Sant'Agata, il giorno della Sicilia martire

Sant’Agata e la Sicilia martire

Un giorno speciale, in una terra derelitta
CI VORREBBE UN MIRACOLO
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In via Cesare Battisti, ad Aci Castello, la luce della mattina era pienissima e faceva male agli occhi. Gli scogli di ‘Bagnaculo’, con il loro nero screziato, tremolavano sotto tutto quel sole. All’alba era già passato l’uomo col carretto delle vope e dei masculini: pesava il pescato sopra una bilancia portatile, inchiostrata di alghe.

Intorno alle nove cominciava la passeggiata verso la lunga scalinata a precipizio che avrebbe spalancato il bagno a mare. C’era ovunque un sentore penetrante di gelsomini. Bisognava fare attenzione a restare in equilibrio sulle rocce incandescenti. Il calore intenso avrebbe reso ancora più traumatico il tuffo a candela. L’approdo era lo scoglio più lontano. Ci si arrivava con il canotto di Claudio, rappezzato e sistemato, ogni anno, sempre valentissimo.

La sera, un’altra traversata fino al Castello, nella piazza illuminata, con i suoi sogni di duelli, nelle stanze pietrose, camminando lentamente sotto un cielo simile alle immortali canzoni del maestro Vincenzo Spampinato. Si indossava il golfino. E pareva di poterlo bere, il mare, come capita a Bella, protagonista dell’omonima canzone. Oppure, una corsa fuori mano, per gustare le delizie della Coppa Aloha.

Ma non c’è solo l’amore privato di un palermitano qualunque. Non è mai stata vera la rivalità sempre annunciata tra Palermo e Catania, se non in chiave goliardica e di sfottò calcistico.

Le due città si amano, sono più simili di quanto, talvolta, vogliano ammettere, nello specchio di un identico cuore siciliano. Oggi, più che mai, l’amore scorre fortissimo in favore di coloro che stanno soffrendo i danni del ciclone Harry, nei giorni di di Sant’Agata.

La Sicilia è una terra martire. Per i cicloni e per le frane. Perché non suscita quasi mai un sentimento di univoca solidarietà. Abbiamo già scritto dei pelosi distinguo, delle titubanze, di certa freddezza insopportabile. Come se ogni tragedia invocasse più che la vicinanza un tribunale popolare senza distinzioni.

Martire e sola è la nostra Sicilia, predellino della peggiore retorica, scenario bellico di scontri incrociati, come se polemizzare fosse l’unico orizzonte. Martire, la Sicilia, approdo di visitatori che maledicono, insegnano, senza averne i titoli, disprezzano. Martire, nella devastazione subita, nel coraggio di chi come Orazio Pappalardo (nella foto) non si arrende.

Quanto del martirio sia dovuto ai siciliani stessi è argomento discutibile. Almeno, potreste aspettare che le lacrime diminuiscano un po’, prima di organizzare l’autorevolissima tavola rotonda di rito?

Martire Agata, di cui ci occuperemo in abbondanza. Martire la Sicilia. Martiri e mai domi, pur con le nostre colpe di accidia e di inerzia, noi siciliani, nonostante le avversità. A chi sta soffrendo il nostro abbraccio, nella speranza che il dolore conosca la benedizione di un sollievo rapido e concreto, in un sincero clima di collaborazione. Ma, forse, ci vorrebbe un miracolo. Chissà se è il giorno giusto per ottenerlo.

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