Non ho mai amato San Valentino: una truffa, il marketing per acchiappare ingenui. Si dice ‘festa degli innamorati’, ma trattasi di un’illusione fabbricata apposta per i cuori solitari e immaturi, per tutti coloro che hanno orecchiato l’amore, appena appena, e sono rimasti fregati dalle spiagge incantevoli, dai tramonti sognanti, dalle frasi da cioccolatino, dalla ‘maglietta fina’ di Baglioni, con relative schitarrate al chiaro di una posticcia luna.
Non ho mai amato San Valentino, anche quando, da viaggiatore onirico e immaturo dell’esperienza amorosa, ero un vorace lettore di Snoopy e del bambino dalla testa tonda che imbucava le sue letterine per la ragazzina dai capelli rossi.
E c’era una ragazzina dai capelli rossi anche nella mia vita da adolescente, con la testa tonda, virata per Leopardi e per il calcio. Anzi, c’era soprattutto un balcone chiuso da fissare, come un pegno, ogni domenica mattina; il balconcino della sua stanza col vetro disseminato di adesivi di Holly e Hobby. Eppure, quando lei si affacciava, io me ne andavo. Ero uno scimunito, innamorato dell’amore, non di una piccola e incantevole donna in sé.
Erano i tempi degli ultimi romantici, i cavalieri Jedi di un rito che sarebbe presto stato spazzato via dalla brutalità dell’impero dei selfie. Erano gli anni delle dichiarazioni, dopo la prima occhiata – generalmente, dopo la prima occhiata, io ci mettevo anni cinque a propormi, perché mi piacevano le cose fatte bene – dei lenti incollati l’uno all’altra, delle missive con i cuoricini e il profumino, di Lionel Ritchie che gorgheggiava: “Say you say me”, del tempo delle mele, di Sophie Marceau che era la fidanzata mondiale dei quattordicenni, di una canzone che narrava di una signora milanese di facili costumi, tale ‘Lucia San Siro, che c’è di strano siamo stati tutti là…’.
Era l’epoca dei dischi di vinile. Del compagno di classe che cantava il sempiterno Baglioni e aveva tutte le ragazzine di tutti i capelli ai suoi piedi. Di quell’altro che era il dio della chitarra. Del tizio che era l’eroe della pallavolo. Io studiavo, leggevo Rimbaud. E odiavo San Valentino.
Lo odiavo perché era una cosa di plastica, per vendere amoreggiamenti di plastica, baci di plastica, sguardi di plastica. Lo odiavo perché non c’entrava niente già con la maglietta fina, figuriamoci con l’amore vero. Lo odiavo perché era molto al di sotto di una canzone banalotta. Era supermarket per cuori ingenui e solitari. E non reggeva il confronto neanche con l’amore delle illusioni.
Poi, quando ho conosciuto l’amore vero, non l’ho odiato più San Valentino. E’ semplicemente uscito dal mio orizzonte, con i balconi, le lettere e i fiori, con tutte le belle cose di pessimo gusto dell’età adolescente. Da quando, cioè, ho scoperto che l’amore non è un sentimento, né una festa, né un ballo lento. L’amore ha il viso della persona che ami.

