MINEO – Quaranta udienze. Trenta nella lunga fase di istruttoria e una decina durante la discussione, con la requisitoria del Pm e le arringhe delle parti civili. Un susseguirsi incessante di analisi, perizie e interventi di autorevoli addetti ai lavori. Questi, sono solo alcuni dei numeri del processo penale sulla tragedia del depuratore di Mineo in cui, l’11 giugno del 2008, persero la vita quattro dipendenti comunali e due della Carfì, la ditta ragusana incaricata all’espurgo. Una vicenda, forse, finita nel dimenticatoio nonostante il forte impatto socio-affettivo generato: sei famiglie coinvolte, psicologicamente ed economicamente provate da un distacco violento e brutale. Le analisi medico legali hanno infatti confermato, sin dall’inizio, che si trattasse di decessi causati da esalazioni tossiche.
A quattro anni dall’accaduto, stamattina, il tribunale di Caltagirone dovrebbe emettere la sentenza di primo grado. La fine di un processo che presenta singolari peculiarità rispetto ad altri di ugual natura.
“La piattaforma istruttoria – spiega Sergio Raciti che, insieme a Ruggero Razza, Enzo ed Enrico Trantino, assiste i familiari di Giuseppe Zaccaria, uno dei dipendenti comunali rimasti coinvolti nella tragedia – è stata molto tecnica rispetto ad altri processi. Scienziati di comprovata esperienza professionale hanno, difatti, presentato a giudizio le loro posizioni, fornendo notevoli contributi di natura chimico-biologica e meccanica. Perizie che, se da un lato hanno dato vita ad un’attività giudiziaria particolarmente completa, dall’altro hanno generato un ingessamento della medesima con un impatto non indefferente in temini emotivi, per i familiari che hanno atteso a lungo la fine di un incubo, ed economici per il contributo apportato dagli esperti coinvolti ”.
Obiettivo di tali analisi? Comprendere realmente il funzionamento del sistema di depurazione, il tipo di manutenzione di cui necessitasse, quanto accaduto dal punto di vista meccanico quel giorno e la sussistenza o meno delle condizioni di sicurezza del luogo in cui si verificò la tragedia. Dalle analisi sono emerse due posizioni antitetiche: quella sostenuta dal Comune di Mineo (con l’accusa alla ditta ragusana di aver riversato sostanze tossiche all’interno del depuratore e ai dipendenti di aver eseguito un intervento abnorme mai loro delegato dall’ufficio tecnico); l’altra della Carfì (secondo la quale il depuratore era in totale disfunzione per colpa dell’incuria dell’amministrazione).
Una vicenda articolata, dunque, con il sequestro da parte della Procura delle stanze del comune menenino che ospitavano gli atti amministrativi, con un mistero ancora da scoprire: l’esistenza o meno del documento di valutazione rischi mai di fatto rinvenuto.
Secondo l’ipotesi d’accusa, condensata in 16 capi di imputazione, l’istruttoria dibattimentale ha dimostrato come “l’inadeguata gestione manutentiva del depuratore e lo sversamento di idrocarburi all’interno del pozzetto di raccolta fanghi” siano stati il mix generante la tragedia.
“Al di là delle parti contrapposte e delle relative colpe, che rimangono particolarmente gravi – commenta Raciti – ciò che viene fuori dal processo è l’ennesima violazione in materia di prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro. Oggi, chi vuole amministrare la cosa pubblica, ha tutta una serie di responsabilità che lo obbligano a non essere superficiale. Morire di lavoro quando, in Italia, esiste una normativa in materia di prevenzione che regola, espressamente, i doveri dei datori di lavoro e dei lavoratori, diventa intollerabile”.
“Nel caso, ad esempio, del nostro assistito – conclude l’avvocato – se dal verbale del concorso vinto per il posto di istruttore tecnico impiantista, si evincesse in astratto una sua competenza in materia di impianti e sicurezza con la conoscenza della 626/94, nel caso di specie però tale preparazione, non solo non risulta comprovata da un’analisi più attenta dei corsi di formazione a cui partecipò ma, in ogni caso, non sarebbe stata ugualmente sufficiente alla conoscenza delle problematiche specifiche che quella mansione comportava. E il problema della formazione-informazione non riguardava solo i dipendenti coinvolti nella tragedia, ma tutti quelli sentiti nel corso del dibattimento e utilizzati per mansioni al depuratore.”
In un processo lungo 3 anni e 40 udienze, con capi di imputazione di particoare entità, al momento, resta solo un punto fermo: il dolore composto dei familiari. Di ragazzini che si trovano a dover convivere con la morte di un padre. E di vedove, come la signora Zaccaria, che alle domande di LiveSiciliaCatania preferisce rispondere con un silenzio assordante.
Aggiornamento delle 16.50. Sono ancora riuniti in camera di consiglio i giudici che dovranno emettere la sentenza. Ventotto anni e quattro mesi complessivi di carcere sono stati chiesti, dall’accusa, per l’incidente sul lavoro. Il Pm, Sabrina Gambino, ha proposto otto mesi per il sindaco di Mineo, Giuseppe Castania, quattro anni sono stati chiesti per l’allora assessore comunale ai Lavori pubblici, Giuseppe Mirata; quattro anni e otto mesi per il responsabile dell’ufficio tecnico comunale, Marcello Zampino; quattro anni per l’addetto ai servizio del depuratore, Antonino Catalano; tre per il responsabile del servizio di prevenzione, Giuseppe Virzì. Sei anni, con l’imputazione di concorso in omicidio plurimo, per il titolare dell’azienda di espurgo di Ragusa, Salvatore Carfì, e per il capo cantiere della ditta, Salvatore La Cognata.
Aggiornamento 17.40. Emessa la sentenza: assolto il sindaco di Mineo, Giuseppe Castania perchè il fatto non sussiste. Condannato a 4 anni e 2 mesi di reclusione il titolare dell’azienda di espurgo di Ragusa, Salvatore Carfì.


