Siccità, agricoltori in ginocchio nella Sicilia delle dighe incompiute - Live Sicilia

Siccità, agricoltori in ginocchio nella Sicilia delle dighe incompiute

Da Trapani a Catania: ecco l'elenco impietoso dei bacini siciliani

PALERMO – Dighe colabrodo, pilastri che sbucano dai campi a corredo di impianti mai entrati in funzione. Invasi finanziati, progettati e inaugurati tra le montagne che rischiano di collassare. E ancora, dighe insicure che riversano in mare l’acqua, o la disperdono nei campi incolti, mentre seminativi e allevamenti affrontano una lunga emergenza. Da Trapani a Mineo, in Sicilia ci sono 26 dighe, molte non collaudate, quasi tutte incompiute.

Dighe, le incompiute

A Licata la diga Gibbesi è inutilizzata, alla Regione hanno ben due progetti pronti per metterla in funzione, ma servono 22 milioni di euro. A Caltanissetta, la diga Comunelli è piena di fango e non può invasare acqua, quella in ingresso fuoriesce subito, è necessario dare il via alle opere di sbancamento e il ministero delle Infrastrutture e Trasporti non ha ancora deciso come procedere. Inutilizzata anche la diga Pasquasia, concessa in uso alla direzione Ambiente della Regione. Serviva la vecchia miniera, adesso è sprovvista di impianti di distribuzione e non ci sono appalti in programma per riutilizzarla.

Il dramma dei mancati collaudi

Ci sono dighe che hanno una capienza limitata per ragioni di sicurezza, ovvero perché sono a rischio crollo, ma ben 10 bacini non sono stati collaudati ed esistono appalti che attendono di essere ultimati da quasi 35 anni, come nel caso della diga Cannamasca ad Agrigento o della Pietrarossa, in provincia di Enna, per la quale è stato annunciato un imminente riavvio dei lavori.

L’acqua diventa un bene raro in alcune zone della Sicilia, a Gela per esempio, dove la diga Disueri ha una limitazione di invaso perché, come ha verificato LiveSicilia con fonti del dipartimento regionale Acqua e Rifiuti, è stata costruita nel posto sbagliato, in una zona con gravi problemi di tenuta: le sponde sono state realizzate in materiale gessoso che rischia di diventare permeabile. Ancora peggio la diga di Blufi, raggiungibile dall’uscita Irosa nell’autostrada Catania – Palermo: il cemento armato irrompe sul paesaggio desertico di una incompiuta senza tempo. Dopo anni di abbandono, la Regione ha finanziato un nuovo progetto esecutivo, perché è necessario verificare cosa possa restare ancora in piedi della vecchia progettazione.

L’incubo dei trapanesi

Non solo siccità, da anni gli imprenditori che lambiscono Castelvetrano combattono per la messa in funzione dell’unica diga presente, Trinità è il nome: non è stata mai collaudata e ospita circa il 10% dell’acqua che potrebbe accogliere. Anche se piovesse, per motivi di sicurezza la capienza della Trinità non potrebbe superare i 5 milioni di metri cubi sui 18 del bacino realizzato. Tecnicamente ci sono “condizioni di instabilità del corpo diga”, gli esperti hanno confermato che l’invaso non è in sicurezza.

Le altre incompiute

L’elenco è molto lungo, nell’Ennese c’è anche la diga Cuba, inutilizzata e la Sciaguana, quasi a secco, mentre a Gela la diga Cimia è in “esercizio limitato”: su 10 mln di metri cubi d’acqua può contenerne soltanto 3. In questo serbatoio praticamente a secco, finisce l’acqua della Disueri. Nel Trapanese anche la diga Rubino, colpita dall’alga rossa nel 2021, che ha messo in ginocchio gli agricoltori, ha una capienza ridotta del 50% per motivi di instabilità e, attualmente, è piena di fango. Nel Palermitano la diga Rosamarina è stata concepita per soddisfare un comprensorio di oltre 15 mila ettari, ma ha avuto problemi di instabilità nelle sponde, perché è circondata da montagne e qualcosa, durante il primo appalto, è andato storto. La Regione ha finanziato due progetti di messa in sicurezza.

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Cosa si può fare

Il dipartimento Acque e Rifiuti della Regione negli ultimi anni ha portato avanti un lavoro senza precedenti di ricognizione degli appalti e avvio di nuove progettazioni. Dai calcoli confermati a LiveSicilia, servirebbero 700 milioni di euro per rimettere in funzione le dighe isolane. Ma con l’aumento dei prezzi il costo reale rischia di superare il miliardo di euro.

“Bisognerebbe spostare i fondi del ponte sulle dighe, almeno chi arriverà in Sicilia troverà un giardino, diversamente ci sarà un deserto”, dice Dino Taschetta, uno dei principali viticultori del trapanese, da sempre ‘Pro ponte’, ma adesso alle prese con una crisi agricola senza precedenti. Le decisioni passano, come sempre dalla politica.


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