Sicilia, la disabilità abbandonata

Sicilia, la disabilità abbandonata

Riceviamo e pubblichiamo

Ci sono assessorati che funzionano male. E poi ci sono assessorati che semplicemente non funzionano più.

Quello alla Famiglia e alle Politiche sociali della Regione Siciliana sembra ormai un ufficio lasciato a se stesso: senza una guida politica, senza una direzione chiara, senza la minima capacità di trasformare i diritti scritti nelle leggi in diritti reali per le persone.

Il primo capolavoro lo avevano già firmato con i fondi del “Dopo di noi”, restituiti allo Stato per incapacità di spesa. Non perché mancassero i bisogni, ma perché mancava la capacità amministrativa di utilizzare risorse destinate alle persone con disabilità grave e alle loro famiglie. Adesso arriva un’altra pagina dello stesso copione.

Il decreto legislativo 62 del 2024 ha rafforzato e armonizzato uno degli strumenti più importanti della riforma della disabilità, già previsto dall’articolo 14 della legge 328 del 2000: il Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato. L’idea è semplice, giusta, civile: non più interventi frammentati, non più risposte casuali o affidate alla buona volontà dei singoli uffici, ma un percorso costruito attorno alla persona, capace di coordinare assistenza sanitaria, servizi sociali, autonomia abitativa, inclusione scolastica e lavorativa.

Nella realtà siciliana rischia di restare l’ennesima dichiarazione di principio.

Per rendere operativa questa riforma servono linee guida regionali, strutture valutative, formazione degli operatori, coordinamento tra sanità e servizi sociali. In una parola: serve una Regione che faccia la Regione. E invece non c’è nulla. O peggio: c’è il vuoto.

Così accade che una norma pensata per garantire autonomia, dignità e presa in carico effettiva delle persone con disabilità resti sospesa in un limbo amministrativo, in attesa che qualcuno, prima o poi, si decida ad applicarla.

Il problema, ancora una volta, non è la legge.
Il problema è l’incapacità della Regione Siciliana di farla vivere.

Quando un assessorato restituisce fondi destinati alla disabilità e poi non riesce nemmeno a rendere operative le nuove norme, non siamo più davanti a un semplice ritardo burocratico. Siamo davanti a un settore abbandonato, senza visione, senza governo e senza una cornice sociosanitaria degna di questo nome.

E basta guardare a ciò che è accaduto sul fronte dell’autismo per capirlo meglio. Non c’è chiarezza sul bando da 8 milioni di euro finito nel ciclone giudiziario che ha coinvolto la Dc e il governo, gestito nel caos, senza un reale raccordo con il sistema sanitario e senza armonizzare gli strumenti dentro una cornice sociosanitaria seria. Il risultato è il solito paradosso siciliano: si annunciano risorse, si fanno passerelle, ma manca l’architettura minima per trasformare quei soldi in servizi veri.

Nel frattempo, l’assenza di linee guida regionali produce effetti concreti e pesantissimi anche nella scuola e nell’accesso a molte altre prestazioni. Si crea confusione tra competenze, si scaricano responsabilità da un ufficio all’altro, si moltiplicano i ritardi e si lascia tutto sulle spalle delle famiglie, costrette ogni volta a combattere da sole per ottenere ciò che dovrebbe essere normale.

Ecco il punto: quando la politica abbandona la disabilità, non si ferma un assessorato. Si fermano i diritti.

A pagare il prezzo, infatti, non è l’amministrazione. Sono le persone con disabilità e le loro famiglie, che continuano ad aspettare diritti già riconosciuti dalle leggi ma che la Regione non è capace di garantire.

In Sicilia, purtroppo, la disabilità continua a essere raccontata nei convegni, evocata nei comunicati, sbandierata nelle promesse. Ma quando arriva il momento di costruire strumenti veri, coordinare servizi, spendere risorse e dare attuazione concreta alle riforme, tutto si arena. E allora il sospetto è che non si tratti più di inefficienza. Si tratta di disinteresse politico.

La replica dell’assessorato

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