Referendum, la 'Caporetto' siciliana del centrodestra

Referendum, Regione, Comune: cosa ci dice il trionfo del No in Sicilia

Per il centrodestra le somme non fanno il totale auspicato

Cosa ci dice il trionfo del No in Sicilia, con i numeri rilevanti che abbiamo raccolto nella nostra lunga diretta referendaria? Perché esiste la ‘morale politica’ della storia, rivendicata, come sempre, dal campo vincente e allontanata, con variabili esorcismi dialettici, dagli sconfitti. Qui si prova a tracciarne una, quanto il più possibile oggettiva.

L’affermazione di quei No ha colto alcuni di sorpresa. Cosa è accaduto in una Regione con una salda tradizione di centrodestra?

Semplicemente (anche) questo: la coalizione dominante autoctona, capace di attrarre consensi ed elettori quando c’è un interesse diretto, un voto per governare o soccombere, si è dimostrata assai meno in grado di coinvolgere i suoi mondi in occasione del referendum sulla giustizia. Non è una spiegazione esauriente, bisogna aggiungere lo stato non florido del centrodestra siciliano, è necessario mettere nel calderone una stagione di avvelenate polemiche. E mescolare.

La vittoria del No

Le percentuali, dei voti a favore del No e della bassa affluenza, se equiparate ai numeri nazionali, lasciano pensare che l’elettore medio di quella comunità non abbia percepito l’urgenza di una mobilitazione. O che non sia stato sufficientemente chiamato in causa.

Del resto, a parte qualche impegnatissimo alfiere del Sì, coerente con le premesse referendarie, non si può certo dire che gli spiriti maggiori dello schieramento abbiano avvertito il sacro furore della contesa, non andando, spesso, oltre dichiarazioni di circostanza.

L’ovvia traslazione operata da tanti esponenti del centrosinistra siciliano, che vedono nell’esito un ‘avviso di sfratto’ per Palazzo d’Orleans e Palazzo delle Aquile, rappresenta un legittimo argomento di lotta che tradisce, tuttavia, un desiderio non troppo praticamente raffigurabile. Si tratta di ambiti differenti.

La Regione e Palermo

Al tempo stesso è pur vero che il centrodestra non se la caverà con una alzata di spalle. La maggioranza del governo di Renato Schifani è rissosa, instabile, sfiancata dai franchi tiratori e dai contrapposti appetiti interni. Una immagine opaca che si allunga sulla stessa giunta e presta il fianco alle sortite avversarie, più o meno debite. La catastrofe referendaria non aiuterà.

Pure a Palermo il quadro non è omogeneo. Lo dimostrano le polemiche appena precedenti alla consultazione circa un presunto disimpegno del sindaco, Roberto Lagalla. Insomma, c’è di che riflettere nel triangolo tra Palazzo dei Normanni, Palazzo d’Orleans e Palazzo delle Aquile.

Le voci critiche

Né mancano le voci schiettamente critiche dall’interno. Incalza l’eurodeputato forzista, Marco Falcone: “Il popolo è sovrano e ne rispettiamo pienamente la volontà – aggiunge – e allo stesso tempo, chi ha responsabilità politiche deve saper leggere questo risultato e farne tesoro per il futuro. Proprio in Sicilia, poi, la sconfitta del Sì assume proporzioni ancora più rilevanti rispetto ad altre regioni, pare si superi addirittura l’Emilia-Romagna in termini percentuali. È un segnale da non sottovalutare, un forte campanello d’allarme per il centrodestra nel suo complesso e, per quanto ci riguarda, in particolare per la tenuta di Forza Italia. Le nostre roccaforti vanno difese con impegno e vicinanza alla gente, non considerate per acquisite”. Una puntualizzazione netta, ancorché moderata.

La ‘requisitoria’ di Miccichè

Somiglia, invece, a una vera e propria requisitoria la riflessione di Gianfranco Miccichè: “Non posso nascondere la mia amarezza per la sconfitta del Sì. Ancora più forte per avere assistito, qui in Sicilia, a un colpevole disinteresse del centrodestra. Amarezza ancora maggiore nei confronti di Forza Italia: i suoi dirigenti avrebbero avuto l’occasione di ringraziare Berlusconi per ciò che ha fatto per tutti noi e, invece, da molti è stato tradito proprio sulla battaglia della sua vita, quella per una giustizia giusta, che in Europa manca solo a noi e alla Grecia”.

“Se davvero ciò è accaduto per strafottenza o, peggio, per calcoli correntizi di qualche stupido, l’amarezza diventa dolore – prosegue l’ex presidente dell’Ars – ed è grave che chi guida Forza Italia non assuma subito le iniziative necessarie. Sì, servono calci nel sedere contro chi non merita di indossare la maglietta con il nome di Berlusconi. Non fare più parte del gruppo all’Ars non può bastare a farmi stare in silenzio, anche perché io a Berlusconi ho voluto e continuo a volere un bene infinito”.

“Posso accettare una vittoria del No, ma ho troppa esperienza per non capire cosa è successo. Dove erano dirigenti, deputati, senatori, sindaci e assessori di centrodestra? Poche iniziative – conclude Micciché – nessuna vera mobilitazione, nessuna sala piena come accade di solito. Spero comunque che la riforma possa essere completata in futuro, da qualsiasi schieramento, senza che qualcuno gridi all’annullamento della Costituzione o ad altre sciocchezze simili”.

La morale della storia

Una plausibile morale della storia, allora? Il centrodestra, dal suo punto di vista, dovrà tenere conto di un totale contrario alle somme a cui era abituato e tentare di uscire da una evidente fase di stagnazione. Magari riflettendo su eventuali omissioni, su una stagione di lotte intestine, messe lì a minaccia di futuribili vittorie.

Il centrosinistra farebbe meglio, nel suo stesso interesse, a non cullarsi sugli allori di un successo che rischia di scoprirsi effimero. E lo sarà, senza alcun dubbio, se il campo largo continuerà a muoversi con la nota approssimazione.

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