Scotti e quella raccomandazione:| "Non denunciare il furto a casa tua" - Live Sicilia

Scotti e quella raccomandazione:| “Non denunciare il furto a casa tua”

Trattativa, parla l'ex titolare del Viminale
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C’è un protagonista “indiretto” della presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra che recentemente è stato interrogato dai magistrati palermitani titolari del fascicolo. È Vincenzo Scotti, uomo della Dc che negli ultimi due governi Andreotti, dall’ottobre del 1990 al giugno del 1992, ha ricoperto la delicatissima poltrona del ministero degli Interni. Ai pm Ingroia, Di Matteo, Guido e Sava, lo scorso 5 dicembre, Scotti ha parlato di quel periodo, sotto molti aspetti, ancora oggi misterioso, rivelando, inoltre un particolare inedito. Nel pieno di quei giorni roventi, Scotti ha subito per due volte un tentativo di furto nella sua abitazione. Ma nulla di valore è stato toccato, i ladri hanno solo rovistato fra le carte del ministro. Un episodio che Scotti ha comunicato immediatamente al capo della polizia, Vincenzo Parisi che, “dopo aver provveduto ai primi accertamenti – si legge nel verbale riassuntivo – mi consigliò di non sporgere formale denuncia, che, effettivamente non presentai”.

Un avvenimento strano, perché il capo della polizia induce un ministro a non denunciare le intrusioni a casa sua, si chiedono oggi gli inquirenti. Una vicenda che va contestualizzata con tutto quanto si è mosso attorno all’ex ministro degli Interni in quel periodo e che Scotti ricostruisce di fronte ai pm.

A cominciare dalle due diverse linee politiche nell’affrontare la questione mafia. “Quella più rigorosa, che io stesso incarnavo – racconta Scotti – particolarmente attenta a una vera e propria strategia di guerra senza condizioni contro la mafia e quella che, pur volendo contrastare la mafia, si dimostrava più prudente rispetto a certi argomenti ed a talune iniziative, ritenute troppo forti, che da ministro dell’Interno avevo adottato”. Provvedimenti come l’istituzione del 41 bis, “frutto della piena collaborazione fra il ministero dell’Interno e quello della Giustizia, anche in esito a riunioni congiunte che prendevano spunto da suggerimenti che Giovanni Falcone aveva esternato prima di essere ucciso”. E, in particolare, dopo l’approvazione del decreto “si percepiva un clima politico di progressivo mio isolamento”. Un’operazione che, però, era iniziata prima, subito dopo l’omicidio di Salvo Lima.

Scotti, infatti, è stato promotore di alcune circolari circa possibili “piani di destabilizzazione delle istituzioni e attentati a esponenti politici”. C’era un “reale e immanente pericolo” dice Scotti. “Esistevano alcune specifiche note dei servizi e del dipartimento di polizia che facevano riferimento al pericolo di attentati , organizzati dalla mafia , nei confronti di esponenti politici tra i quali il presidente del Consigio (Andreotti, ndr) e i ministri Mannino e Vizzini”. Dopo la diffusione delle circolari, fra il 15 e il 20 marzo 1992, Scotti è stato anche sentito dalle commissioni Antimafia, Affari costituzionali e Interni, nonché dal comitato parlamentare di vigilanza sui servizi di sicurezza. Il risultato? “Si scatenò nei miei confronti un vero e proprio putiferio. Anche altri componenti del governo presero le distanze dalle mie iniziative e dalle mie dichiarazioni che vennero ritenute eccessivamente allarmanti”. A cominciare dal premier, “Andreotti definì una ‘patacca’ gli allarmi che avevo lanciato”. Ed è in questo periodo che Scotti subisce le due intrusioni a casa sua che Vincenzo Parisi gli consiglia di non denunciare. “Nei mesi successivi all’omicidio Lima – continua Scotti – non ebbi occasione di approfondire particolarmente con il ministro Mannino le notizie circa possibili attentati nei suoi confronti. Certo è che si percepiva chiaramente la sua paura e ciò, in particolare, dopo l’uccisione di Giovanni Falcone”.

