'Striscia', i ragazzi dello Zen | La città migliore che c'è

‘Striscia’, i ragazzi dello Zen | La città migliore che c’è

Dopo l'aggressione all'inviato di 'Striscia' e il servizio, monta la polemica. Con il pregiudizio.

Alcune tra le persone migliori che conosco vivono allo Zen. Il loro essere meglio degli altri è un’azione rivoluzionaria, nel quartiere desolato e assediato da una città pronta soltanto al ripudio. Ed è bene sottolinearlo adesso, mentre, sulla scorta di una dolente cronaca, il luogo comune della perdizione copre e vanifica tutto, anche i germogli di bene sbocciati, a fatica, laggiù.

Cos’è lo Zen per Palermo, infatti, se non un ghetto, il paradigma di una dannazione perfetta e necessaria, pensata per assolvere tutti gli altri? E cos’è Palermo per lo Zen, se non l’approdo distante che si rende presente quando c’è da reprimere e da condannare ciò che deve essere giustamente condannato e represso, mai per risolvere o per programmare un domani con altre sembianze?

Si scrivono chilometri di parole, non a torto, sulla difficilissima redimibilità di un luogo di incrostazioni, patria di cittadini che subiscono la crudeltà emarginata della periferia. Quasi mai si narrano i cambiamenti che pure accadono tra le ombre dei casermoni e che sarebbe utile tenere a mente, per spingere la notte più in là. I palermitani annunciano: “Vado allo Zen”, come se fosse l’intrico di un inestricabile maleficio da abbandonare al suo destino. Una roccaforte separata, da separare sempre di più.

Eppure, laggiù si incontra tanta speranza. Io, per esempio, l’ho incontrata nella faccia attenta di un ragazzino, durante una lezione di giornalismo in classe. Mi avevano avvisato che c’erano bambini terribili, in agguato del volenteroso cronista. Invece, ascoltavano senza interrompere, rapiti dal racconto di una vita diversa, perfino commossi, con una consapevolezza da adulti. E ce n’era uno, intelligentissimo, pronto, sensibile, con le domande giuste e l’eloquio che scorreva. La professoressa disse il suo nome. Subito dopo, sconsolata, commentò: “E’ molto vivace, potrebbe diventare giornalista come lei, avvocato, professore. Io spero solo che non diventi spacciatore. Sa, quando finisce la scuola a molti di loro succede questo”.

Allo Zen ho conosciuto un padre che aveva perso suo figlio in un incidente stradale. Non malediceva, non bestemmiava. Esprimeva il suo lutto con dignità e compostezza, accettando le lacrime e quella perdita immane come chi avesse imparato dai filosofi l’arte della sopportazione del dolore. Aveva le ‘scuole basse’ e avrebbe potuto insegnare filosofia all’Università.

Allo Zen ho incontrato uomini che vanno avanti con un lavoro onesto, figli di famiglie umilissime e perbene, figure che nessuno mai ricorda o cita, nel computo di una devastazione osservata con morboso compiacimento. E prof che non si limitano a insegnare, perché cercano un senso sotto la cappa. E persone dallo sguardo mite, tra un caffè e l’altro, che costruiscono sul terremoto il movente di giorni più umani.

Perciò, cara Palermo, indignati, quando c’è da indignarsi; condanna, quando c’è da condannare; solidarizza, sdegnata, con l’inviato di ‘Striscia la notizia’, Brumotti, che ha sottolineato la trama di un’aggressione tra o cortili, destando in alcuni qualche argomentata perplessità sui modi scelti.

Ma non allargare il ghetto indistintamente, perché stai chiudendo la porta ai bravi ragazzi dello Zen che avrebbero bisogno di un abbraccio e di un diario giornaliero di speranze. I buoni e coraggiosi ‘picciotti’ dello Zen, la città migliore che c’è.


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