Omicidio Zito, condanne pesanti| Scoppia il caos, aggredito il pm - Live Sicilia

Omicidio Zito, condanne pesanti| Scoppia il caos, aggredito il pm

Antonino Zito, ucciso nel quartiere di Bonagia a Palermo

Il corpo del fruttivendolo del rione Bonagia fu bruciato. Dura reazione dei parenti degli imputati.

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PALERMO – Quando il presidente della Corte d’assise finisce di leggere il dispositivo della sentenza di condanna in aula scoppia il finimondo. I parenti degli imputati Pietro Mazzara e Maurizio Pirrotta, ritenuti colpevoli dell’omicidio di Antonino Zito, si scagliano fisicamente contro il pubblico ministero Maurizio Bonaccorso, colpito con un pugno al volto. Giudici e avvocati sono costretti a barricarsi in aula, assieme ai familiari della vittima, parti civili al processo. I carabinieri faticano a ristabilire la calma. Ci riescono e poi scortano i parenti di Zito fino a casa.

“Neanche un animale, neppure un cane viene trattato così”, aveva urlato in aula nelle scorse udienze Rosa Anaclio, moglie di Antonino Zito. Ucciso a pistolettate e poi bruciato. Pietro Mazzara e Maurizio Pirrotta erano accusati di omicidio e distruzione di cadavere. Sono stati condannati a trent’anni il primo e a 27 anni e quattro mesi il secondo. Il pm aveva chiesto l’ergastolo. Zito, 32 anni, fruttivendolo del rione Falsomiele, fu freddato il 18 dicembre del 2012 con un colpo di pistola alla testa, esploso mentre era seduto o inginocchiato. Il corpo venne ritrovato distrutto dalle fiamme in contrada Spedalotto Valdina, a Santa Flavia. Carmelo Ferrara, imputato per favoreggiamento, è stato condannato a cinque anni.

Zito era stato scarcerato pochi mesi prima del delitto. In carcere c’era finito tre volte fra il 2008 e il 2010 per spaccio di droga, ricettazione e rapina. Libero grazie all’indulto non aveva perso tempo per rimettersi nel giro della criminalità. La donna, parte civile al processo con l’assistenza dell’avvocato Monica Genovese, sapeva tutto: “Aveva avuto contrasti con Mazzara per il controllo dello spaccio. Mazzara si voleva appropriare della piazza. Me lo ha raccontato mio marito. Dopo la sua morte se l’è presa questo Mazzara”. “Sono stati loro, se lo sono venduti”, aveva riferito la donna, ripetendo quando detto poche ore dopo il ritrovamento del cadavere. Mentre il corpo del marito era all’obitorio del Policlinico, Rosa Anaclio si avvicinò a Pietro Mazzara che “era lì con un gruppo di amici” e lo prese a schiaffi: “Perché non lo dici che sei stato tu l’ultimo a vedere mio marito”. Davanti alla Corte d’assise, presieduta da Ivan Fabio Marino, ha aggiunto: “Io l’ho schiaffeggiato, ho saputo che era stato con lui fino all’ultimo, era uno de suoi amici. Lo so, sono stati loro. Ero a casa e lui non tornava. Avvertiva sempre. Lo abbiamo cercato tutta la notte. Poi, ho saputo che aveva preso fuoco la baracca”.

Il riferimento era al chiosco di bibite, gestito da Ferrara, all’incrocio fra le vie del Levriere e del Bassotto, nel quartiere Bonagia dove il delitto sarebbe stato consumato. Le indagini sono partire da quella struttura in legno. O meglio, da ciò che restava di essa, misteriosamente data alle fiamme poche ore dopo il delitto. È il posto dove la sorella di Zito, Angela, ha visto per l’ultima volta il fratello, poche ore prima della scomparsa. Il cadavere, reso irriconoscibile dal fuoco, fu identificato grazie ad alcuni tatuaggi e, soprattutto, alla fede nuziale.

 


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Commenti

    Da libero cittadino contentissimo che la vedova abbia avuto giustizia in tribunale. Spero solo che lo Stato ed palermitani ora non la lascino sola.
    Altra cosa: mi auguro che ci sia altrettanta fermezza nel condannare in amniera esemplare tutti i parenti degli assassini, autori di un inaccettabile attacco al pm.

    Agghiacciante spaccato del popolo panormosauro, abitante in una c.d. “cittá europea”.
    Tutti attori di un degrado tollerato che, quindi, si rivolta con violenza contro la giustizia del mondo civile.
    Cittá perduta.

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