Palermo, i boss dell'Uditore, il voto, gli scarcerati: "Condannateli"

l boss dell’Uditore, il voto, gli scarcerati: “Meritano la condanna”

Da Agostino Sansone a Franco Bonura: vecchia e nuova mafia

PALERMO – Secondo la Procura generale, l’assoluzione degli imputati in primo grado è stato un errore. Il sostituto procuratore generale Carlo Marzella ha chiesto la condanna dei tre imputati: 15 anni per Agostino Sansone, 10 anni ciascuno per Pietro Polizzi e Manlio Porretto. La parola ora passa alla difesa, la sentenza è prevista a marzo.

Il blitz alla vigilia del voto

Il blitz alla vigilia delle elezioni comunali del 2022 fece scalpore. L’accusa è voto di scambio elettorale politico-mafioso. Sansone in passato è stato condannato per mafia, Polizzi era candidato al Consiglio comunale con Forza Italia, Porretto è cugino di Sansone.

Fra il boss dell’Uditore e Polizzi ci sarebbe stato un rapporto stabile di cui l’appoggio elettorale sarebbe stata una delle ultime dimostrazioni. Nella villa di Sansone, in via Bernini a Palermo (accanto a quella dove c’era il covo di Totò Riina), i poliziotti della squadra mobile trovarono i facsmile del candidato. Per i giudici di primo grado non c’era la prova del patto sporco, ma il pubblico ministero Giovanni Antoci ha fatto ricorso in appello.

Dopo avere finito di scontare una condanna per mafia, Sansone era stato scarcerato. Poi di nuovo dentro, ma in detenzione domiciliare per alcuni reati economici, e l’arresto del 2022.

Sansone e Bonura, scarcerati eccellenti

L’assoluzione di primo grado ha riaperto le porte del carcere. Il suo nome fa parte degli scarcerati con un passato mafioso che conta. Proprio come il vecchio boss dell’Uditore Francesco Bonura, tornato alla ribalta anche per le vicende legate all’inchiesta “mafia e appalti” su cui indaga la Procura di Caltanissetta. L’ipotesi è che sarebbe stato aggiustato il processo di appello in cui fu confermata l’assoluzione di Bonura per un duplice omicidio.

C’è fermento all’Uditore come in altri mandamenti mafiosi della città. Nelle indagini che hanno riportato in carcere qualche anno il boss di Pagliarelli Giuseppe Calvaruso saltarono fuori degli investimenti all’estero.

Due pezzi grossi del mandamento qualche anno furono i protagonisti di un misterioso scambio di pizzini in carcere. Si trattava di Andrea Ferrante, Giovanni Cancemi e Salvatore Sansone.

Un detenuto barese ristretto nel reparto Libeccio si era avvicinato a Ferrante durante l’ora d’aria. “Muriu un cani… non posso in questo momento”, diceva il pugliese che stava scontando una condanna per omicidio, estorsioni e armi, facendo riferimento alle perquisizioni appena subite nella sua cella. Gli agenti della Penitenziaria avevano trovato un cellulare.

Il 17 aprile 2021 Giuseppe Calvaruso concluse il periodo di isolamento dopo l’arresto e fu trasferito nella sezione “Alta sicurezza Grecale”. Subito Ferrante e Cancemi organizzarono il comitato di accoglienza con baci e abbracci.

Un giorno le telecamere accese su ordine della Procura della Repubblica registrarono un episodio dal forte valore simbolico. Nei pressi dei cancelli divisori tra le sezioni, Ferrante baciò in bocca un altro detenuto, Salvatore D’Amico, che da lì a poco sarebbe stato scarcerato. Ferrante prima gli avrebbe fatto recapitare un messaggio e poi quel bacio, ancora tutto da interpretare.

La “Svizzera di Cosa Nostra”

Filippo Bisconti, un tempo capomafia di Belmonte Mezzagno, e collaboratore di giustizia che l’Uditore era la “Svizzera di Cosa Nostra”. I Sansone “praticamente se ne fregavano di fare riferimento a qualcuno, che loro praticamente non intendevano incontrare nessuno, quando avevano bisogno di qualche cosa se la risolvevano loro stessi, non andavano a cercare nessuno”.

Specificò meglio il senso delle sue parole: “Per Svizzera s’intendeva che non volessero fare riferimento a chicchessia, proprio questo specifico argomento era il senso di questa Svizzera, tra virgolette”.

All’Uditore c’era il covo di Gianni Nicchi, giovane capomafia di Pagliarelli arrestato nel dicembre 2009 in un appartamento di via Filippo Juvara, a poche centinaia di metri dal Palazzo di Giustizia. All’Uditore c’è pure la villa dove vive la famiglia di Giovanni Motisi, l’ultimo grande latitante di mafia.


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