PALERMO – C’è una “borghesia mafiosa” che bussa alla porta dei boss. Chiede favori e nel frattempo consuma droga e riempie le casse di Cosa Nostra, che con i soldi degli stupefacenti punta ad ingrossare il suo esercito. Il rischio è che la mafia torni ad essere forte come un tempo. Di sicuro oggi è più debole del passato, ma pur sempre pericolosa. Ha perso terreno e persino una parte del controllo del territorio.
Merito dello Stato che però, a sua volta, sta perdendo una battaglia altrettanto decisiva, quella socio-culturale. Lo dimostrano i casi di violenza, provocata da bande di giovani che vivono sopra le righe.
La politica può e deve deve fare di più anche se sul punto il procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, taglia corto: “Noi non entriamo, non dobbiamo entrare, nella questione di che cosa fa la politica”. La magistratura persegue i reati, anche dei politici che “contribuiscono” al lavoro dei pubblici ministeri, fra episodi di corruzione e scarsa trasparenza.
Lei è stato pubblico ministero a Palermo, poi sostituto alla Direzione nazionale antimafia, capo dei pm di Messina e dal 2022 di nuovo a Palermo come procuratore. Alla luce della sua lunga esperienza qual è oggi la condizione di Cosa Nostra?
“È in fibrillazione. Non è certamente più la Cosa Nostra corleonese che abbiamo conosciuto, cosa che dipende innanzitutto dalla pressione, ormai trentennale, dello Stato che ha raggiunto risultati importanti in termini di individuazione dei mafiosi e di impoverimento, con il sistema dei sequestri e delle confische penali di prevenzione, dei suoi patrimoni. È però un’organizzazione che ha un importante substrato fatto di storia e di regole capace di sopravvivere al momento di crisi e che le consente di rimanere attrattiva per molti giovani, sia a Palermo che nelle province. Oggi Cosa Nostra è orientata a fare ciò che ha sempre fatto, esclusa la parentesi corleonese, cioè tornare a inserirsi nel mondo degli affari e dei ‘servizi’ verso quella parte di borghesia che li richiede, e guarda, appunto, a quella parte di società che è interessata a dialogare con la mafia. La mafia ha sempre fatto affari dal 1860 ad oggi, solo nella parentesi corleonese questi affari sono diventati una parte di un progetto diverso. Oggi sono di nuovo centrali. Ora per essere attrattiva la mafia deve tornare a essere ricca, perché la ricchezza le restituisce capacità “militare”, per questo la priorità per Cosa Nostra torna ad essere il traffico di stupefacenti che nel secolo scorso l’ha vista protagonista”.
Cosa offre oggi la mafia alla borghesia?
“Al momento offre pochissimo, tanto che assistiamo al paradosso che è una certa borghesia quella definibile appunto come ‘mafiosa’ a cercare i capi mafia. In questo modo ne conferma l’importanza e il peso che in realtà è molto meno significativo di quanto non appaia. La mafia oggi offre la sua alleanza, la sensazione di avere le spalle coperte, di potere essere aiutati come negli anni passati”.
Cosa chiede, invece, la borghesia alla mafia?
“Premesso che non parliamo certo di tutta la borghesia ma di quella parte che da generazioni è abituata a conoscere Cosa Nostra, possiamo dire che le richieste sono quelle di sempre: favori, agevolazioni, scorciatoie. In tanti, piuttosto che rivolgersi allo Stato, preferiscono appunto la scorciatoia della violenza mafiosa perché pensano di arrivare prima e con costi sopportabili. Calcolo sbagliato”.
La droga è da sempre la principale fonte di guadagno di Cosa Nostra. Cosa è cambiato oggi rispetto al recente passato?
