Una storia di cento anni

Una storia di cento anni

Una storia di cento anni

Questa lettera di una nostra affezionata lettrice, Maria Pia Patti, riguarda un fatto privato. Ma non siamo sicuri che sia davvero così. Riguarda un evento speciale. E noi siamo lieti di pubblicarla, perché è bella e toccante. E perché, in fondo, parla proprio di noi.

“E che ci fa ‘sta cosa messa qua?” borbottai quasi indispettita dalla presenza di quell’oggetto enorme, posto in un angolo come se aspettasse che il legittimo proprietario venisse a riprenderlo. Ma avevo premura e frettolosamente mi avviai verso gli sportelli della Banca. Dopo, archiviai quel pensiero fastidioso come una delle mille stranezze della nostra città. Dovettero passare alcuni anni prima di scoprire il mistero di quella “cosa”, quell’ancora enorme che si trova ancora oggi all’ingresso della sede della Banca d’Italia, in via Cavour.

Sul finire della Seconda Guerra Mondiale, una nave che si trovava alla fonda alla Cala fu bombardata dagli Alleati e la sua ancora fu scaraventata da quella esplosione sul tetto dell’edificio che ospita la solenne Fondazione. Da lì, precipitò poi nei sotterranei, dove fu trovata dagli operai incaricati, nei i primi mesi del 1947, della ristrutturazione dell’edificio. Compiuta l’opera, il capocantiere chiese all’ingegnere direttore dei lavori dove dovesse essere messa l’ancora che aveva provocato quel disastro e questi rispose: ” Mettetela lì”. “Lì” è il luogo in cui è tuttora.

L’ingegnere in questione è mio padre. Classe 1913, ha visto due guerre mondiali, ha vissuto in prima persona gli orrori della seconda, ha votato per la Repubblica al referendum perché sognava uno stato democratico, ha partecipato con speranza alla ricostruzione materiale della Città, ha visto con orrore e subito con frustrazione il sacco di Palermo ad opera di Ciancimino e compagni.

Se dovessi in poche parole raccontare la sua vita, direi che ne ha vissute due, una prima della guerra e una dopo. Da giovane frequentava la palestra Pandolfini, e le foto testimoniano gli ottimi risultati. Tirava di scherma, andava a sciare, gli piaceva pagaiare lungo un torrente che arrivava fino a Mondello all’altezza del Lauria. Nuotava e si immergeva con piacere in apnea. Amava andare al Teatro Massimo e le arie più note delle opere liriche intonate dal suo vocione mi hanno accompagnato nella crescita. Ballava benissimo e frequentava la buona società palermitana. I suoi amici erano i ragazzi della borghesia illuminata e i figli della nobiltà in parte già decaduta. Ma questo stile di vita non gli impedì di studiare con serietà, e infatti si laureò regolarmente.

Da ragazzetto era, come tutti i giovani, entusiasta delle scoperte e del progresso scientifico. Si costruì una radio a galena e un giorno, sintonizzatosi e accortosi che trasmettevano un concerto diretto da Arturo Toscanini, mise fuori dalla finestra l’unico altoparlante per fare godere di quella musica tutti i passanti. Abitava, allora, vicino alla stazione centrale e mi piace soffermarmi ad immaginare quella realtà, quegli uomini e quelle donne che, passando di là per caso, si giravano incuriositi e grati per quel dono inatteso.

Devo ai racconti di mia madre la conoscenza di questa parte di vita. Passavamo a volte lunghi pomeriggi a guardare e commentare le foto che, alla rinfusa, sono ancora oggi in una di quelle cassette di legno che regalavano piene di bottiglie di liquori. Lui non ha mai raccontato molto di sé o del suo lavoro a noi familiari. Ma alcune parole fecero parte del mio vocabolario fin da piccolissima. Per esempio la parola “mafia” mi evocava qualcosa di negativo anche se ancora di non ben determinato. L’occasione fu offerta dall’aver ricevuto una lettera di richiesta di denaro da parte del bandito Giuliano. In caso contrario… Avevo pochi anni, e ciononostante sono rimaste impresse nella mia mente alcune frasi preoccupate di mia madre. Ma ricordo anche che mio padre, con una sonora risata le disse “sono tutte fissarie” e usò il termine in dialetto, cosa molto rara a casa mia. Capii dopo che era il suo modo per cercare di tranquillizzarla.

