Ordinanza anti bivacco |Interviene Facciamocentro - Live Sicilia

Ordinanza anti bivacco |Interviene Facciamocentro

Secondo Andrea Urzì "È necessario dare una risposta d’insieme, cosa che un’ordinanza da sola non può fare".

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CATANIA — “Chi come me ha investito tempo, energia e risorse sull’ampio tema dell’identità di Catania e sull’ambizione ad essere Capitale Italiana della Cultura, con fulcro proprio nel Centro Storico, non può che accogliere con favore il dibattito sul tema generato dalla recente ordinanza del Sindaco Pogliese. FacciAmoCenTro nasceva proprio per questo, per animare la riflessione e alzare l’asticella delle pretese che la comunità deve avere nei confronti dell’Amministrazione. Escludo che il convincimento del Sindaco Salvo Pogliese sia di fare cassa coi nullatenenti così come banalmente rappresentato. Ed escludo anche la sua mancanza di sensibilità umana sul tema della povertà. L’ordinanza è a mio giudizio un primo passo corretto e appropriato perchè rammenta a tutti che esiste un confine tra comportamento lecito e illecito; questo confine è mobile e nelle sue oscillazioni si crea il “tollerato” che a Catania deborda, paradossalmente, in vessazione e frustrazione di chi sta alle regole.

Infatti non esiste crimine o comportamento illecito “neutrale”, esiste sempre una vittima, un soggetto che subisce un’esternalità negativa. Come i residenti che non si sentono sicuri per la presenza di bivacchi (ma magari si sentono protetti dal posteggiatore abusivo che gli guarda la macchina!) o gli esercenti che subiscono i rimproveri e gli sguardi infastiditi dei propri clienti (e poi però lasciano cumuli di cartoni sgangherati per strada alla chiusura!). Non esiste un gruppo sociale che è ineccepibile, e per un innalzamento della qualità di vita complessiva tutti saranno dall’altro lato della barricata a turno. Però ricordiamoci sempre che i consumatori sono i poliziotti più inflessibili perchè puniscono col portafoglio, con effetti sia nelle vendite sia nel valore degli immobili, quindi questo è un tema primario per la sopravvivenza di una città che vive di terziario come è Catania.

D’altro canto esiste un problema di povertà che è prima di tutto di chi lo vive e, una volta riaffermato il confine del lecito, dobbiamo ricordarci anche di superare la retorica per non cadere nel paradosso di Anatole France che ironicamente si inchinava “alla maestosa uguaglianza della legge, che proibisce al ricco come al povero di dormire sotto i ponti, di chieder la carità per la strada e di rubar del pane”.

Se vogliamo – e lo vogliamo – ristabilire decoro ed equilibrio al Centro di Catania serve anche un rafforzamento e un dialogo operativo continuo con le benemerite organizzazioni che fanno assistenza sociale perché nessuno che si trovi in difficoltà, a patto che si comporti onestamente e rispetti i diritti di tutti i cittadini, deve sentirsi lasciato solo da questa comunità. Ma dobbiamo andare anche oltre, occupandoci dei “prenditori” e delle “cavalette” che infestano e addentano il ventre molle del delicato e bellissimo ecosistema che è il Centro di questa amata Città. Agenzie scommesse, cannabis, spaccio, imbrattatori, carrettini, sono cose che se crediamo davvero alla cultura come progresso non devono stare all’interno di un sito Unesco.

È necessario dare una risposta d’insieme, cosa che un’ordinanza da sola non può fare. Serve una persona che assuma il delicato incarico di coordinare e mediare tutte le spinte, molte volte confliggenti, che caratterizzano il Centro storico di Catania, una sorta di “Town Center Manager” affiancato da una squadra larga fatta di istituzioni ma soprattutto di corpi sociali e assistito sul campo da agenti di quartiere interforze scelti e con le dovute consegne. Io credo davvero che Catania possa diventare la Capitale del Sud, senza scimmiottare altre città con peculiarità diverse, e può farlo con la sua industria, un industria pesante che parte dalla lavorazione della materia prima di cui è ricca la terra che abbiamo sotto i piedi. Quella materia prima si chiama Cultura, e salva la vita delle comunità. Una persona alla volta”.

 


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