Niscemi e le altre zone a rischio in Sicilia: "Ecco come intervenire"

Niscemi e le altre zone a rischio in Sicilia: “Serve una svolta epocale”

Il geologo Valerio Agnesi: "Diverse aree da monitorare sull'Isola. Ecco perché"

PALERMO – Il futuro di Niscemi è sempre più incerto, così come quello dei suoi abitanti. Un destino che dipenderà dall’evoluzione della frana che ha messo in ginocchio la cittadina, dove lacrime e paura scandiscono le lunghe giornate di chi ha perso tutto. Cinquecento, fino a ieri pomeriggio, i nuclei familiari che hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni. Alcune sono rimaste sospese nel vuoto, altre rientrano nella “zona rossa”, una fascia di 150 metri che secondo gli esperti potrebbe estendersi ancora.

E fare previsioni non è semplice, come ribadisce il professore emerito di Geomorfologia all’Università di Palermo, Valerio Agnesi: “Si tratta di un fenomeno che potrà essere definito solamente quando l’attuale movimento si arresterà e sarà possibile effettuare il rilevamento del quadro fessurativo superficiale e della distribuzione dei danni. Al momento, date le dimensioni del corpo franoso, non è facile prevedere quando questo movimento in atto si fermerà. E’ possibile che la grande nicchia che ha originato la scarpata, alta dai 15 ai 25 metri, possa ancora arretrare per crolli lungo la parete e per movimenti retrogressivi”.

Gli interventi possibili

Nuovi boati e spaccature del terreno si sono infatti verificati nelle ultime ore, mettendo nuovamente in allerta la popolazione. “Finché il movimento in atto non si arresta non si possono ipotizzare interventi per stabilizzare la frana – spiega -. Allo stato attuale, l’unico intervento è quello di abbattere le case pericolanti e ripristinare una viabilità alternativa per consentire l’accesso alla città”.

Su questo fronte, il sindaco Conti ha annunciato l’arrivo del Genio militare che interverrà per realizzare vie di collegamento alternative. Un evento che ha svelato ancora una volta la fragilità della Sicilia, dove le zone a rischio sono numerose. “La Sicilia è una regione bellissima, tuttavia racchiude in sé tutti diversi rischi geologici, quelli da frana, da alluvionamenti, sismici e vulcanici -continua Agnesi -. Tutto questo è legato alla sua storia geologica e alla sua costituzione in relazione alle rocce affioranti”.

Il professore Valerio Agnesi

Niscemi e le altre zone a rischio in Sicilia

“Le zone dove la pericolosità da frana è maggiore sono le aree montuose dell’appennino siculo, ovvero Peloritani, Nebrodi, Madonie e Monti di Palermo, ma a rischio ci sono anche le aree interne collinari del Nisseno e dell’Agrigentino e le vallate dei grandi fiumi: Salso, Platani e Belice. Qui sono presenti, in affioramento, grandi estensioni di rocce argillose, sottoposte a rocce di migliore coesione (calcari, arenarie, gessi) che tuttavia possono essere coinvolte dai movimenti delle argille sottostanti. Lungo le aree più esposte dell’Isola, come è successo con il ciclone Harry, il moto ondoso può causare fenomeni erosivi e frane lungo le coste alte e rocciose”.

La fragilità dell’Isola

Insomma, la Sicilia è particolarmente fragile: “E bisogna prendere consapevolezza di questa fragilità – prosegue il professore -. L’assetto orografico collinare-montuoso di gran parte dell’Isola è la causa principale della presenza di frane. A questo si aggiunge la grande diffusione di rocce argillose, particolarmente predisposte al franamento. L’acqua gioca un ruolo determinante perché ne causa il rigonfiamento. Quindi il fattore climatico è importante, perché in Sicilia abbiamo una ‘bistagionalità’ con un periodo autunno/inverno piovoso ed uno primaverile/estivo con siccità. Un’ ulteriore causa di innesco di frane è dovuta alla sismicità e terremoti di una certa intensità. Le frane sono nella maggior parte dei casi dei fenomeni ciclici. Ci sono fasi in cui non si muove nulla, altri in cui la massa riprende a muoversi, anche dopo lunghi periodi. A contribuire – sottolinea – è ovviamente anche l’azione dell’uomo, attraverso l’abbandono delle campagne, la deforestazione, gli incendi, l’urbanizzazione selvaggia”.

Niscemi e le altre zone a rischio, i precedenti in Sicilia

Ma in Sicilia ci sono precedenti paragonabili alla frana di Niscemi? “Ogni frana ha una storia a sé stante – precisa – sia dal punto di vista geologico sia da quello dell’evoluzione del fenomeno, ma se si parla di grandi frane in centri abitati si possono citare gli esempi di San Cataldo o di Ravanusa, avvenuti fra gli anni Ottanta e Novanta dello scorso secolo o la frana di Agrigento del 1966″, spiega.

“Nella metà del 1800 una grossa frana distrusse parte dell’abitato di San Giuseppe Jato, i ruderi vennero abbattuti e quel quartiere venne ricostruito a poca distanza dal paese, dando origine all’attuale paese di San Cipirello. Analogamente quando, ai primi del 1900, una frana distrusse un quartiere del paese di San Fratello, gli abitanti vennero ricollocati in un nuovo borgo in riva al mare che oggi è il comune di Acquedolci. Altre frane hanno interessato aree più limitate di diversi paesi o città (per esempio la frana del 1976 a Caltanissetta che interessò le  pendici di Monte San Giuliano distruggendo numerose case ed una fabbrica) o vie di accesso, provocando l’isolamento di centri abitati come Alia, Caltavuturo, Polizzi, Randazzo e Castelmola.

“Campagne di rilevamento in tutto il territorio”

Ma come intervenire, come evitare che fenomeni come quello che si è verificato a Niscemi possano ripetersi? Agnesi ritiene prioritario avviare campagne di rilevamento in tutto il territorio isolano. “Ma lo stesso vale per quasi tutta l’Italia – spiega – per valutare le situazioni di pericolosità o di rischio esistenti.
Purtoppo in questo campo in nostro Paese è ancora in ritardo. Il progetto della realizzazione di una nuova carta geologica che tenga conto di quanto detto e che sostituisca l’attuale cartografia risalente alla fine dell’800, avanza con estrema lentezza a causa dell’incostanza dei finanziamenti. Oggi in Sicilia solamente la metà dei nuovi foglii geologici (in scala 1:50.000) è stata realizzata e pubblicata. Tra l’altro, proprio la zona di Niscemi, non è ancora in fase di realizzazione”.

Il monitoraggio dei rischi

Ma non solo. “Lo stesso vale per il PAI (Piano di Assetto Idrogeologico) di cui ogni regione deve dotarsi: in Sicilia avanza lentamente anch’esso per problemi economici e di mancanza di personale adeguato negli uffici regionali – sottolinea -. Tra l’altro, paradossalmente, la Sicilia è una delle poche regioni italiane che non si è ancora dotata di un proprio Servizio Geologico Regionale. Le zone a rischio andrebbero quindi monitorate attentamente per valutarne l’evoluzione e, dove possibile, progettare opere di intervento, incluso l’eventuale trasferimento di centri abitati in aree che presentano migliori condizioni di stabilità. È chiaro che si tratta di interventi che non possono essere portati avanti da singoli comuni ma che coinvolgono tutte le strutture amministrative e di governo a qualsiasi livello. Insomma – conclude – sarebbe necessaria una svolta ‘epocale’ nel governo del territorio”.


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