Circa un anno fa ho potuto vedere, finalmente, quella lettera e mi ha molto emozionato: avevo tra le mani un pezzo di storia. Per la cronaca non fu pagato nulla. Di lì a poco Giuliano fu impegnato in qualcosa per lui più definitivo. Non ha mai raccontato nulla della guerra, delle sofferenze patite né dei problemi e delle fatiche del suo lavoro. Papà tornava a casa ed era felice di stare con tutti noi, con la sua famiglia. Il mondo restava fuori dalle nostre quattro mura. Ed è questa la sua vita di dopo, fatta solo di lavoro e famiglia. E a me che, curiosa, gli chiedevo di tutto, gli ponevo mille domande e altrettanti perché, a me che argomentavo alla pari, io piccolissima e lui gigante, a me riservava sorrisi silenziosi e sguardi intensi, complici e ironici che mi zittivano e me lo facevano abbracciare con trasporto.

Dovevamo arrivare alla fine degli anni novanta perché lui si decidesse a raccontare. E lo fece con i nipoti, con le mie figlie soprattutto che scelsero di seguire le sue orme nel mondo del lavoro. Ma forse aveva la necessità morale e psicologica di lasciare una testimonianza.

Cominciò dunque una sfilata di personaggi noti e meno noti e noi ascoltavamo come spettatori emozionati e impotenti allo svolgersi delle vicende. La guerra, con i suoi orrori, entrò nelle nostre vite. Mio padre raccontò di eroi sconosciuti, di ladri in divisa, di ragazzi sofferenti, di autorità indecenti (e qui, gli sentii usare una parolaccia. Per me era la prima volta). Come si salvò dalle Fosse Ardeatine, come sfuggì ai tedeschi e ad un gruppo di sedicenti partigiani: gli uni e gli altri avrebbero voluto giustiziarlo. E poi la fuga per tornare a casa, da Roma a Palermo quasi tutta a piedi, mangiando la verdura che cresceva spontaneamente lungo le strade e bevendo dai ruscelli. E la fortuna di incontrare un barcaiolo buono che lo portò dalla Calabria a Messina e poi, finalmente Palermo e l’incontro con suo padre. Ancora oggi ( è passato qualche anno da quel pomeriggio), quando ne parliamo fugacemente tra di noi, lo stesso brivido di emozione e dolore percorre la mia schiena e so, perché lo leggo negli occhi degli altri, che per tutti è la stessa emozione.

Mio padre ha contribuito in modo preponderante alla ricostruzione di Palermo finché ha potuto, finché glielo hanno lasciato fare. Uomo “a filo a piombo”, è stato sempre incapace di qualsiasi piccolo gesto diplomatico o di mediazione e ha sempre nutrito, e manifestato senza rimorso, il più vivo disprezzo nei confronti dei corrotti e dei corruttori, degli arroganti e dei millantatori, e in genere di tutti gli stupidi che si nascondono dietro una carica o una divisa. E’, mio padre, un uomo buono, generoso e paziente, ma ciò non gli ha mai impedito di mandare a quel paese chi metteva minimamente in dubbio la sua professionalità e la sua onestà. Ad un inviato di un assessore comunale che lo invitava a levare una staccionata di un cantiere perché “altrimenti l’assessore si potrebbe disturbare” rispose: “ Ah sì? E dica all’assessore di prendersi il bicarbonato. E ora fuori di qui. Noi dobbiamo lavorare”. La cosa finì in un’aula di Tribunale e poi in nulla.

Ci fu un periodo in cui mio padre collaborò con il cardinale Ruffini che volle costruire alcune chiese. Sentii una volta mia madre borbottare “ecco, un’altra chiesa. Poi ci fa la benedizione e ha pagato”. Da buona donna di casa, mia madre è sempre stata molto pragmatica. Mio padre lo è sempre stato molto meno, quasi per nulla.