“L’affare della droga per un periodo è stato subappaltato a bande criminali, anche di extracomunitari, nella fase della distribuzione e del commercio al dettaglio. Oggi l’organizzazione si ripresenta sul mercato internazionale. Non è più in posizione subordinata rispetto alla ‘ndrangheta anche perché sono cambiate le modalità di trasporto, soprattutto della cocaina. Fino a qualche tempo fa l’hub centrale per l’importazione era il porto di Gioia Tauro. Oggi quella struttura è talmente attenzionata da meccanismi di controllo e sicurezza delle forze dell’ordine da costringere le organizzazioni mafiose, non solo Cosa Nostra, a impegnarsi per trovare altre vie. Una di queste è il percorso su gomma dalla Spagna fino alla Sicilia. Un’altra via è l’individuazione di nuovi porti, anche in Sicilia. Questo fa sì che la ‘ndrangheta, pur rimanendo il principale attore, non sia più l’unico nelle attività di importazione dello stupefacente. Si sono aperti spazi per Cosa Nostra che mette sul piatto della bilancia una straordinaria richiesta di stupefacente che arriva proprio da quella borghesia a cui facevamo riferimento prima, quindi un mercato potenzialmente molto vasto e ricco”.
Con i soldi si finanzia un nuovo esercito.
“I soldi a Cosa Nostra non servono soltanto per arricchirsi, servono soprattutto per ristrutturarsi. La droga è lo strumento con cui ci si arricchisce il più rapidamente possibile. Questi soldi poi devono essere investiti per ricostituire, come abbiamo detto, un esercito efficiente”.
Ci sono dei personaggi in grado di intestarsi questa ristrutturazione? Vecchi boss o emergenti?
“Ci sono una serie di personaggi, ma l’organizzazione ha in sé la forza di ristrutturarsi. Ci sono persone detenute, e non, in grado di ordinare in modo teorico una grande ricostruzione. Non sono soltanto personaggi anziani, ce ne sono anche di più giovani”.
Come si concilia la capacità della mafia di resistere e l’allarme sicurezza? Quando si spara in pieno centro arrivano le forze dell’ordine. Una presenza non gradita dai boss. La mafia sembra avere perso una parte del controllo del territorio.
“È vero, questa Cosa Nostra diversa e più debole si fa i suoi affari e perde pezzi di controllo del territorio. Ci sono molti fattori in gioco, uno di questi è culturale. Ci sono dei gruppi di giovani che non sono legati all’organizzazione mafiosa e non sono neanche più controllati dall’organizzazione mafiosa. Sono in qualche misura allo sbando, vivono di idoli che non sono solo quelli tipici della mafia. Vivono sopra le righe, girano armati. Un problema, questo sì, connesso in qualche modo indirettamente a Cosa Nostra che gestisce il traffico di armi. Ci sono fenomeni che vanno letti più in chiave socio-culturale che criminale e sono presenti in tutte le grandi metropoli. Palermo ha la caratteristica di non essere grande come Roma, Milano e Napoli, ma neppure piccola come la maggior parte delle città italiane, quindi questi fenomeni si registrano in un contesto urbano, ravvicinato, ma non facilmente controllabile. Non dico che non c’entri la mafia, però è un fenomeno diverso che si deve fronteggiare con strumenti che non sono certo i militari per strada. Serve la riorganizzazione della vita sociale della città. Più luce, più pulizia, più luoghi nei quali i giovani possano socializzare. Probabilmente servirebbero anche una serie di provvedimenti, forse duri ma più concreti”.
Ad esempio?
“Non è scritto da nessuna parte che fino alle 04:00 si deve circolare in città e in certi modi. Servirebbe una diversa regolamentazione degli orari dei locali, cambiare in qualche modo le abitudini dei giovani che oggi non escono di casa prima di mezzanotte”.
Sono passati quanto quasi tre anni dall’arresto di Messina Denaro e a cascata delle pedine della sua stretta cerchia di protezione. Cos’altro bisogna aspettarci?
“La cattura di Messina Denaro è un lavoro che ha portato fino ad oggi all’individuazione, alla cattura e alla condanna di 18 soggetti, tra i quali familiari del latitante, ma anche professionisti che lo hanno aiutato. Posso solo dire che questa cattura continua a offrire una serie di spunti in fase continua di sviluppo e di investigazione”.
