Zen, intervista al preside Valentino: "Irredimibile? Non è vero"

Zen, il preside Valentino: “La gente sente di non appartenere a Palermo”

Intervista al dirigente dell'istituto comprensivo 'Falcone'
L'INTERVISTA
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3 min di lettura

PALERMO- “Dai, ragazzi, sono impegnato, ci vediamo dopo…”.

L’ufficio del dirigente scolastico dell’istituto comprensivo ‘Giovanni Falcone’ allo Zen 2 è oggetto di una festosa invasione di alunni in una mattina piovosa di gennaio. Vogliono tutti parlare col preside. Lo marcano stretto. Lui, il professore Massimo Valentino, distribuisce qualche boccetta di amuchina – utile per i tempi – e congeda con un abbraccio i più renitenti alla momentanea separazione. Poi, si accomoda dietro la scrivania per l’intervista.

Come appare il preside Valentino, nato a Napoli, già dirigente a Busto Arsizio e oggi qui nella periferia estrema di Palermo? Usando le categorie del suo conterraneo, il napoletanissimo Luciano De Crescenzo, in ‘Così parlò Bellavista’, sicuramente un uomo d’amore.

Per amore di una ragazza siciliana è approdato a Palermo. Per amore della professione si è trasferito al Nord. Per amore di chi è meno fortunato, oggi, è allo Zen. Lui ha la passione civile come ferro del mestiere. Non ditegli che opera in un quartiere irredimibile perché lo vedreste – a ragione – arrabbiarsi un po’.

Preside, qual è, secondo lei, la caratteristica dello Zen?
“Parliamo di un contesto chiuso, per cui, rispetto ad altre zone, i problemi che si vivono non hanno metri di paragone. La gente che sta qui, purtroppo, sente di non appartenere alla città”.

E allora?
“E allora bisogna tentare di favorire l’incontro tra Palermo e lo Zen, cominciando dalla scuola. Come si fa? Portando la città qui e gli alunni fuori di qui, per trarre insegnamento dell’esperienza. Noi ci stiamo provando”.

Come?
“Per esempio con la presentazione di libri, abbiamo avuto come ospite Jessica Schillaci, figlia dell’indimenticabile Totò. Vorremmo che la scuola diventasse un polo culturale d’attrazione, con le mostre, con il cinema. Sono cose sui cui stiamo ragionando. Non c’è molto altro allo Zen”.

Quali sono, a suo parere, le ferite più vistose?
“La povertà, l’emergenza abitativa, i tanti disservizi. Il quartiere, come è noto, nasce da una concezione urbanistica vecchia. I guai non affrontati si sono aggravati. Un’opera di riqualificazione si rende necessaria. Ma nessuno mi dica che lo Zen è irredimibile, perché non è vero”.

Quindi, allargare i confini, è una bella scommessa?
“Certo, siamo gemellati con l’istituto ‘Falcone’ di un quartiere periferico, sia pure con caratteristiche differenti, di Napoli. Si è creato un forte legame e si stanno producendo podcast per raccontare la bellezza, piuttosto che il degrado. Un nostro alunno ha realizzato un video notevole”.

Qual è il livello della dispersione scolastica?
“Basso quello esplicito. Sappiamo chi è che non sta in classe: sono pochissimi casi e tutti seguiti. Ma c’è un’alta dispersione implicita di studenti che non raggiungono l’obiettivo formativo, che è difficile coinvolgere e scolarizzare. Ci stiamo impegnando molto”.

Colgo nella sua voce un tono d’amarezza…
“Qui ci sono giovani meravigliosi, svegli e intellettualmente pronti, dotati di grande abilità. Il contesto, ovviamente, disperde, spesso, le eventuali aspirazioni”.

Mi sembra discretamente innamorato dello Zen. Lei è in istituto ormai da tre anni. Qual è la sua motivazione più decisa?
“La voglia di essere utile, di aiutare chi ha meno opportunità. Penso spesso al confronto tra i ragazzi di qui e i miei figli. I genitori del quartiere sono i primi a sperare nel riscatto. Sperimento ogni giorno l’affetto di tantissime brave persone che sono ostaggio tanto dei disagi quanto della violenza della malavita. Devono essere liberate”.

E’ possibile riuscirci?
“Mi pare necessario, almeno, tentare”.


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