Parla il pentito: dalla "Svizzera di Palermo" agli affari a Milano - Live Sicilia

Parla il pentito: dalla “Svizzera di Palermo” agli affari a Milano

Il racconto dell'aspirante pentito Gaetano Fontana parte dall'era del padre e arriva fino ai nostri giorni
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PALERMO – Il 17 marzo scorso Gaetano Fontana è seduto davanti ai pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Palermo Amelia Luise e Dario Scaletta. Il boss dell’Acquasanta conferma la volontà di collaborare con la giustizia.

Si era detto pronto a raccontare tutto già nel precedente mese di ottobre. Da allora si è aperta una partita con la Procura. Nel corso del processo in cui è imputato, Fontana nei giorni scorsi si è sottoposto a un lungo esame. Sul piatto ha messo una serie di beni sconosciuti alle indagini. I pubblici ministeri finora dubitano sulla sua reale e totale volontà di collaborare. Resta da capire se le cose cambieranno alla luce dei nuovi racconti.

I principali dubbi nascono dal fatto che Fontana ha negato il suo attuale ruolo mafioso. Un ruolo che invece emergerebbe da un’indagine del 2020. A marzo. però, sembra esserci un primo passaggio che segnerebbe una rottura con i tentennamenti dell’ottobre precedente. Alla domanda se fa parte oggi di Cosa Nostra risponde: “Sì, sì, sì…”, ma subito torna al passato: “… allora il ruolo apicale l’ho avuto da quando ho compiuto diciotto anni. Allora ero rappresentante della famiglia Acquasanta, già a diciotto anni, insieme a Galatolo Gaetano e Angelo”.

Fontana è stato arrestato l’ultima volta nel maggio 2020 in un blitz dei finanzieri del Nucleo speciale di polizia valutaria a Milano, città dose assieme ai fratelli ha trasferito residenza e interessi economici: “Mio fratello Angelo e mio fratello Giovanni (Angelo Fontana è stato condannato per mafia)… io l’ho mangiata questa materia, i miei fratelli no. Giovanni è stato delegato da me negli ultimi tempi per quanto riguarda gli affari nostri familiari”. Anche questo è un capitolo delle sue dichiarazioni che lascia perplessi i magistrati.

Affari a Milano, città in cui hanno aperto una gioielleria nel quadrilatero della moda, ma ben radicati nel rione Acquasanta di Palermo, rimasto il centro del potere costruito dal padre Stefano, oggi deceduto: “Nel 2006 mio padre è sceso di nuovo a Palermo da Roma… prima dell’operazione c’era Antonino Pipitone e Vincenzo Di Maio che reggevano la famiglia mafiosa dell’Acquasanta. Sono stati arrestati e subentrò mio padre”.

Presente e passato si incrociano spesso nel suo racconto: “Pippo Madonia (uno degli storici boss di Resuttana assieme ai fratelli Antonino e Salvino) gli tolgono il quarantuno bis e faceva i colloqui con la cognata, con la Mariangela Di Trapani (moglie di Salvino Madonia) e gli mandò a dire a mio padre se mio padre si poteva mettere come a capo mandamento di Resuttana e mio padre allora ebbe a dirgli: gli fai sapere a tuo cognato che questo zaino per me è pesante”.

Il boss Stefano Fontana declinò l’invito “anche perché – racconta il figlio – c’era Lo Piccolo Salvatore allora che gestiva… perché i Madonia prima glielo danno a uno, poi glielo danno a un altro. Siccome c’era mio padre che apparteneva, diciamo, realmente a loro e glielo volevano dare a mio padre; ma mio padre non l’ha voluto. Ci siamo gestiti solo l’Acquasanta; infatti l’Acquasanta, dottoressa, quando eravamo i Fontana, era chiamata la Svizzera di Palermo, perché noi non volevamo interloquire con nessuno, né col mandamento di Resuttana, né con gli altri mandamenti. Non volevamo avere a che fare con… con niente e con nessuno. Poi dopo quello che è successo col dottor Borsellino, dico, non è che che è stata una cosa normale”.

Con i Madonia i Fontana condividono anche interessi economici: “In via Campania è presente un appartamento di proprietà per metà di Antonino Madonia. Un giorno è venuta Mariangela Di Trapani a cui ho liquidato 140.000 euro della predetta metà di Nino Madonia nel 2007. Mio fratello Giovanni litiga con il nipote di Vincenzo Graziano, ossia Santino Graziano che nell’occasione appella sbirro come Vito Galatolo perché noi volevamo che sul suddetto appartamento su cui gravava un mutuo, questo venisse tolto atteso che avevamo liquidato la metà dei Madonia”.

Quindi Gaetano Fontana parla delle infiltrazioni mafiose nel Cantiere navale. In particolare della cooperativa Spavesana da qualche mese finita in amministrazione giudiziaria: “Il controllo della Spavesana ce l’aveva mio padre. Sono tre le cooperative dentro i cantieri: Picchettini, Spavesana e Pontisti. Per quanto riguarda la Pontisti e la Picchettini sono state sempre sotto il controllo di Gaetano Galatolo, che ci ha lavorato anche nella Picchettini. Per quanto riguarda la Spavesana era sotto il controllo di mio padre e di un certo Vincenzo Alicata. In quel periodo mio padre, ha fatto lavorare Giovanni Ferrante… ci lavorano due Ferrante… c’è il controllo da parte dei fratelli Ferrante, ecco questo, da parte dei Fontana non c’era un controllo della Spavesana… a noi appartiene la Gru Time”. CONTINUA

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