No all'arresto del medico

Messina Denaro “paziente facoltoso”. Perché non è stato arrestato il medico

Matteo Messina Dearo a Verona
La motivazione del Riesame
IL PROVVEDIMENTO
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PALERMO – “Non ricorre un solido quadro di gravità indiziaria a carico del Bavetta in relazione agli addebiti contestati”, scrive il Tribunale del Riesame. Sono state depositate le motivazioni con cui è stato respinto il ricorso della Procura di Palermo che avrebbe voluto arrestare il medico che ha diagnosticato il tumore a Matteo Messina Denaro.

La colonscopia

Nel suo studio di Marsala, nel novembre 2020, l’endoscopista eseguì una colonscopia. “Conosceva la vera identità del paziente”, ha sostenuto l’accusa. “Non sapeva che fosse Messina Denaro”, hanno replicato gli avvocati Massimo Motisi e Gaetano Di Bartolo. Lo scorso luglio il Gip ha respinto la richiesta di arresto, i pm hanno fatto ricorso e ora il Riesame lo ha respinto.

A prendere il primo appuntamento fu Giovanni Luppino, arrestato assieme al padrino a Palermo. Non è strano che lo avesse fatto, sottolinea il Riesame, visto che sia Luppino che la figlia erano pazienti del medico. Ed “è, dunque, verosimile che, nella conversazione telefonica del 18.10.2020 Luppino abbia discusso con Bavetta dell’esame che avrebbe dovuto effettuare e, con l’occasione, abbia chiesto al medico di visitare con urgenza un proprio conoscente”.

Le telefonate con Messina Denaro

Ci sono stati frequenti contatti telefonici fra Bavetta e il latitante. Sul punto il Riesame scrive che “è significativo che le chiamate siano avvenute dopo la conoscenza dell’esito degli esami di laboratorio; segno dell’evidente preoccupazione del latitante in ordine alle sue condizioni di salute e della necessità di interloquire con il suo gastroenterologo, senza che ciò possa assumere connotazione gravemente indiziante a carico del sanitario circa la consapevolezza della reale identità di Matteo Messina Denaro, per il quale il gastroenterologo poteva già paventare seri problemi di salute”.

Nulla di anomalo ci sarebbe nella rapidità dell’iter sanitario successivo, fino alla chiamata di Bavetta al chirurgo Giacomo Urso che operò il padrino a Mazara del Vallo. Alla luce dell’esito dell’esame e della gravità del quadro clinico i passaggi non sorprendono.

“1000 COLON”

Anomala, secondo l’accusa, era la cifra – mile euro – che Messina Denaro avrebbe pagato per la colonscopia. Una cifra più alta rispetto al tariffario abituale. Il boss aveva appuntato “1.000 COLON” in un quaderno: “… appare altrettanto verosimile che Messina Denaro, a differenza di quanto ritenuto dalla Procura, avesse voluto indicare la somma complessiva da esborsare per gli accertamenti diagnostici e i trattamenti sanitari cui avrebbe dovuto sottoporsi”.

La Procura aveva bollato come “vaghe e reticenti” le dichiarazioni di Vavetta raccolte nel corso delle indagini quando disse di non conoscere la vera identità di Messina Denaro che si spacciava per Andrea Bonafede. “Il Tribunale ritiene, invece, che le circostanze rassegnate, seppur indizianti – si legge nel provvedimento – non attingano la gravità circa la consapevolezza del Bavetta di avere in cura il noto latitante”. In ogni caso per una questione procedurale le stesse dichiarazioni non sono utilizzabili.

Il referto non firmato

I pm contestavano anche il fatto che Bavetta non avesse firmato il referto con la diagnosi del tumore. Il Riesame così motiva sul punto: “Residua a carico dell’indagato la sola mancata sottoscrizione del primo referto senza che, tuttavia, il corteo delle residue emergenze, siccome equivoche, se pur complessivamente valutate, riescano ad evidenziare quell’inferenza gravemente indiziaria in ordine al dolo dei fatti in addebito, ossia in ordine alla precipua consapevolezza e volontà di curare il reale Matteo Messina Denaro, ma con false generalità, così da evitare che costui potesse essere tracciato dal Servizio sanitario e, con ciò, porsi termine alla sua latitanza”. Gli avvocati hanno anche fatto presente che in quel periodo era obbligatorio usare la mascherina anti Covid che non rendeva riconoscibili i pazienti.

“Un paziente facoltoso”

La conclusione del Riesame è che “risulta indimostrato che il dottor Bavetta abbia agito con la consapevolezza e la volontà di favorire il noto latitante. Ed invero, se pur la gestione dell’intera vicenda appare anomala, avendo l’odierno indagato certamente accelerato l’iter diagnostico di Matteo Messina Denaro, ciò non conduce necessariamente a ritenere che il sanitario ne conoscesse l’effettiva identità e che ciò sia avvenuto in corrispettivo di un’assistenza volutamente in incognito, ben potendo trattarsi, alternativamente, di un paziente particolarmente facoltoso disposto ad elargire un compenso aggiuntivo al medico pur di essere curato nel più breve tempo possibile, viste le sue gravi condizioni di salute.


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