PALERMO – Un altro flop. Un’altra rivoluzione rimasta sulla carta, per il momento. Un altro annuncio rimasto tale, di fronte alle scadenze messe per iscritto dallo stesso governo. Le Province, per il momento, non si sciolgono. Rimangono, semmai, in carica i commissari. Per altri sei mesi. Questo è l’unico risultato ottenuto, al momento, dalla “riforma delle riforme” che il presidente della Regione, alcuni mesi fa, sbandierò come uno dei primi e dei più grandi successi del proprio esecutivo: “Abbiamo cancellato le Province, luogo di sprechi incredibili”.
Ma al di là delle parole, gli unici risultati portati a casa sono stati quelli di aver impedito a molti siciliani di esprimere liberamente il proprio voto per il rinnovo dei Consigli e delle giunte provinciali. Aver provocato una generalizzata confusione nell’attribuzione delle funzioni, e i timori sul futuro del personale. E anche qualche “strappo” tutto interno alla maggioranza. Prima infatti ecco il Pd lamentarsi dello scrarso coinvolgimento nei lavori sulla riforma. Quindi l’Udc, col segretario regionale Giovanni Pistorio – capo della segreteria tecnia dell’assessore Patrizia Valenti – pronto a “smontare” la riforma scritta dall’assessore Valenti stesso: “Non va bene”.
E così, le certezze del presidente, anche questa volta, hanno finito per vacillare di fronte alla realtà. Di fronte al tempo. La legge approvata a marzo, infatti, al di là del “principio” (qualcuno ha parlato di semplice “spot”) oltre, cioè, a prevedere lo scioglimento delle Province e il passaggio ai Liberi consorzi, non aveva previsto il “come”. “Se ne riparlerà – disse il presidente – ma intanto la Sicilia può vantare un successo storico”. Il problema, però, era proprio il “come”. Insieme al “quando”. Perché la stessa legge fissava il limite del 31 dicembre per “chiudere” le Province. “Entro la fine dell’anno – ribadiva il governatore – l’ente non esisterà più”. E invece, non sarà così.
Proprio oggi, infatti, la commissione Affari istituzionali ha votato a stragrande maggioranza (compresi i deputati del Megafono di Crocetta) la proposta di Santi Formica di spostare la discussione sulle Province solo dopo l’approvazione di Bilancio e Finanziaria. Una decisione che fa il paio con quella di ieri sera, presa dalla giunta di governo: la proposta di prorogare per altri sei mesi i commissariamenti. L’ammissione, insomma, che anche stavolta i tempi non saranno rispettati.
Ma i ritardi del governo stanno producendo un effetto-sorpresa. Si sta sempre più allargando e allo stesso tempo “coagulando” in Aula una maggioranza che inizia a nutrire forti dubbi sull’effettiva necessità dell’abolizione delle Province. Un’abolizione che non porterebbe, poi, i risparmi miliardari annunciati dal governo. E che finirà per “consentire alla casta – ha detto Formica – di guidare gli enti intermedi, senza nemmeno consentire ai cittadini di esprimere il proprio voto”. Una posizione del resto più volte espressa in modo chiaro dal gruppo parlamentare di Formica, la “Lista Musumeci”. “I consigli e le giunte liberamente eletti dai cittadini – ha spiegato Nello Musumeci – non rappresentano costi della politica, ma costi della democrazia. Certo, si possono ridurre, e noi pensiamo che la strada sia questa. Ma cancellarli significa impedire ai cittadini l’espressione del voto. Cioè la democrazia stessa”.
E a dire il vero, sul voto delle Province nel corso del 2013 si è assistito a un vero e proprio balletto. Con una novità al mese. Il 31 gennaio, infatti, il presidente della Regione, dopo settimane di annunci sulla chiusura dell’ente, annunciava: “Si voterà il 21 e il 22 aprile”. Una decisione presa in maniera del tutto autonoma, senza nemmeno confrontarsi, in quell’occasione, con l’assessore al ramo, Patrizia Valenti. Ma meno di un mese dopo, la retromarcia. “Si vota tra un anno. Intanto ecco i commissari”. Un mese dopo, infine, l’annuncio “urbi et orbi”: “Abbiamo abolito le Province, prima Regione in Italia a farlo”.
Il problema, come detto, è che siamo fermi proprio a quel 27 marzo, giorno di approvazione della norma che decide il passaggio ai liberi consorzi. Da quel momento, la gestazione delle leggi che avrebbero dovuto rendere effettiva, cioè “reale”, l’abolizione delle Province è stata lunga e difficoltosa. In commissione Affari istituzionali, intanto, piombavano la bellezza di 18 disegni di legge di riforma. E la maggioranza si divideva tra chi, pochi in realtà, aveva deciso di sposare la proposta del governo – una proposta che, fissando dei limiti di popolazione per ogni libero consorzio, teoricamente apriva alla proliferazione di questi nuovi enti – e chi invece considerava più ragionevola quella “minimalista” di Antonello Cracolici: tre città metropolitane e liberi consorzi che ricalcassero gli attuali confini delle Province. “In pratica – insiste Formica – si sta pensando solo di cambiare il nome alle Province. Nel frattempo, però, l’annuncio del governo ha solo creato disastri. Pensiamo alle scuole, alle strade che non vengono curate, ai dubbi sulle competenze. E tutto questo sfacelo è stato creato togliendo ai cittadini il diritto di votare”.
Una “tentazione”, quella del ritorno al voto, che sembra farsi strada con forza all’Ars. Le proroghe dei commissari, infatti, verranno richieste dal governo attraverso un vero e proprio disegno di legge. Ma le imboscate potrebbero arrivare da tutte le parti. E in caso di bocciatura delle proroghe si dovrebbe tornare al voto. Un’ipotesi al momento solo sussurrata tra i corridoi di Palazzo dei Normanni. Ma che trasformerebbe il “semplice” flop del governo in un clamoroso autogol.

