Perché i siciliani recitano | ogni giorno il teatro barocco - Live Sicilia

Perché i siciliani recitano | ogni giorno il teatro barocco

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Ma quanto è Barocco il nostro Barocco? E quanto ha influenzato il nostro essere oltre al nostro apparire?

Se la storia ci ha insegnato a definire quello stile “irregolare, contorto, grottesco e bizzarro” forse in pochi si sono soffermati a pensare quanto la Sicilia e ancor di più i siciliani, siano irregolari, contorti, grotteschi e bizzarri.

Tutta la difficile terra dei ciclopi è circondata di magnificenza barocca non riferibile alle sole bellezze architettoniche ma a quel modo di essere, a quelle complesse sfumature che fanno di ogni siciliano un trionfo di opulenza seicentesca.

Figlia di un terremoto che ha stravolto non soltanto la morfologia ma anche l’animus, dopo il 1693 la Sicilia è risorta dalla distruzione più forte che mai.

Abbiamo fatto di quella data il vessillo del nostro risorgimento.

Tronfi e fieri della capacità indiscussa di rinascere e di soccorrerci a vicenda, i Siciliani hanno sfruttato il gioco artificioso del barocco che dilagava nella Roma Papalina facendone un concetto, un modo di vivere, una filosofia di vita: uno stile, appunto.

In questo secolo di “dissimulazione”, intesa come elegante capacità di dare riposo al vero, il teatro diventa l’arte per eccellenza: il sogno opposto alla vita, il gioco delle parti e delle maschere opposte a quella verità spesso dolente che, dissimulando, si vuole tacere.

E’ il secolo dell’arte, dello spettacolo e dell’illusione, dell’espressione artistica che più d’ogni altra si presta a rappresentare i conflitti che pervadono l’animo umano. Il Barocco ha la straordinaria capacità di mettere in scena la teatralizzazione della vita e delle passioni tra caducità mondana e ordine ultraterreno.

Tutto questo si traduce all’interno del contesto siciliano in un modo di essere che rende teatrale nella quotidianità ogni isolano. È teatrale un ambulante al mercato, così come un dialogo bisbigliato fra persiane socchiuse. È teatrale il saluto che si consuma spesso in un ermetico “Arà”, e teatrale il contrasto dei nostri sapori, a cominciare dall’agrodolce, la presentazione sfarzosa dei nostri piatti, il trascinarsi lento dei passi sotto la canicola che rende sfocata la pietra chiarissima.

Ma la Sicilia è teatrale soprattutto nei silenzi, nei gesti grotteschi, nelle frasi accennate e mai concluse, negli abbracci plateali e nelle arringhe di piazza.

È teatrale la lamentela, la cultura del pianto, del crogiolarsi, dell’attribuire al fato ( reminiscenze greche) la causa di ogni male.

Le volute ridondanti riflettono la complessità del nostro linguaggio, le linee curve la morbidezza delle nostre campagne, i contrasti di luce e ombre la fascinazione dei nostri silenzi.

Sì, perché in Sicilia i silenzi sono più roboanti delle parole.

I gesti sono così intimamente intrisi di ardite metafore e di serpentine spirali da risultare un linguaggio oltre la parola. La capacità di comunicare attraverso il corpo più che con la parola, ci ha permesso di interagire con tutte le dominazioni che hanno segnato la storia siciliana ma anche con tutti i popoli che i siciliani hanno ospitato.

Questa lingua, che censura la parola e traduce intere espressioni in un solo movimento, potrebbe essere oggetto di un ironico studio semiologico volto a mettere in risalto il parallelismo fra il ghirigoro di una voluta barocca al plateale e fragoroso gesto di una mano roteante; incipit canonico di un racconto scottante.

I siciliani sono barocchi nel carattere: alle loro voci , ora dolenti ora liete, rispondono altre voci, un coro vero e proprio , come nelle tragedie greche, che commenta gli avvenimenti, che incrudelisce, biasima e compassiona. È barocca naturalmente anche la nostra accoglienza. Aperta e morbida come una voluta, espressiva e allegorica come un mascherone, raggiante e maestosa come una natura morta caravaggesca. Perché la Sicilia è anche tutto questo. È la terra che ti avvince, ti innamorata e ti pervade. È un luogo magico dove anche l’arte di un periodo storico che passa, resta e si traduce in vita.


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Commenti

    Che nell’esercizio di scrittura proprio un bel pezzo, temevo la solita auto reprimenda

    Bell’articolo, molto “barocco” (è un complimento). I siciliani, anch’io lo sono, raramente sono consapevoli dell’essere barocchi. I pochi consapevoli sono quelli che i non siciliani , con lo stupore iniziale dei più, chiamano geni.

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