PALERMO – L’azienda vitivinicola Rapitalà si lascia alle spalle le ombre mafiose del passato. La prefettura di Palermo certifica “il venir meno del pericolo di agevolazione occasionale e l’assenza di altri tentativi di infiltrazione mafiosa”.
Si chiude così il semestre di collaborazione preventiva avviato in seguito dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Prevenzione collaborativa – caso unico – decisa senza la nomina di commissari o esperti della Prefettura.
Insomma l’azienda ha fatto tutto da sola affidando la guida ad un nuovo presidente, l’avvocato Nino Caleca, e ad un organismo di vigilanza composto da Giovanni Canzio, Dino Petralia e Alessandra Santangelo.
Applicato un codice etico rigido
È stato applicato un codice etico rigido e sono stati allontanati i dipendenti legati direttamente o indirettamente a personaggi mafiosi, anche con delle transazioni in tribunale. Ne ha dato atto, nel corso di un vertice a metà dicembre, il comitato interforze della prefettura.
Uno dei capitoli dell’inchiesta della Procura di Palermo dei mesi scorsi era dedicato ai rapporti tra l’azienda vitivinicola e alcuni esponenti mafiosi.
Le indagini
“L’attività di indagine dei carabinieri – scriveva il gip Lirio Conti nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere che aveva raggiunto sei persone – ha fatto emergere gli interessi economici di Cosa Nostra camporealese anche nel settore della produzione e della vendita di prodotti vinicoli attraverso le diverse cantine della zona. Tra queste senza dubbio la più importante per fama e grandezza è la Cantina Rapitalà, società per azioni del Gruppo italiano vini”.
La Tenuta, fondata nel 1968, è costituita da 176 ettari vitati a conduzione biologica nel territorio che da Camporeale, nel Palermitano, declina verso Alcamo (Trapani). “Gruppo italiano vini”, tra i maggiori produttori italiani con oltre 1.600 ettari di vigneto e 14 cantine, detiene le quote di maggioranza di Rapitalà dal 1999.
I dipendenti segnalati
Tra i dipendenti i carabinieri avevano segnalato personaggi legati o vicini alla famiglia mafiosa di Camporeale guidata da Antonino Scardino, reggente del mandamento durante la detenzione dello storico capomafia Antonino Sciortino.
Assunzione di operai stagionali, ma anche anomali movimenti di denaro e merce. E così era stata decisa la prevenzione collaborativa per la “decontaminazione di un’attività imprenditoriale non del tutto compromessa”, una misura meno drastica rispetto alli’interdittiva antimafia che impedisce ad una società di contattare con la pubblica amministrazione. Dopo sei mesi la prevenzione è stata chiusa positivamente.
Il gesto simbolico
Rapitalà ha deciso di suggellare con un gesto simbolico il nuovo corso. “A maggio prossimo pianteremo una talea dell’albero Falcone nelle terre della tenuta”, conclude Caleca.