“Non ho mai compreso i motivi per i quali alla fine di giugno del 1992 venni designato dal presidente del Consiglio (Giuliano Amato) come ministro degli Esteri – spiega Scotti – Ritenevo fondamentale, per una esigenza di continuità nell’impegno del governo contro la criminalità organizzata, la mia conferma nel ruolo di ministro dell’Interno che avevo ricoperto fino a poco prima”. La direzione della Dc, proprio il giorno prima della formazione del governo Amato, aveva previsto l’incompatibilità fra la carica di deputato e quella di ministro. “Io feci sapere che mi sarei posto il problema solo dopo l’eventuale designazione come ministro e davo per scontata la mia conferma al Viminale”. Ma “il giorno dopo appresi di essere stato nominato ministro degli Esteri”. Un incarico dal quale Scotti si è dimesso immediatamente. La notte stessa della nomina aveva ricevuto una chiamata da Ciriaco De Mita che gli proponeva la Farnesina e Scotti aveva rifiutato. “Non ho mai avuto convincenti spiegazioni” conclude Scotti che lasciare il posto a Nicola Mancino e manderà un’accorata lettera all’allora segretario della Dc, Arnaldo Forlani, mentre ne riceverà un’altra dal capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, in cui c’è scritto: “Se ci fossimo parlati, forse le cose sarebbero andate diversamente”.


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    “Un avvenimento strano, perché il capo della polizia induce un ministro a non denunciare le intrusioni a casa sua, si chiedono oggi gli inquirenti.” Ma la cosa ancora più strana, sulla quale gli inquirenti sembra sorvolino, è che il Ministro degli Interni, la massima autorità in fatto di sicurezza nazionale, invece di chiedere spiegazioni, e di capire il perché di quel consiglio da carbonaro da parte del capo della polizia, accetta supinamente il suggerimento e chiude la porta ad un possibile chiarimento dei fatti e con la magistratura.

    Per una volta dissento da honhil, e mi pare strano che non sappia che il finto furto viene effettuato con lo scopo di inserire all’interno dell’abitazione vari strumenti per controllarne gli abitanti e i frequentatori.
    Questo articolo mi sembra una tessera che si inserisce perfettamente nel puzzle che racconta quei fatti. Ed è, finora, il miglior modo per ricordare la cattura di Totò Riina.

    Oppure, Ipazia, viene effettuato per ficcanasare nelle carte, alla ricerca di qualcosa, e pare che Scotti la metta proprio su quel piano.

    Perchè rovistare nelle carte di Scotti “Nel pieno di quei giorni roventi”?

    Beh, sarebbe interessante conoscere la data esatta di quei fatti, perchè in un determinato periodo, un movente plausibile, ci sarebbe stato.

    Verso la metà di giugno 92, quando Scotti era ancora ministro dell’interno, in una colazione con la stampa estera, egli ebbe a dichiarare quanto segue:

    “l’ assassinio di Falcone è un delitto chiaramente commesso dalla mafia, che va molto al di là dei confini nazionali. (…) la mafia non può essere considerata, come ha fatto la stampa straniera nei giorni della strage, soltanto un problema italiano E’ invece un problema internazionale perché internazionali sono i rapporti di Cosa Nostra, internazionali i suoi interessi e complicità, su scala internazionale le sue operazioni di riciclaggio. E’ questo il ragionamento che ho proposto ai corrispondenti stranieri. Proprio per questo le indagini non possono chiudersi soltanto a Palermo. Abbiamo il dovere di prendere in considerazione qualsiasi pista e orizzonte investigativo”… “La decisione e l’ organizzazione dell’ attentato … non furono effettuate unicamente a Palermo, ma è stata una operazione messa in atto dalla mafia siciliana e dalle organizzazioni criminali di altri Paesi: non esistono al mondo molti in grado di organizzare questo tipo di attentato. Il tipo di delitto, le modalità di realizzazione, la scelta dei tempi … non consentono di limitare tutto ciò ad un caso esclusivamente palermitano. Gli interessi della mafia sono troppo grandi”.

    Ora, quando un ministro dell’interno fa questo tipo di dichiarazioni, ciò può essere per una soltanto di due diverse ragioni: Prima ragione: potrebbero essere affermazioni mosse a livello meramente ipotetico, senza alcuna informazione o indizio specifico acquisito dal dichiarante che possa averle sollecitate.
    Seconda ragione: potrebbero essere affermazioni mosse a seguito dell’ acquisizione di informazioni riservate, come di competenza del Ministro dell’Interno.

    In quel caso, sarebbero state informazioni scottanti, e se fossero state scritte od annotate, queste sarebbero state fra le carte del Ministro.

