PALERMO – Sono trascorsi quindici anni e i protagonisti sono gli stessi di allora: Totò Cuffaro e il metodo malsano di accumulare il consenso elettorale e di gestire il potere politico. È ciò che emerge senza bisogno di attendere l’esito delle inchieste e dei processi.
Tutti, Cuffaro incluso, sono innocenti fino a prova contraria. Il garantismo è un sacrosanto principio che vale sempre e comunque. Lo spaccato politico, però, è disarmante. La trasparenza nella gestione delle gare e dei concorsi pubblici è un miraggio, la nomina nei posti manageriali nella sanità risponde alla spartizione clientelare. L’appartenenza ad una parte politica surclassa la valutazione sul merito di chi viene chiamato a ricoprire ruoli di vertice. Saranno certamente preparati, ma le manovre sottobanco oscurano tutto il resto.
Il 22 gennaio del 2011, quindici anni fa, Totò Cuffaro si raccolse in preghiera nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva. Quando divenne definitiva la condanna per favoreggiamento aggravato alla mafia e violazione del segreto istruttorio decise di costituirsi nel carcere di Rebibbia prima che andassero a prenderlo.
L’ex presidente della Regione siciliana disse: “Affronterò la pena come è giusto che affronti un uomo che ha servito le istituzioni e che in questo momento viene messo a sopportare questa prova”.
Quattro anni e undici mesi dopo, il 14 dicembre 2015, tornò in libertà. “La politica attiva, elettorale e dei partiti è un ricordo bellissimo che non farà parte della mia nuova vita. Ora ho altre priorità”, spiegò lasciandosi alle spalle il portone del carcere.
Il 3 dicembre 2025 il nuovo arresto per corruzione. Oggi si trova ai domiciliari per la vicenda di un concorso pilotato all’ospedale Villa Sofia di Palermo. Il prossimo 2 febbraio si discuterà l’appello della Procura di Palermo al Tribunale del Riesame. Secondo i pm, Cuffaro merita l’arresto anche per altri episodi di corruzione.
L’ultima parola spetta ai giudici. Il contesto politico nel quale sarebbero stati commessi i reati è lo stesso di quindici anni fa. Vale per Cuffaro e per tutti coloro che si sono messi in fila davanti alla sua porta, di casa o della segreteria: dalla candidata che ricevette le tracce del concorso all’imprenditore che – nella migliore delle ipotesi che non configura reati – gli ha chiesto di sfruttare la sua rete di relazioni e conoscenze. Una rete che Cuffaro ha rimesso in piedi dal giorno in cui ha lasciato Rebibbia. Il suo metodo valeva nel 2011 e vale nel 2026.

