Sangue, droga e scarcerazioni. A Santa Maria del Gesù accade di tutto. Il mandamento resta arroccato in una fetta di territorio che mal volentieri si apre al resto della città. Per uccidere un piccolo pregiudicato, poche settimane fa, un commando ha organizzato un agguato di quelli che rimandano alle esecuzioni di mafia. Il gruppo di fuoco ha agito in pochi secondi. Due o forse tre persone sono arrivate in macchina. Erano incappucciate. Hanno stoppato il disperato tentativo di Mirko Sciacchitano di fuggire. Lo hanno afferrato per i pantaloni, scaraventato per terra e crivellato di colpi. L’omicidio doveva essere un monito per tutti coloro che non rispettano le regole.
Per trovare la chiave del delitto si scava nel sottobosco degli spacciatori che lavorano per conto della mafia, tornata prepotentemente in affari con la droga. Via della Conciliazione, luogo dell’agguato, si trova nella zona fra Falsomiele e Brancaccio, sotto l’influenza del mandamento di Santa Maria del Gesù che comprende anche le famiglie della Guadagna e di Villagrazia. Un mandamento arroccato, geograficamente e culturalmente, dove vigono le regole di una mafia arcaica e potente. Un mandamento dove nel 2011 qualcuno aveva accumulato tanto potere da decretare l’omicidio di un capomafia come Peppuccio Calascibetta. Un mandamento dove sono tornati a circolare, dopo avere scontato lunghe condanne, boss della vecchia generazione. È un dato di cronaca scollegato dagli omicidi, ma è inevitabile che sugli scarcerati ci sia massima attenzione. Qualche indicazione sugli assetti del clan è arrivata dalla miniera di notizie rappresentata dai colloqui in carcere dei fratelli Giovanni e Giuseppe Di Giacomo, boss di Porta Nuova. Il primo chiedeva al secondo, nel 2013, chi fosse il referente mafioso alla Guadagna. O meglio, voleva la conferma che si trattasse di “Salvatore” che i carabinieri identificano in Salvatore Profeta. Giuseppe Di Giacomo rispondeva: “Sì… sì… Totò… e un nipote di lui”. Quindi, Giovanni chiedeva “ma pure per quello della… Tagliavia?”. Risposta secca: “Eh certo”. I Profeta sono un cognome storico nella zona. Come i Tagliavia lo sono a Brancaccio.
A proposito di scarcerati, ormai da mesi, è tornato libero anche Sandro Capizzi di Villagrazia. Era stato arrestato nel 2008 assieme al padre Benedetto, pezzo da novanta dei clan palermitani che, ad un certo punto, si erano messi in testa di riorganizzare la Cosa nostra palermitana. A cominciare dalla commissione provinciale che non si riuniva dal giorno dell’arresto di Totò Riina. Il blitz Perseo dei carabinieri, con più di cento arresti, azzerò allora ogni velleità di restaurazione. A gennaio scorso la condanna a dieci anni inflitta a Sandro Capizzi è stata annullata dalla Cassazione. Il processo è ripartito in appello, ma nel frattempo sono scaduti i termini di custodia cautelare in carcere. Stessa sorte hanno avuto Salvatore Adelfio, accusato di avere fatto parte della famiglia mafiosa di Villagrazia e tra i partecipanti ai summit con i Capizzi e Pino Scaduto, anziano boss di Bagheria. Summit alla cui organizzazione avrebbe contribuito anche Salvatore Freschi, pure lui affiliato alla famiglia di Villagrazia e di nuovo libero per decorrenza dei termini.