    Come si vede bene, il movente per controllare fra le carte nel suo ufficio, lo aveva fornito il Ministro stesso nel corso di una colazione con i giornalisti della stampa estera.

    Ciao, Ipazia «sacra, bellezza delle parole, astro incontaminato della sapiente cultura (da Wikipedia )». Certo, nel quotidiano domestico del malaffare, simulare un finto furto per mettere sotto ascolto gli “abitanti e i frequentatori” di un appartamento è cosa normale. Da manuale del perfetto criminale, verrebbe da dire. Però l’oggetto della disamina non sei tu e non sono io, ma un Ministro degli Interni. Le cui abitazioni vengono sempre ristrutturare e attrezzate appunto per non essere violate. E per farlo si spendono sempre una montagna di milioni (leggi miliardi se trattasi del vecchio conio). La casistica al riguardo è molto ricca e chi ne ha voglia può andarla a spulciare. Dunque,la violazione non solo ha rappresentato una sconfitta della Polizia, ma sarà stata certamente oggetto di lunga riflessione sulle tecniche di penetrazione e di successive indagini. Mettiamo sotto un velo pietoso la prima, ma le seconde che risultato hanno dato? In special modo, la bonifica dell’appartamento, che è la prima cosa che si sarebbe dovuto fare, cosa ha rivelato? Nel racconto dell’ex ministro ci sono troppi omissis. E’ difficile credere che l’abitazione del ministro degli Interni viene violata e tutto finisce “per fortuna non è successo niente non pensiamoci più”.

    Per Enrix
    sì, oppure per ficcanasare. Lei esclude la mia ipotesi, al netto delle osservazioni di honil?
    E inoltre, mi si consenta un ricordo personale. Quando solo per deduzione logica espressi la mia idea all’onorevole Violante, mi sentii rispondere con garbata sufficienza che facevo dietrologia. Avevo espresso esattamente ciò che lei scrive e la cui causa è nelle parole ” potrebbero essere affermazioni mosse a livello meramente ipotetico, senza alcuna informazione o indizio specifico acquisito dal dichiarante che possa averle sollecitate”.
    Ma certo, io non ero ministro e dunque le mie parole non degne di attenzione nemmeno in una conversazione privata. O forse bisognava cancellarle subito.

    Per honil
    La prego, lasci a Wikipedia le belle parole sulla vera Ipazia. Io ne ho preso il nome, ma ovviamente qualsiasi paragone non regge. Ma la sua citazione ha creato una squarcio attraverso il quale si intravede un po’ meglio la persona Honhil, e ciò mi incuriosisce.

    Nel merito, lei sostiene “la violazione non solo ha rappresentato una sconfitta della Polizia..”. Questa frase mi fa pensare. Può aiutarmi a capire meglio? Grazie.

    E che dire delle ipotesi che legano le stragi del ’92 alla morte di Lorenzo Necci (investito da una Range Rover guidata da un imbianchino) ? Necci sarebbe entrato in possesso di un dossier fornitogli da un mediorientale che telefonava dal cellulare di un europarlamentare. Il dossier sarebbe stato dentro un borsa che è stata ritrovata, come ebbe a dire la sua compagna, certamente più leggera e vuota dall’ultima volta che l’aveva vista. Ancora una volta tornano i mediorientali, come quelli che una notte vanno a trovare Di Carlo, detenuto nel Regno unito, e gli chiedono come possono fare per ammazzare Falcone. Di Carlo disse di rivolgersi a suo cugino. Suo cugino, Antonino Gioè, è il primo mafioso della storia morto suicida in carcere.
    E guarda caso, la storia di Necci si intreccia (almeno così ho letto) con quella di Mori e De Donno e le loro indagini su mafia e appalti.
    Saluti sempre più allanzati

    Ci proverò, Ipazia.
    Il Ministero degli Interni nell’immaginario collettivo è il luogo dove si secerne la sicurezza. Una specie di albero della manna che invece di sfamare il corpo sfama lo spirito. In modo tale da tenere incatenata negli abissi della nostra coscienza l’atavica paura della sopraffazione. Ma se lo Gnomo che sta a capo della fabbrica della tranquillità perde l’ invulnerabilità, ed anzi egli stesso è sopraffatto, perché i suoi gnomi (leggi Polizia) ad un certo punto hanno sbagliato le misture, allora tutti gli ansiolitici del mondo non basteranno più a tenere legate le belve che si agitano dentro di noi. Ed anche quelle fuori di noi, come l’amico Allanzatu ci racconta.

    per honhil
    Grazie. Temevo di avere interpretato in modo errato.

    credo sia 75enne…è naturale che vi possa essere un’interpretazione insolita dei propri ricordi a quell’età…Parisi non può cmq smentirlo…detto questo anche a me sbalordisce non poco che cmq non si sia preoccupato di andare a fondo sulla vicenda, capisco la necessità di farla passare sotto silenzio non quella di affidarla al dimenticatoio!