Prendendo spunto dall’ultima inchiesta che ha coinvolto Totò Cuffaro e non solo. Potrei sbagliarmi ma si ha l’impressione che la magistratura intervenga quando alcuni comportamenti dei politici degenerano in reati perché la stessa politica nulla ha fatto per evitarli.
“Tutte le valutazioni della stampa e dell’opinione pubblica, anche quelle che hanno il sapore delle speculazioni sulle indagini che la Procura di Palermo fa in materia di pubblica amministrazione, sono certamente legittime, le critiche per prime. Però noi facciamo soltanto il nostro mestiere, che inizia ogni volta che abbiamo una notizia di reato e solo in quel caso. Noi non entriamo, non dobbiamo entrare, nella questione di che cosa fa la politica. Stiamo ai compiti che la Costituzione ci ha demandato: occuparci soltanto delle attività volte a trovare prove di responsabilità (o meno) degli indagati e dei conseguenti processi. Ovviamente quando trattiamo temi politici è chiaro che questo ha una serie di conseguenze di cui siamo consapevoli, ma rispetto alle quali non ci spetta, in nessuna sede, neppure in questa, alcuna valutazione. Facciamo il nostro lavoro in maniera laica, attenendoci alla legge e applicando la legge. Punto, lo facciamo per chiunque, lo faremo sempre. Noi abbiamo fatto un’indagine, abbiamo individuato dei soggetti e delle ipotesi di reato. Il giudice poi valuterà se questo sia vero o meno. Tutte le altre considerazioni sono fuori dalla nostra sfera di valutazione e di responsabilità”.
Diverse inchieste hanno fatto emergere che la sanità è il cuore di interessi illeciti. Perché è più permeabile al malaffare oppure semplicemente perché girano più soldi?
“Dove ci sono i soldi ci sono i rischi più alti di individuare reati. Vale per la mafia, vale per chiunque. Il movente dei reati è quasi sempre economico. In proposito sarebbero auspicabili meccanismi il più trasparenti possibile di gestione dei denari pubblici, perché più è grande la trasparenza meno facili sono gli imbrogli. Se esistessero procedure trasparenti e rapide di definizione degli appalti, degli incarichi e delle nomine, tutto questo renderebbe più difficile la commissione dei reati e non richiederebbe l’intervento del giudice penale”.
A proposito di corruzione nella pubblica amministrazione: si può fare un primo bilancio sulla norma degli interrogatori preventivi?
“La prima osservazione che viene da fare è che non c’è una idea organica di riforma del processo penale. Assistiamo ad una serie di costosi e non coordinati interventi legislativi che si affastellano l’uno sull’altro e che rendono il processo penale italiano, che già non funzionava, ancora meno funzionante. Tra queste, per come è congegnato, il meccanismo dell’interrogatorio preventivo. Cerco di spiegare perché crea una situazione assolutamente anomala: l’interrogatorio viene fissato con un certo anticipo, non determinato, rispetto alla decisione del giudice. Se ci sono più soggetti ci vogliono giorni per poter interrogare tutti, il che crea oggettive diseguaglianze su chi vene interrogato prima e chi dopo, tra le altre cose si crea un danno persino agli indagati. Siccome bisogna depositare tutti gli atti del procedimento, questi atti diventano pubblici. E quindi anche le valutazioni che fa la stampa non si basano sull’ordinanza di un giudice terzo e imparziale, ma sulla richiesta di un pubblico ministero che è una parte. Dopodiché la decisione del giudice non è definita in un tempo certo. Né l’accusa, né lo stesso indagato sanno quale sarà la decisione del giudice per un lungo periodo di tempo. Ma, ripeto, la questione fondamentale è che ogni giorno noi leggiamo di riforme del sistema processuale ciascuna slegata dall’altra e nessuna che preveda il suo costo. Infine si dice che vogliamo un sistema accusatorio puro, ma questo sistema si fonda sull’obbligo dell’imputato che decide di testimoniare, di dire la verità, cosa che il nostro attuale sistema non prevede; si basa sulla giuria popolare e non sul giudice che decide e si basa su una possibilità di appello limitato e non aperto come il nostro. Quindi se vogliamo parlare di sistema accusatorio bisogna farlo guardando a tutto il sistema non solo ad una parte”.
