La morte in carcere del boss del clan Cappello di Catania

La morte in carcere del boss dei Cappello: c’è l’esito dell’autopsia

Chiusa l'inchiesta sul decesso di Pippo Salvo detto 'U carruzzeri'

CATANIA – Non ci sono colpevoli per la morte del boss Giuseppe Salvo, detto ‘Pippo u carruzzeri’, avvenuta lo scorso settembre in un ospedale milanese. A Milano, Salvo era detenuto in un reparto di alta sicurezza. Non gli erano stati imposti invece i rigori del cosiddetto ’41 bis’, il carcere duro per i capimafia. La sua morte, avvenuta dopo una frattura del femore a 76 anni, aveva fatto sorgere sospetti. Tant’è che la Procura meneghina aveva deciso di vederci chiaro disponendone l’autopsia.

Fu un capomafia pericoloso, temuto e rispettato all’interno del clan Cappello. Prima di finire in carcere – e in qualche modo, attraverso parenti o fedelissimi, pure dopo – era il padrone della mafia nella zona del Villaggio Sant’Agata. I Cappello, come noto, sono un gruppo differente dai Santapaola. Hanno gruppetti e sottogruppi e un referente generale. E Salvo, secondo quanto risulta dagli incartamenti giudiziari, sapeva farsi rispettare, pure dai Santapaola.

Nessun commento dalla famiglia

Dalla famiglia del capomafia, assistita dagli avvocati Giorgio Antoci e Eugenio Rogliani, non trapela alcun commento. Si sa solamente che l’inchiesta aperta dalla Procura, che aveva portato a un fascilo di ‘atti relativi’ senza indagati nè ipotesi di reato, è stata chiusa. Non sono emerse ipotesi di reato nè colpe mediche: la morte sarebbe avvenuta per cause naturali. L’autopsia è stata svolta da un consulente del pubblico ministero.

Nato e cresciuto nel quartiere di San Cristoforo, Salvo – come detto – capeggiava il gruppo del Villaggio Sant’Agata. Aveva una carrozzeria ed era capostipite di un clan in grado persino di portare avanti politiche espansionistiche. Negli anni Duemila, infatti, suo figlio Gianpiero, assieme all’allora genero Filippo Passalacqua, riuscirono a scalzare Cosa Nostra da uno dei piccoli centri dell’Ennese dove aveva una enclave, a Catenanuova.

La strage di Catenanuova

In un paesino dell’entroterra che rappresenta un crocevia della droga, i Cappello si fecero strada a forza di azioni eclatanti, uccidendo, per almeno due volte, i capi o i mafiosi emergenti della città. Salvo junior e Passalacqua compirono anche un’azione in piazza, nel 2008, che passò alle cronache come la cosiddetta “strage di Catenanuova”. Fu il battesimo di sangue per quello che era palesemente un clan emergente, ma egemone. Strage a cui il boss Giuseppe era totalmente estraneo, va precisato, ma Giampiero Salvo e Passalacqua furono coandannati in via definitiva.

Giuseppe Salvo era detenuto dal 1990, quando finì in manette nell’ambito di un blitz che coinvolse anche dei politici. La sua “eredità” criminale è stata presa dai figli, il già citato Giampiero e Massimiliano. Anche se il primo, attualmente ai domiciliari, di recente si è dissociato dagli affari mafiosi. Dopo la morte di Giuseppe Salvo, come detto, la Procura aveva disposto l’autopsia.


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