Violenza, donne e social: come funziona il fortino della droga - Live Sicilia

Violenza, donne e social: come funziona il fortino della droga

Il racconto dei carabinieri sull'operazione Piombai FOTO VIDEO
IL BLITZ
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CATANIA – Stile da narcos, tradizione da malavita catanese, coinvolgimento delle donne e tanta violenza. Sono i dettagli che emergono sull’operazione Piombai realizzata dai carabinieri del Comando provinciale di Catania, che questa mattina all’alba hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 25 persone, accusate di reati connessi al traffico di droga, tra cui l’associazione finalizzata al traffico e alla cessione di stupefacenti. L’associazione criminale aveva organizzato un vero e proprio fortino dello spaccio, con tecniche di controllo del territorio basate sulla videosorveglianza, postazioni per lo spaccio e punizioni esemplari, via social, per chi non si comportava secondo le regole. Molto importante il ruolo delle donne, che oltre a tenere la contabilità del gruppo partecipavano allo spaccio, a volte tenendo in braccio i propri figli.

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La piazza

Un piccolo forte nel pieno di via Piombai, nel quartiere San Cristoforo. Chiuso da porte blindate, controllato da un sistema sofisticato di videosorveglianza, e con dei cani da combattimento a fare la guardia alle entrate. Era il luogo in cui si era sviluppato un traffico di cocaina e crack che, secondo i carabinieri della compagnia di piazza Dante, che hanno sorvegliato a lungo la piazza di spaccio, fruttava ogni giorno almeno diecimila euro. Il luogo, racconta in una conferenza stampa il comandante della compagnia di Piazza Dante capitano Roberto Martino, era adatto allo spaccio proprio per le sue caratteristiche fisiche: “Un luogo quasi impenetrabile, con strade a senso unico che facilitavano il compito delle vedette quando arrivavano le forze di polizia, e quattro numeri civici collegati tra loro da porte improvvisate o finestre allargate. In questo modo gli spacciatori potevano nascondersi meglio e disorientare gli stessi acquirenti della droga, che di volta in volta erano da numeri civici diversi”.

All’interno del forte le cose erano gestite con precisione da narcos. Il traffico, di cui il trentenne Giovanni Alfio Di Martino è accusato di essere il capo, si svolgeva con un sistema di orari e turni: ogni giorno alle 17 cocaina e crack arrivavano in piccole quantità in via Piombai e gli spacciatori si piazzavano in apposite postazioni di spaccio, scrivanie improvvisate all’interno dell’abitazione di Di Martino, e attendevano i clienti. I quali erano scaglionati dalle vedette. Per evitare un via vai eccessivo – i clienti della piazza arrivavano a essere anche un centinaio ogni giorno – i clienti erano portati nel fortino a gruppi di cinque o sei per volta. Il tutto andava avanti fino alle 7 del mattino successivo, con un cambio turno intorno all’una di notte. Per il resto della giornata non si spacciava, lasciando la zona con un’apparenza quasi normale.

Le vedette e i social

In via Piombai la violenza viaggiava anche sui social network. Il compito delle vedette, oltre a quello di regolare il traffico degli acquirenti, era anche quello di segnalare qualsiasi movimento delle forze dell’ordine nei pressi della piazza di spaccio, soprattutto agli ingressi di via Piombai. Ed è su questo aspetto che il capo piazza Giovanni Di Martino e suo nipote Giuseppe Di Martino avrebbero fatto particolare uso della forza. Quando le vedette erano disattente, segnalando in ritardo l’arrivo di una pattuglia o distraendosi nel selezionare chi entrava all’interno del fortino per comprare la droga, i due Di Martino ricorrevano a violenza, percuotendo le vedette o mettendo in atto delle umiliazioni, come il costringere la vedetta a tuffarsi in un cassonetto dell’immondizia, o avvolgendola nel nastro adesivo.

L’aspetto particolare delle intimidazioni è che Di Martino riprendeva in video le percosse per caricarle su Tik Tok. In questo modo la violenza non rimaneva confinata al quartiere ma era esposta pubblicamente. Un modo di intimidire che nasce anche dalla contaminazione della criminalità con i nuovi mezzi di comunicazione: “Di sicuro queste attività criminali hanno, come base, la tradizione criminale catanese – racconta ancora il capitano della compagnia di piazza Dante Roberto Martino – ma a questo si aggiungono anche le suggestioni in arrivo da social network e serie TV”.

Le donne

Nel gruppo che operava in via Piombai un ruolo importante sarebbe stato ricoperto dalle donne, in particolare da Silvia Maugeri e da Georgiana Bontu, moglie e cognata del capo piazza Giovanni Di Martino. Racconta il capitano Chiara Petrone, comandante del nucleo operativo della compagnia di piazza Dante: “Le donne avevano un ruolo sia logistico che operativo. Da un lato gestivano i guadagni della piazza, raccogliendo il denaro e occupandosi dei pagamenti, dall’altro permettevano lo smercio e l’occultamento di crack e cocaina. In un caso è stato fatto un arresto in fragranza di reato, perché una delle donne è stata trovata con della sostanza dentro il reggiseno”.

Le due donne spesso si sostituivano agli uomini anche nelle operazioni di spaccio vere e proprie. E avrebbero partecipato molto spesso allo smercio della droga anche alla presenza dei figli. “Il tribunale dei minori è stato informato dell’arresto – dice Roberto Martino – e avrà tempo e modo di prendere il miglior provvedimento”.

L’operazione

L’intera indagine da parte dei carabinieri è iniziata meno di un anno fa, come sottolinea il colonnello Rino Coppola, comandante provinciale dei carabinieri di Catania: “Abbiamo sviluppato con la Direzione distrettuale antimafia un particolare protocollo per affrontare le piazze di spaccio. Si tratta di attività criminali veloci, dinamiche, e noi cerchiamo di garantire la stessa dinamicità nel perseguire i reati. L’attività di indagine si è svolta su 4 mesi più i tempi tecnici necessari alla Dda, dunque in meno di un anno si è arrivati all’ordinanza di custodia cautelare”.

Undici tra i venticinque indagati sono risultati percettori o beneficiari del reddito di cittadinanza e sono stati segnalati alle autorità competenti per la sospensione della misura.

I nomi

Gli arrestati nell’operazione “Piombai” sono ventidue, una delle quali posta agli arresti domiciliari. Altre tre persone hanno ricevuto una notifica di obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Sono stati condotti in carcere: Giovanni Alfio e Giuseppe Di Martino, rispettivamente di 30 e 20 anni, Georgiana Xenia Bontu, di 20, Pietro Pulvirenti, di 23, Domenico Dario Blandini, di 34. Carmelo Pulvirenti, di 45, Carmelo Motta, di 32, Angelo Guarneri, di 31, Orazio Laudani, di 28, Giuseppe Di Mauro, di 33, Antonio Giovanni Bonanno, di 34, Antonino Bonaceto, di 27, Vita Giuffrida, di 24, Vincenzo Pantellaro, di 30, Mario Vinciguerra, di 25, Giovanni e Domenico Marchese, rispettivamente di 22 e 33, Giuseppe Spampinato, di 32, Antonino Valentino Di Guardo, di 34, Sergio Fortunato Messina, di 45, Giuseppe Alessandro D’Amico, di 31. Agli arresti domiciliari e’ stata posta Silvia Monica Maugeri, di 25 anni. L’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e’ stato notificato a Antonio Giuseppe Seminara, di 32 anni, Giuseppe Romeo, di 29, Salvatore Vadala’, di 33.


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