CATANIA Luca Palamara, fresco dell’espulsione dall’Associazione nazionale magistrati, di cui è stato presidente, ha lanciato accuse pesantissime sull’esistenza di un “sistema catanese di nomine clientelari” all’interno della magistratura, tirando in ballo uno degli esponenti simbolo di Unicost, Bruno Di Marco, ex presidente del tribunale di Catania, attuale componente del collegio dei probiviri dell’Anm.
Dottore, come l’ha presa?
“A parte l’indignazione che uno prova per le falsità che vengono propinate, l’unica circostanza specifica che Palamara ha evocato per suggestionare è quella che fa riferimento al procedimento disciplinare nei confronti del dottore Longo”.
Cosa è accaduto?
“Una circostanza avvenuta nel 2005, 2006, quando io ero presidente della seconda sezione penale di Catania e ricevetti una telefonata da parte del procuratore della Repubblica di Siracusa Ugo Rossi che mi raccontò di un giovane magistrato, appunto Longo, che era incorso in un problema disciplinare perché non era stata disposta la scarcerazione di un arrestato nonostante fossero scaduti i termini di custodia. Veniva addebitata, all’allora sostituto procuratore Longo, l’omessa scarcerazione dell’arrestato”.
Lei cosa fece?
“Io difesi Longo in quell’episodio, che peraltro è stato assolto, ma poi non l’ho più sentito né visto. Si tratta di un fatto risalente a 12/13 anni prima delle questioni giudiziarie di Longo. Palamara ha evocato questa cosa esclusivamente per dare un’immagine di incompatibilità mia come componente del collegio dei probiviri dell’Anm. Ma chi mi conosce bene sa che io non ho mai avuto rapporti con Longo, come non ho cercato nessun altro. Chi mi conosce lo sa, tutti sanno chi è Bruno Di Marco”.
Palamara utilizza parole durissime.
“Tutti gli incarichi che mi sono stati conferiti dal Csm, sono stati votati all’unanimità. Io mi sono occupato del processo Orsa Maggiore, di criminalità organizzata, insieme ad Amedeo Bertone, il processo in cui era imputato Santapaola. Tutte le nomine che ho avuto l’onore di ricevere sono state tutte all’unanimità, fino a quella di Presidente del Tribunale di Catania risalente al 2011. Da sempre mi onoro di essere stato un esponente di rilievo di Unicost, ma in questa corrente ho svolto quella che sentivo e inseguivo come attività che mirasse all’affermazione di tutta una serie di principi, per consolidare la figura di magistrato indipendente, non burocrate, che deve seguire solo l’eguaglianza e la giustizia”.
Cosa ha provocato ciò che è accaduto nella magistratura?
“La situazione odierna è stata favorita da tre riforme poco ragionevoli. La prima è la gerarchizzazione esasperata delle Procure, in cui il capo diventa un dirigente che ha un ruolo importante nei rapporti con la politica. Di qui gli scontri che ci sono nelle nomine dei procuratori della Repubblica. La prevalenza della degenerazione si è accentrata sul problema della gestione delle Procure. La seconda riforma è rappresentata dalla modifica dell’ordinamento giudiziario che ha consentito di partecipare ai posti direttivi, ai magistrati con la seconda valutazione di professionalità, dopo 8 anni, quindi entrati da poco in magistratura. Prima si arrivava a questo punto a 56 anni o a 60 anni, come è giusto che sia per l’esperienza professionale. Il fatto di consentire gli incarichi direttivi ai 40enni ha reso vana la passione per questo mestiere, che è uno dei più belli del mondo. Molti ingressi sono sollecitati e caratterizzati dalle aspettative di potere che ne conseguono e molto meno dalla passione per un mestiere che ti costringe all’isolamento. La terza è quella dell’abbassamento dell’età pensionabile da 75 a 70 anni, avvenuta nel 2014, che ha fatto fuori tre generazioni di magistrati e ha aperto le aspettative di molti: sono stati sostituiti 1.200 capi ufficio. Pensi a quando si dovevano fare queste nomine e a quale improvvisa aspirazione si sia scatenata in magistrati 40enni e 50enni.
Tutto questo dal 2005 ha favorito la degenerazione del sistema delle correnti, che fino agli anni ’90 hanno consentito alla magistratura di crescere adeguandosi al modello costituzionale, per svestirsi di quel modello burocratico che proiettava la magistratura verso il conformismo e l’asservimento nei confronti del potere”.
Perché Palamara ha detto quelle cose?
“Il problema è quello di creare una situazione in cui tutti precipitano. Io invece sono perfettamente sereno, tutti sanno chi sono io, sfido chiunque a poter affermare una cosa diversa da quella che sto dicendo. Non ho mai chiamato nessuno. Ci sarà un motivo per il quale le mie nomine sono avvenute sempre all’unanimità. Mi indigno di fronte alle falsità strumentali”.
Altro episodio di rilievo è quello che accadde nella Procura di Siracusa
“C’è stato un gruppo di magistrati siracusani che si è rivolto al Csm lamentando disfunzioni nella gestione della Procura di Siracusa. Il Csm ha adottato le sue decisioni”.
In ambienti giornalistici si parla di una chat con Palamara e componenti di Unicost per una strategia da tenere sul caso Giordano
“Non ho notizie di questo, mi ricordo di una delegazione scesa a Siracusa ma non ricordo altro”.
Qual è la cosa che le fa più rabbia?
“L’unico episodio specifico è quello del procedimento disciplinare a carico del dottore Longo, Palamara fa riferimento a una vicenda che riguarda soltanto quella persona. Non avendo altro da dire, tutte le altre affermazioni sono generiche, indimostrabili, lui, per delegittimare il collegio, afferma che i componenti del collegio, io Viazzi e l’altro, abbiamo beneficiato di questo sistema! A non dice come, quando e perché. È semplicemente una insinuazione per delegittimare. Anche la pubblicazione di una espressione di questo tipo, a cosa serve?”.
Palamara capisce che sta affondando e vuole trascinare con sé tutti?
“Non lo so, noi come collegio dei probiviri abbiamo adottato il nostro parere, osservando il contraddittorio, a differenza di quello che lui sostiene. Come collegio dei probiviri lo abbiamo convocato ben 4 volte. La prima volta ci ha chiesto il rinvio per impedimento del suo difensore, la seconda per attendere il deposito di una sentenza della Cassazione, sentenza che ha confermato la misura cautelare applicata dalla sezione disciplinare dell’Anm. Chiede un altro rinvio in quanto nello stesso giorno doveva essere sentito dai magistrati di Perugia e arriviamo al 2 marzo del 2020, si presenta davanti ai probiviri e dichiara che non parlerà del merito della vicenda perché lo avrebbe fatto davanti al comitato direttivo”.
Quindi non è vero che Palamara non si è potuto difendere?
“Sì, non è vero”.
Denuncerà Palamara?
“No. Continuo a essere un componente del collegio dei probiviri dell’Anm, con la massima serenità d’animo. Abbiamo valutato insieme al presidente Viazzi, ex presidente del Tribunale di Genova, persona trasparente, di grande livello e spessore etico e professionale”.

