Blitz antidroga a Palermo, 15 arresti | C'è anche l'avvocato dei Graviano

Blitz antidroga a Palermo, 15 arresti | C’è anche l’avvocato dei Graviano

L'avvocato Memi Salvo

di Riccardo Lo Verso Operazione a Palermo: fermati corrieri e insospettabili. La cocaina era destinata alla 'Palermo bene'.

Operazione Monòpoli
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PALERMO – L’avvocato aveva venduto la nuda proprietà della casa-studio dell’anziana madre. Quattrocento mila euro per un appartamento in via delle Magnolie. E aveva deciso di investirne 40 mila nel traffico di droga. Questa è la storia la soria di un affare saltato e di un penalista, Domenico Salvo, che torna in carcere assieme ad altre quattordici persone fra Sicilia, Calabria e Albania (leggi i nomi degli arrestati). In cella Domenico Salvo, che tutti chiamano Memi, c’era finito alla fine degli anni Novanta.

Lui, legale dei fratelli Graviano, si era messo a disposizione dei potenti capimafia di Brancaccio. E scattò una condanna definitiva a quattro anni e otto mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. Radiato dall’Ordine degli avvocati di Palermo, Salvo trovò ospitalità fra i professionisti di Locri, in Calabria. Di nuovo con la tessera in tasca è tornato ad indossare la toga pure a Palermo, tra tante polemiche. Ora il nuovo arresto. Le indagini degli uomini della Sezione Antidroga della Squadra Mobile, diretta da Stefano Sorrentino, lo piazzano tra i promotori e i finanziatori della banda di trafficanti. Suoi in parte, secondo l’accusa, erano i soldi che servirono per comprare una decina di chili di cocaina purissima.

La roba era stata miscelata con del silicone ed era diventata il doppiofondo di una valigia intercettata all’aeroporto di Lima, capitale del Perù, in mano di Aldo Monopoli. Stessa sorte ebbero i vestiti impregnati di polvere bianca purissima custoditi nella valigia di Giuseppe Borruso. Dietro cui sarebbe stata la regia di Francesco Antonino Fumuso che in quello stesso anno, nel 2009, finì in carcere per mafia nel coso di una retata a Villabate. E in cella finì pure Gaspare Canfarotta, l’uomo in contatto con i narcos peruviani che ha deciso di collaborare con il procuratore aggiunto Teresa Principato e i sostituti Carlo Marzella e Sergio Barbiera che coordinano le indagini. Era stato lui a prendere il testimone di Fumuso e ad avviare i rapporti con il barese Aldo Monopoli e con Memi Salvo.

E così sarebbe nata l’organizzazione di cui avrebbero fatto parte anche Christian Mancino (con precedenti per droga), Domenico Marino (allora incensurato e cognato del boss Tommaso Lo Presti), Antonino Riina e Daniele Uzzo (a cui sono stati concessi gli arresti domiciliari). Nel corso delel indagini la polizia si è imbattuta in un’altra presunta banda di spacciatori che operava nel rione Brancaccio, promossa da Antonino Lavardera e Pasquale Lo Nardo, autista di una società di autolinee. Sarebbero stati loro ad attivare il canale con i calabresi Giuseppe e Fabio Costantino, e quello romano con tre albanesi che si erano trasferiti a vivere nella Capitale.

Canfarotta ha ricostruito i viaggi dei corrieri dal Perù fino a Palermo. Nel capoluogo siciliano avrebbe dimorato per qualche tempo anche un chimico di Lima, prima ospite di un hotel a Sferracavallo e poi in due apaprtamenti: uno in corso Italia, a Villabate, e l’altro in via Messina Montagne, a Palermo. E’ quì che la banda aveva organizzato i laboratori per estrarre la cocaina dalla miscela pastosa creata con il silicone.


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