Da cosa dipende questa mancanza di organicità delle riforme. Qualcuno ci marcia?
“Proprio questo susseguirsi così caotico di norme esclude il dolo”.
Però se non si guarda all’organicità dovrà pur esserci una causale.
“Questo dimostra che ci sono una serie di pressioni di alcune parti della politica che sono, come dire, interessate, anche legittimamente, a intervenire, ma solo sulla parte che più la preoccupa in assenza della visione dell’insieme”.
Quale altra novità la preoccupa?
“Fra qualche mese dovrebbe entrare in vigore il cosiddetto giudice per le indagini preliminari collegiale. E questo porrà una serie di problemi seri soprattutto nei piccoli tribunali che non riusciranno a formare i collegi. Se peraltro rafforziamo la capacità di valutazione del giudice che deve emettere la misura cautelare, non dovremmo lasciare invariato il funzionamento del tribunale del riesame. Se un collegio decide la misura, e ha tutto il tempo di studiare gli atti, non si capisce perché poi in dieci giorni un altro collegio deve rivalutare quella decisione”.
Eppure di tutto questo si parla poco. Il dibattito è incentrato sulla separazione delle carriere. A proposito separazione sì o no?
“Sul referendum il ragionamento deve essere chiaro. I cittadini vogliono un processo penale senza errori giudiziari e processi civili e penali che si concludano in tempi ragionevoli. La riforma costituzionale non consente affatto ai cittadini né di essere più sicuri da un punto di vista degli errori giudiziari, che continueranno a esserci, come è inevitabile che sia, né assicura rapidità al processo. Quindi dal punto di vista dei cittadini la riforma non reca alcun vantaggio. Sulla separazione delle carriere si potrebbe anche discutere, se non fosse che la legge ha già separato le funzioni requirenti da quelle giudicanti, ma quello che davvero non convince sono i due Consigli superiori della magistratura che creeranno una serie di problemi applicativi incredibili. Penso ad esempio ai Consigli giudiziari che dovranno essere duplicati in tutta Italia. E la regola del sorteggio per la selezione dei loro componenti? Non è soltanto lesiva della dignità dei magistrati, ma soprattutto non risolve il problema tanto temuto del cosiddetto correntismo. Se è vero che non ci sarebbero più Pm a decidere delle carriere dei giudici (e viceversa), rimarrebbe il problema della componente laica, composta in maggioranza da avvocati, che invece continuano a decidere delle carriere dei magistrati. E’ evidente che in realtà siamo in presenza di un non problema.
Tra l’altro c’è un altro problema, se per caso vengono sorteggiati tutti i magistrati di Milano, il rapporto con tutti i problemi del Sud Italia, e viceversa, chi lo cura? È tutto molto complicato e non risolutivo del tema del correntismo”.
Mafia, corruzione, il rischio di essere colpiti da una fucilata mentre si beve un drink: il quadro non è incoraggiante, ma abbiamo il dovere di impegnarci per cambiare le cose. Qual è il messaggio che possiamo rivolgere ai lettori di LiveSicilia, soprattutto ai più giovani.
“Dobbiamo pensare com’era Palermo alcuni decenni fa, quando ogni giorno si contavano morti per strada. Oggi quei morti non ci sono più. Il livello di crescita economica della città, seppure caotico, è evidente. La città esplode di turismo, la crescita è forse caotica ma deve essere aiutata e governata. Bisogna capire che lo strumento per sconfiggere in maniera definitiva la mafia è la crescita economica, oltre che quella culturale. Ognuno faccia la propria parte. La Procura che dirigo ci prova ogni giorno nei grandi e nei piccoli casi, tutti noi, i miei sostituti, il personale amministrativo, la polizia giudiziaria, abbiamo sempre presente che dietro le carte che lavoriamo ci sono i drammi più o meno grandi dei cittadini”.