    Ipazia, si, escludo la sua ipotesi, poichè la circostanza che lei descrive, quella cioè di un “finto furto” che “viene effettuato con lo scopo di inserire all’interno dell’abitazione vari strumenti”, in realtà non è così consueta come lei vorrebbe. Chi si introduce in un locale per collocare cimici, lo fa di norma facendo ben attenzione a non lasciare segni del passaggio, e solo in circostanze assolutamente eccezionali viene simulato un furto. Di ben due furti simulati in successione poi, non l’ho mai sentita. Ed in ogni caso, per simulare un furto, qulcosa bisogna comunque rubare, altrimenti è una simulazione molto malfatta e che lascia adito a sospetti tipo quelli che lei sta accampando. Invece in questo caso gli intrusi si sono introdotti per ben due volte nella casa del Ministro (ministro peraltro con le ore contate, poichè il governo era già caduto da più di 3 mesi e si stava nominando quello nuovo, per cui il ruolo di Scotti era incerto, anzi, segnato, io direi, per gli addetti ai lavori. Quindi perchè sorvegliarlo se stava uscendo dal gioco?), il quale riferisce che in entrambi i casi questi “hanno rovistato fra le sue carte”.

    Quindi, Ipazia, io direi che ciò che è accaduto è che effettivamente abbiano rovistato fra le sue carte, e nient’altro.

    Provi invece a riflettere su quanto è più plausibile la mia di ipotesi. Immaginiamo che il ministro, dichiarando pubblicamente “La decisione e l’ organizzazione dell’ attentato non furono effettuate unicamente a Palermo, ma E’ STATA una operazione messa in atto dalla mafia siciliana e dalle organizzazioni criminali di altri Paesi: non esistono al mondo molti in grado di organizzare questo tipo di attentato.” abbia colto nel segno. E’ assolutamente logico che qualcuno con la coda di paglia, interpretando in modo prudente le parole del ministro dell’interno, abbia voluto verificare se queste fossero state pronunciate per generica casualità oppure sulla base di qualche elemento più concreto, rovistando nelle sue carte.

    Per Enrix
    Io ho giudicato la sua ipotesi plausibile e attendibile fin dal primo istante, anche perché giudico autorevole chi l’ha formulata. Solo che non mi sento di abbandonare del tutto la mia, che comunque può benissimo coesistere senza creare intralci ai ragionamenti. In fondo, per tramare contro lo Stato o per difenderlo non occorre essere ministri: ce lo insegna questa storia.

    Ho poco da aggiungere dopo aver letto l’autorevole scambio di opinioni da parte di addetti ai lavori. Scotti aveva ed ha un soprannome ” Tarzan ” , Scotti era ed e’ amico dei ” Texas Boys “, Scotti non poteva non ascoltare il suggerimento del capo della sicurezza nazionale solo formalmente sottoposto. Se Vittorio vuole capire di piu’ Sto arrivando!’ come fare.

    AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
    ON. GIORGIO NAPOLITANO
    Palazzo del Quirinale
    00100 ROMA
    Gentile Presidente,
    Faccio seguito alla lettera del 23 c.m. avendo nel frattempo avuto modo di esaminare la lettera di Mancino al Corriere della sera del 17 luglio 2009, nella quale riporta le parole di Mutolo per dimostrare che l’incontro non c’è stato, ma non la convocazione al Viminale :
    ” Sai Gaspare, debbo smettere perché mi ha telefonato il ministro, ma…..manco una mezzoretta e vengo “ Paolo Borsellino è tranquillo, sereno; forse pensa che il Ministro vuole conoscerlo di persona, domandargli come vanno le cose, dirgli di persona che apprezza lo sforzo che sta facendo in quello momento triste, agli in una parola la cosiddetta “ solidarietà”, fare sapere a tutti pubblicamente che lo Stato è con lui, dare un segnale alla mafia:

    “ Quindi ( Paolo Borsellino) manca per qualche ora, quaranta minuti, cioè all’incirca un’ora, e mi ricordo quando è venuto, è venuto tutto arrabbiato agitato, preoccupato, ma che addirittura fumava così distrattamente che aveva due sigarette in mano. Io, insomma non sapendo cosa… Dottore, ma che cosa ha! E lui, molto preoccupato e serio, mi fa che viceversa del Ministro si è incontrato con il Dott. Parisi e il Dott Contrada“ .