Tra le tante edificate, ce n’è una vicino viale Lazio, forse l’ultima che ha fatto, sopra il cui altare è stato posto un quadro del pittore Giovanni Rosone, amico di una vita, uomo semplice, estroso e volontariamente lontano da ogni clamore, che ritrasse l’architetto che aveva disegnato la struttura, mio zio omonimo di mio padre, che infatti è in ginocchio con rotoli da disegno in mano, e… mio fratello, ragazzetto di pochi anni, in omaggio al mio papà di cui il buon Rosone conosceva, e condivideva, la ritrosia a mettersi in mostra. Non mi sono mai stupita di quella scelta. Mio padre non ama le vanità. Ha rifiutato il titolo di cavaliere dicendo “è ‘na fesseria”, non ama i circoli e i club di nessun genere, ha rifiutato la candidatura al Senato e a me ripeteva sempre “stai lontana dalla politica. E’ una cosa sporca”.

Ha lavorato in terra e anche in mare. Ha costruito ponti e porti, case ville e qualche palazzo. Conosce la Palermo antica benissimo, non solo le strade, ma anche il sottosuolo, i fiumi che scorrono ricoperti dal cemento, le cave da cui si traeva una certa pietra e che ora invece sono state “riempite” da costruzioni moderne. Ha risanato le fondamenta di molti palazzi antichi, salvandoli dal degrado.

Nello stesso modo conosce i mali di questa Città e a volte, raramente, li elenca con nomi e cognomi. E non sono solo Vito Ciancimino e Salvo Lima, anche se tutti parlano solo di loro. Pensa che uno dei problemi della nostra epoca sia il pessimo funzionamento della Giustizia e sostiene che bisognerebbe ricostruire l’Uomo, rispolverare i principi e i valori, affinché possano riacquistare dignità e autorevolezza coloro che si trovano nei posti-chiave della nostra società.

Non è mai stato un compagno di giochi, mio padre. Ma una guida, un maestro. Ho imparato a nuotare osservandolo, ho cominciato a leggere i quotidiani per emularlo. Amo la natura perché lui me l’ha fatta amare. La nostra campagna mi è entrata nel cuore con i suoi colori e con i suoi odori, il nostro mare è diventato per me, da subito, un elemento naturale. Ricordo con un sorriso quelle domeniche silenziose in cui su una panchina, lui avvolto nel suo Corriere della Sera, io nel mio Corrierino dei Piccoli, passavamo le ore precedenti il nostro avvio in chiesa, per la messa di mezzogiorno. Fisicamente, papà non era mai in casa. Sempre al lavoro. Ma non riesco a ricordare un episodio della mia vita, uno solo, in cui io non me lo sia ritrovato accanto. II sentimento che più mi ha sempre legato a lui è l’amore che nasce anche dalla stima, dalla comprensione delle debolezze altrui e dall’accettazione dei limiti di ciascuno.

Domenica scorsa sono andata, come tutte le domeniche, ad abbracciare i miei “pezzi da novanta”, come li chiamo scherzando ma con un pizzico di orgoglio. Lui era nel suo studio sommerso da centinaia di lucidi di vecchi progetti. “Li sto buttando”, mormorò distrattamente. Mi ribellai: quei rotoli rappresentano la storia anche di Palermo, non solo quella personale di un professionista. Mi guardò con quello sguardo intenso, ironico e profondo, sempre lo stesso, non violentato dalle preoccupazioni né dagli anni, e mi disse “ Ah, ma tu così dici?” e contestualmente un altro progetto finì nella taglierina. Avrei voluto abbracciarlo, dirgli quanto lo amo, ma alla nostra età prevale, purtroppo, il pudore dei sentimenti. A volte, quando si è bambini, si hanno fortune che non si possono più ripresentare.

Soffierai le tue cento candeline, papà. E io ti sarò accanto, con il solito nodo alla gola e le solite lacrime agli occhi. E nel clamore degli auguri urlati o sussurrati da tutta la tua numerosa famiglia, il mio silenzio, lo sai, sarà il mio modo di ringraziarti per essermi stato padre per tutti questi anni.

Tua figlia Maria Pia

 

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