PALERMO – Con l’arresto di Roberto Mazzarella, boss della camorra catturato la notte scorsa, va aggiornata la lista dei latitanti di “massima pericolosità” stilata dal Viminale. Resta il nome di Giovanni Motisi.
Mazzarella, 48 anni, è stato individuato in una villa di lusso della Costiera Amalfitana dove si era registrato sotto false generalità per trascorrere la Pasqua con la moglie e i due figli.
Tre latitanti, uno è Motisi
Ora ne sono rimasti tre da catturare: si tratta di Attilio Cubeddu, classe 47 di Arzana (Nuoro), ricercato dal 1997, Renato Cinquegranella, napoletano, ricercato dal 2002, e il palermitano Giovanni Motisi, 67 anni, ricercato dal 1998.
Lo scorso giugno si era aperta una pista su Motisi. Scricchiolava sin dalle prime battute ma sono serviti degli approfondimenti per escludere che il boss fosse morto in una clinica di Calì, in Colombia. La pista colombiana però resta in piedi così come le ricerche in Sudamerica dove altri boss si sono mossi e continuano a farlo con agilità.
La pista in Colombia
Gli investigatori, coordinati dalla Procura di Palermo, hanno eseguito lo screening di tutte le cliniche e gli ospedali della città colombiana per verificare la notizia pubblicata dal settimanale “Gente’. Il fotoreporter Antonello Zappadu aveva raccontato ha raccontato che Motisi era pronto a farsi intervistare. Nel giugno 2022 il capomafia di Pagliarelli “voleva consegnarsi in Italia perché stava male”. Poi tutto è saltato a causa dell’aggravarsi delle condizioni cliniche del capomafia colpito da un tumore. Zappadu non ha parlato direttamente con Motisi, ma si era detto certo della sua fonte.
Chiuso il capitolo sul decesso, resta aperto quello della cattura. Motisi resta l’obiettivo numero uno dopo che nel 2023 è stato arrestato Matteo Messina Denaro. Il padrino di Castelvetrano sembrava un fantasma ed invece, almeno nell’ultima parte della sua vita, se ne andava tranquillamente in giro in Sicilia. Dentro il fascicolo di Motisi ci sono altre piste sudamericane. Inevitabile che sia così anche e soprattutto alla luce della storia di un altro boss, Giuseppe Calvaruso.
Quando non era ancora diventato un capomafia, Calvaruso aveva mostrato di che pasta fosse fatto mettendosi al servizio del padrino per il più delicato degli incarichi: coprirne la latitanza.
Le ultime tracce sul “pacchione”
Le ultime trecce certe sul “pacchione” (così viene soprannominato il padrino) sono legate a Calvaruso, poi è sparito nel nulla. Gli danno la caccia dal 1998. Deve scontare, tra le altre, una condanna all’ergastolo per l’omicidio del vice capo della Mobile di Palermo Ninni Cassarà, trucidato a colpi di kalashnikov il 6 agosto del 1985 insieme all’agente Roberto Antiochia mentre rientrava a casa.
Le famiglie di Calvaruso e Motisi sono da sempre molto legate. “Seguendo i Calvaruso, gli investigatori identificarono due luoghi dove certamente si era fermato il latitante: una villetta a Casteldaccia e una casa in via Enrico Toti, poco distante dall’Università di Palermo. “Gli unici che ci andavamo eravamo io e lui…”, diceva nel 2016 Calvaruso di se stesso e del fioraio Vincenzo Cascino, riferendosi alla frequentazione con il latitante. Anni prima la moglie di Motisi aveva comprato dei fiori nel negozio di Cascino “La Violetta” in via Maqueda.
A Casteldaccia la famiglia Motisi si era riunita nel 1999 per festeggiare il compleanno di uno dei figli del boss. Del “pacchione” qualche tempo fa la polizia ha diffuso nuovo identikit. Motisi sarebbe vivo, anche se qualcuno in passato ha messo in giro la voce che fosse morto.
Nicchi e gli altri
Nel 2007 Gianni Nicchi, ‘u picciutteddu, il ragazzo diventato capomafia a Pagliarelli, il regno di Motisi, aveva dato mandato di trovare un collegamento con il latitante. Gli serviva il suo benestare per contrastare Salvatore e Sandro Lo Piccolo, signori di San Lorenzo.
Il collaboratore di giustizia Angelo Casano ha raccontato che nel 2002 il boss fu destituito dalla reggenza di Pagliarelli. Al suo posto tornò Nino Rotolo, trasferito ai domiciliari per motivi di salute e ormai da anni di nuovo al 41 bis: “Motisi aveva una gestione molto strana del mandamento. Non si faceva mai vedere, non dava mai risposte. Rotolo mandò a chiamare Motisi per avere spiegazioni”.
Casano sapeva pure che Motisi accettò la destituzione per occuparsi solo ed esclusivamente della latitanza. Lo accompagnarono in provincia di Agrigento dove si sarebbe nascosto nel 2004.
All’inizio degli anni Duemila la moglie di Motisi, Caterina Pecora, figlia del costruttore Francesco, chiese di potersi rifare una vita. Inizialmente, era arrivato un no. Poi, Rotolo ci ripensò. “Se un domani dovesse venire qualcuno mandato da Giovanni (Motisi ndr), cerca me e io so cosa gli devo dire – spiegava Rotolo – questo te lo posso promettere: bello mio, tu te ne sei andato e non ti sei preoccupato”.
“Mi manda sempre i saluti”
Il 20 giugno 2017 Gaetano Scotto, mafioso dell’Arenella, parlava con il nipote: “… mi manda sempre i saluti di Alessio, di Messina Denaro, questo che non c’è più, questo che è latitante. Dice: a me ci sono persone che mi parlano sempre di te… parla sempre di te… il mio idolo dice… ieri l’ho visto mi è venuto a cercare”. Alessio è il nome che Messina Denaro usava per firmare la corrispondenza con Bernardo Provenzano.
Il soldato di Porta Nuova e collaboratore di giustizia, Alessio Puccio, sul conto di Giuseppe Auteri, boss di Porta Nuova latitante per un anno e mezzo, spiegò di avere saputo che era Motisi “impegnato in una cosa molto importante”.
Giuseppe Incontrera (assassinato alla Zisa) “non mi ha specificato di cosa si trattava… non ho chiesto più informazioni perché non si può. Non bisogna essere troppo curiosi e non si chiede punto, quello che ti dicono lo ascolti ma non chiedi”. Questa “cosa importante” era legata ad un parente di Motisi, di cui si possiede un identikit. Attorno a lui silenzio o quasi.