    Mancino conferma tutto il racconto di Mutolo in ogni suo dettaglio.
    Il Ministro convoca il giudice al Viminale, ma al Viminale, nella sua stanza gli fa trovare, al posto suo, il Capo della polizia Parisi e il capo della questura di Palermo Contrada.
    Cosa hanno detto Parisi e Contrada a Paolo Borsellino a nome del Ministro in quei quaranta minuti, lo hanno avvertito, lo hanno minacciato, lo hanno avvertito e minacciato insieme, gli hanno chiesto cosa dicevano i pentiti, di cosa stava dicendo Mutolo. Come si definisce la circostanza in cui con una telefonata si convoca un incontro e poi si manda un altro ? Perché Paolo Borsellino quando torna è così arrabbiato, agitato, preoccupato. Non so dove e quanto Paolo Borsellino ha detto: “ Sto vedendo la mafia in diretta”, Forse era così arrabbiato, agitato, preoccupato, Lui che la mafia la conosceva eccome, perché l’aveva vista in diretta nell’ufficio del Ministro degli Interni.
    Contrada è stato condannato in via definitiva: dai tabulati telefonici è stato accertato che Contrada seppe dell’eccidio di via Amelio dopo ottanta secondi.
    Ecco perché Nicola Mancino non può restare al suo posto, Lei non può essere rappresentato da Nicola Mancino al Consiglio Superiore della Magistratura, quella lettera è una confessione piena.
    ricordo di oggi. Ma l’incontro è un fatto certo, perché riferito da chi accompagnò Borsellino sino all’anticamera del Ministro”.
    Il 19 luglio ero a Palermo, in Via D’Amelio, con i ragazzi di Ammazzateci tutti, qualche minuto prima dell’ora fatidica in cui Paolo Borsellino con la sua scorta è saltato in aria, si è arrivato il procuratore Lari, anche Lui aveva la mano alzata con l’agenda Rossa, anche Lui è nel mirino, non lo lasci solo.
    Nell’ultima intervista a Giorgio Bocca Carlo Alberto dalla Chiesa ha spiegato nei dettagli l’anatomia del delitti eccellenti:
    IL CASO MATTARELLA

    Senta generale, lei ed io abbiamo la stessa età e abbiamo visto, sia pure da ottiche diverse, le stesse vicende italiane, alcune prevedibili, altre assolutamente no. Per esempio che il figlio di Bernardo Mattarella venisse ucciso dalla Mafia. Mattarella junior è stato riempito di piombo mafioso. Cosa è successo, generale?
    “E’ accaduto questo: che il figlio, certamente consapevole di qualche ombra avanzata nei confronti del padre, tutto ha fatto perché la sua attività politica e l’impegno del suo lavoro come pubblico amministratore fossero esenti da qualsiasi riserva. E quando lui ha dato chiara dimostrazione di questo suo intento, ha trovato il piombo della Mafia. Ho fatto ricerche su questo fatto nuovo: la Mafia che uccide i potenti, che alza il mirino ai signori del “palazzo”. Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso ma si può uccidere perché è isolato”.

    Mi spieghi meglio.
    “Il caso di Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi. Forse aveva intuito che qualche potere locale tendeva a prevaricare la linearità dell’amministrazione. Anche nella DC aveva più di un nemico. Ma l’esempio più chiaro è quello del procuratore Costa, che potrebbe essere la copia conforme del caso Coco”.

