Miccichè, i numeri in aula e la "pazza idea" del bis

Miccichè, i numeri in aula e la “pazza idea” del bis

Tutte le ipotesi sul tavolo.

PALERMO – “Io resto a Palermo”. Le parole di Gianfranco Miccichè pronunciate nel giorno del voto per la vice presidenza del Senato (disertato dal vicerè berlusconiano) che premia Maurizio Gasparri scombinano il quadro della maggioranza del centrodestra siciliano. A gettare benzina sul fuoco ci pensa il solito Cateno De Luca. 

“Il mio suggerimento? Di verificare se sussistono le condizioni per fare di nuovo il presidente dell’Ars. Io non avrei nulla in contrario, lo appoggerei. Lo dico chiaramente. Noi, nel caso, lo appoggeremmo”, ha detto l’ex sindaco di Messina a Live Sicilia. 

De Luca coglie la palla al balzo e fa il suo mestiere. Meglio un presidente che crea scompiglio nella maggioranza che un insider di Fratelli d’Italia: un ragionamento che potrebbe trovare terreno fertile anche tra le altre due forze d’opposizione (Pd e M5S). I veterani dei palazzi che contano confermano che l’ipotesi è tutt’altro che fantasiosa. 

Del resto, i primi contatti ci sarebbero già stati nelle scorse settimane. Insomma, la pazza idea del bis di Miccichè alla presidenza dell’Ars, al netto delle rassicurazioni ufficiali, rimane una delle opzioni sul tavolo. Del resto, un peso da novanta come Miccichè difficilmente potrebbe accontentarsi di vestire i panni del deputato semplice. “Gianfranco Miccichè è troppo intelligente per fare una cosa simile”, sussurra un azionista di maggioranza della coalizione. L’operazione avrebbe infatti degli effetti nefasti sulla tenuta della maggioranza e cozzerebbe con la legge della consuetudine (Forza Italia detiene già il presidente) e con le richieste dei meloniani (sempre più orientati sul nome del paternese Gaetano Galvagno molto apprezzato dal presidente del Senato Ignazio La Russa). 

In aula, però, la partita la decidono i numeri. Pallottoliere alla mano i voti delle opposizioni si fermerebbero a quota 30. Poi toccherebbe a Miccichè che, calcoli alla mano, nel gruppo azzurro conta circa cinque fedelissimi su tredici onorevoli. 

Il resto della truppa, complice la partita degli assessorati, difficilmente potrebbe farsi ammaliare dalle sirene dell’ex presidente dell’Ars. Grazie al voto segreto, però, i numeri, puntando magari agli scontenti collocati a tutte le latitudini, si potrebbero ottenere (anche se c’è un particolare da non sottovalutare: gli assessori saranno nominati soltanto dopo il voto a Sala d’Ercole e questo è un forte deterrente). 

Calcoli che, secondo qualcuno, il coordinatore azzurro potrebbe fare valere all’interno di una trattativa diversa: rinunciare all’imboscata in aula e chiedere per sé la Sanità (idea mai del tutto abbandonata). 

Ma tra il dire, il fare e il confabulare c’è di mezzo il presidente della Regione, Renato Schifani che come ha avuto modo di dire non ha intenzione di farsi tirare dalla giacca. Resta in bilico fino alla formazione del nuovo governo nazionale l’ipotesi sottosegretariato, ma la strada dopo le scintille tra Miccichè e Meloni si fa sempre più stretta. “Miccichè resta a Palermo, forse andrebbe a Roma soltanto se riuscisse a soffiare a Musumeci il ministero del Sud”, dicono tra il serio e il faceto quelli che lo conoscono bene. To be continued.  


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