PALERMO – “Sento che il vento è cambiato”, diceva Renzi dal palco del Politeama, quattro giorni fa. Ma giù, c’era odore di stantio. E gli unici veri cambiamenti, a volerli cercare, erano quelli delle casacche sostituite negli anni dai supporters per il Sì.
Se il vento è cambiato, se anche in Sicilia quel “Sì” era davvero in recupero, come affermava il premier, c’è da chiedersi allora, risultati finali alla mano, se per caso quindici, trenta giorni fa, il No avesse per caso sforato il limite del centoventi per cento. La verità probabilmente è un’altra. I viaggi di Renzi in Sicilia non hanno portato acqua alla riforma costituzionale, ma hanno, semmai, alzato il telone che nascondeva la vettura usata per questa corsa. Nessuna fiammante “sportiva”, frutto di una geniale rottamazione, ma il solito, vecchio usato sicuro. Che non rassicura già da un po’.
Renzi scendeva nell’Isola, lo ha fatto quattro volte in quattro mesi, a parlare di futuro, di Italia che doveva scrollarsi di dosso pesi antichi, di sguardo da gettare ai propri figli. Ma nel farlo, mostrava al mondo una platea in piena contraddizione con quei principi. Altro che, moderno, altro che futuro. Prendi la prima fila del Teatro Politeama, quando il premier assicurò di avere avvertito una corrente d’aria nuova. In quel momento il giochetto retorico si è rotto, di fronte alla concretezza di quelle esperienze politiche.
Il vecchio, le clientele, il trasformismo. Era tutto lì, in una prima fila a caccia di selfie col presidente-comunicatore, in un codazzo di improbabili esponenti di un centrosinistra che non c’è, nei rappresentanti di una rivoluzione che doveva – in Sicilia – produrre gli stessi effetti di quella rottamazione annunciata in fiorentino, e che si è trasformata in quello che è: un’esperienza da fine dell’Impero, ma senza Impero.
Ma quale nuovo, quale moderno. Che c’entra – con tutto il rispetto per la storia e le capacità di aggregazione – con l’esperienza di Totò Cardinale, deputato già trent’anni fa, uomo di punta Dc, ministro con, pensate un po’, Massimo D’Alema, proprio il dissidente del No. Lì, con Cardinale, una sfilata di vescovi del trasformismo, ex berlusconiani ex cuffariani ex lombardiani persino ex della Destra, tutti cooptati, attratti verso il carro del vincente, così come accadeva ai bambini dei paesi di Sicilia, al suono che arrivava da lontano, del camioncino del gelataio.
Tutti lì, insieme ai nuovi democratici che una volta furono democratici cristiani, autonomisti, moderati (persino moderati e rivoluzionari allo stesso tempo). Renzi saliva sul palco, faceva da frontman di un gruppo in cui il chitarrista era alla batteria, il pianista ai fiati. Renzi cantava il nuovo, i coristi conoscevano soltanto la solita canzoncina, quelle delle clientele spicciole, del politichese infeltrito, delle “geniali” strategie di riposizionamento.
Che c’entra, il nuovo, con un eterno frequentatore di segreterie, stanze del potere, parlamenti e consigli, come Antonello Cracolici? Che ha voluto metterci la faccia, vai a capire con quanto entusiasmo, su questa campagna per il Sì, chiamando alle armi, nella penultima capatina di Renzi in Sicilia, dagli agricoltori ai dipendenti delle condotte agrarie siciliane.
E che c’entrava quello slancio verso il futuro, quella modernità di temi e linguaggi annunciata dall’Avvento del premier di Rignano, con l’esperienza caotica, retorica, con le miserie di questi quattro anni di Crocetta in Sicilia? Renzi ha sbagliato a venirci, in Sicilia. Da lontano, forse, non si sarebbe visto tutto questo. Questo presepe di statuine fuori posto. Perché nel frattempo la Sicilia, come l’Italia, è cambiata. E all’uomo solo al microfono non crede più.