    Lei dice che fra filosofia mafiosa e filosofia brigatista esistono affinità elettive?
    “Direi di si. Costa diventa troppo pericoloso quando decide, contro la maggioranza della procura, di rinviare a giudizio gli Inzerillo e gli Spatola. Ma è isolato, dunque può essere ucciso, cancellato come un corpo estraneo. Così è stato per Coco: magistratura, opinione pubblica e anche voi garantisti eravate favorevoli al cambio fra Sossi e quelli della XXII ottobre. Coco disse no. E fu ammazzato”.
    Non aspetti quaranta anni.
    Mandi al Paese un segnale nuovo,forte, chiaro, inequivocabile: che lo Stato è forte e credibile e che sa sopportare la verità e non rinuncia a se stesso e non è spaventato. Mancino non può restare al suo posto. Il Paese questo si aspetta .
    Con infinito affetto e stima, che Dio La guardi.
    Mitt. Spinelli Francesco –
    Vico 3° Marconi 12 Falerna CZ
    Pereira50@live.it

    LA LETTERA AL CORRIERE
    Mancino: «Salvatore Borsellino
    fa sempre una citazione monca»
    «Se ci fosse stato l’incontro, perché avrei dovuto nasconderlo?»
    ROMA – Egregio Direttore, nell’imminenza dell’anniversario della strage mafiosa di via D’Amelio nella quale caddero il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, mi trovo, mio malgrado, di nuovo messo sotto accusa da Salvatore Borsellino che, dopo un lungo silenzio di oltre dodici anni dall’accaduto, da qualche tempo crede di avere individuato una mia presunta responsabilità morale nell’attentato, che afferma ma non prova. Questa volta lo strumento usato per quella che non esito a denunciare come una aggressione personale, è una videointervista pubblicata oggi, senza che a me sia stata data l’opportunità di replicare, sul sito «Corriere.it».
    Nella videointervista Salvatore Borsellino ripete senza modifiche le sue accuse. La ricostruzione dei fatti si ricava dall’interrogatorio che Gaspare Mutolo rese il 21 febbraio del 1996 nell’aula del processo celebrato a Caltanissetta per la strage di via D’Amelio. Senonchè Salvatore Borsellino cita sempre, e anche nel video riportato oggi dal Corriere.it, una sola parte di quella testimonianza, in cui il magistrato dice al pentito che deve allontanarsi per andare al Viminale. Sono in possesso delle pagine processuali. Sono un po’ lunghe. Cito, perciò, dal volume «L’agenda rossa di Paolo Borsellino», di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, ed. Chiarelettere, pag. 146. «Sai, Gaspare, debbo smettere perché mi ha telefonato il ministro, ma…manco una mezz’oretta e vengo». Salvatore Borsellino cita continuamente questa frase, ma mai ricorda quel che Paolo Borsellino disse allo stesso Mutolo al suo ritorno dal Viminale. Se proseguiamo nella lettura de «L’agenda rossa», nella stessa pagina 146, possiamo leggere il seguito del racconto di Mutolo: «Quindi (Paolo Borsellino) manca qualche ora, quaranta minuti, cioè all’incirca un’ora, e mi ricordo che quando è venuto, è venuto tutto arrabbiato, agitato, preoccupato, ma che addirittura fumava così distrattamente che aveva due sigarette in mano. Io, insomma, non sapendo che cosa (…) Dottore, ma che cosa ha? E lui, molto preoccupato e serio, mi fa che viceversa del ministro, si è incontrato con il dott. Parisi e il dott. Contrada…»

    Dunque, è lo stesso magistrato a non confermare l’incontro con il ministro, ed è la stessa fonte – Gaspare Mutolo – a testimoniarlo. Ma Salvatore Borsellino fa sempre una citazione monca, e dà a me del bugiardo. Se ci fosse stato l’incontro, perché avrei dovuto nasconderlo? Che cosa si sarebbero dovuti dire due persone che non avevano mai avuto rapporti tra di loro il primo giorno dell’insediamento di un ministro al Viminale? Che non si sarebbero dovute tenere trattative con la mafia? E chi le avrebbe tenute? Uno che proprio quel giorno era arrivato al Viminale per assumere la responsabilità di dirigere ordine e sicurezza pubblica? Via! Per ricondurre alla giusta dimensione l’atteggiamento di quel Ministro dell’Interno del governo Amato nei confronti della mafia, si ricostruiscano dalle cronache del tempo impegni, decisioni, azioni di contrasto contro la criminalità organizzata, applicazione dell’art. 41 bis, allestimento delle carceri di massima sicurezza dell’Asinara e di Pianosa, scioglimento di oltre 60 Consigli comunali inquinati dalla mafia e da altre organizzazioni malavitose: tutte iniziative portate avanti con fermezza ed intransigenza dal Ministro Mancino”.
    Nicola Mancino
    Vice Presidente
    del Consiglio Superiore
    della Magistratura

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