Un paio di anni fa nelle informative saltò fuori il nome di un altro personaggio a piede libero: Michele La Mattina, classe 1963. Gli investigatori lo piazzavano al vertice del mandamento. Avrebbe condiviso la reggenza con Calascibetta. Il nome di La Mattina saltò fuori in occasione del blitz dei carabinieri denominato “Pedro” dal soprannome di Calogero Lo Presti, arrestato nel 2012 con l’accusa di essere il reggente di Porta Nuova. A Porta Nuova erano affiliati Nicola Milano e Tommaso Di Giovanni, che per un periodo si sono divisi lo scettro di reggenti del mandamento. Erano loro a parlare con Nino Zarcone, di Bagheria, della messa a posto di una tabaccheria nei pressi della stazione dei treni e di un vecchio accordo per la riscossione con i boss di Santa Maria del Gesù. “Chi c’è in questo minuto, come sono combinati ora?, chiedeva Zarcone a Di Giovanni che rispondeva: “La Mattina”. Milano aggiungeva: “C’è Michele La Mattina e cosa… u faccia di… come si chiama Peppuccio”. Era il marzo 2011. Sei mesi dopo, il 19 settembre, Calascibetta, soprannominato faccia di gomma, sarebbe stato raggiunto da una raffica di proiettili mentre era a bordo di una microcar, appena parcheggiata sotto casa nella zona di Belmonte Chiavelli.
Dopo il delitto, silenzio assoluto. A Santa Maria di Gesù nessuno parla, arroccati come sono. Pensano solo agli affari. Di soldi ne hanno sempre mossi parecchi. Qualche anno fa i magistrati palermitani misero il naso nel caveau di una banca e scoprirono che l’accesso al credito era fin troppo facile per i boss. Nel 2009 fu chiusa l’agenzia Banca Intesa di via dell’Orsa Maggiore. Furono i vertici regionali di Intesa Sanpaolo – quello sì che fu un esempio virtuoso – a segnalare quelle strane linee di credito concesse a personaggi sospetti. Tra i clienti c’erano diversi boss o presunti tali. Da dove arrivavano i loro soldi? Forse dalla droga, che oggi come ieri è la principale voce fra le entrate del clan di Santa Maria del Gesù. Nel 2014 persino uno come Francesco Fascella, re incontrastato della droga nella piazza della Guadagna, dovette farsi da parte perché, volendo usare le parole captate durante il colloquio di uno spacciatore in carcere, c’erano “persone che sono uscite di galera… sono uscite persone grandi… grandi… grandi”. E cioè quel Peppuccio Calascibetta che sarebbe stato ammazzato anni dopo.
Perché Ciccio Fascella fu spodestato? Forse il suo strapotere nel mercato della droga era malvisto? Oppure Fascella avrebbe venduto una partita di droga di scarsa qualità a qualcuno che contava? Andrea Bonaccorso, collaboratore di giustizia del clan di San Lorenzo, raccontò che “nel 2005 Fabio Chiovaro della Noce aveva bisogno di 200 o 300 grammi di cocaina e si rivolse a me che ne parlai con Ciccio Fascella. All’appuntamento venne Filippo che mi portò mi pare 100 o 200 grammi di cocaina. Chiovaro, dopo quattro giorni mi disse che aveva ceduto la droga a un tale di Partinico che l’aveva restituita in quanto di scarsa qualità. Poi so che Ciccio e Filippo Fascella ebbero un incontro… i Fascella restituirono a Chiovaro la somma di 1.500 euro…”. Storie di affari andati a male e di altri mai andati in porto. Come quello, ricostruito sempre da Bonaccorso, che vedrebbe coinvolto Salvatore Lo Piccolo, padrino di San Lorenzo: “Un mese prima dell’arresto dei Lo Piccolo ho saputo da Filippo Fascella che a Ciccio e Filippo Fascella era arrivato un grosso quantitativo di droga, mi pare 10 o 15 chili. Ne parlai con Andrea Adamo e i Lo Piccolo per fissare un appuntamento, essendovi lagnanze circa la condotta dei Fascella, che non si mettevano a disposizione delle altre famiglie per esigenze legate al traffico di droga.
Allora Calascibetta era ancora in carcere. Dopo la scarcerazione fu crivellato di colpi. Lui, però, era un boss, un capomafia. Mirko Schiacchitano, l’ultimo morto a Santa Maria del Gesù, si muoveva nel sottobosco della microcriminalità. Eppure hanno mandato un commando ad ammazzarlo. Perché doveva essere un segnale per tutti.
"S" dedica la copertina del numero in edicola (acquistalo QUI) a una mappa della mafia, quartiere per quartiere. Fra i nomi segnalati a Santa Maria del Gesù anche Salvatore Profeta, arrestato oggi. Ecco quell'articolo.
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